Woody Allen, il cinema delle seconde possibilità

Articolo di Doriana Gatta


Il cinema di Woody Allen non scandisce soltanto una filmografia d’autore di successo, ma ci rimanda anche ad una dimensione visiva e filosofica molto precisa. L’autore in ogni suo film, ci prende per mano in un giorno di pioggia sottile e ci porta a solcare le vie silenziose della città, facendoci parlare di noi, della vita, di cosa pensiamo sia l’amore. 

Woody Allen, regista, attore e sceneggiatore, maestro di comicità geniale, scrive commedie brillanti sin dagli Anni ’90, passando dalle gag e le stand-up comedy nella sua amatissima New York, alle lunghe sceneggiature originali, quelle grazie alle quali ha concorso agli Oscar con ben 24 candidature totali, nel corso della sua carriera. Ma di cosa si connota la sua filmografia?

Woody Allen non ha mai avuto paura di enucleare nelle sue commedie un nocciolo filosofico, travalicando il genere comedy e trasformando ogni sua pellicola in una filigrana esistenzialista

Nella filmografia alleniana troviamo due capisaldi: Io e Annie (1977), Match Point (2005).

Io e Annie, che valse al regista quattro Premi Oscar, è l’angelo romantico e malinconico. Il protagonista non tradisce e non si lascia travolgere da passioni distruttive; giunge ad una realtà ancor più amara: riconosce di aver amato davvero solo una volta. E, quasi in forma di confessione, riflette con lo spettatore sugli errori che hanno condotto alla fine di quella storia. Qui il destino ha un ruolo chiave. I due si incontrano, si lasciano, si rincontrano, ma senza un ritorno di fiamma. Ciò che conta – ci insegna il film – è il momento in cui si ama. L’opera elogia la bellezza del presente e la sacralità del ricordo, motore prezioso per comprendere il proprio passato e acquisire consapevolezza. Azzerare e ripartire, nella libertà miracolosa di aver scelto seguendo il cuore.

Invece, Match Point è l’angelo maledetto del tradimento. Spoglia lo spettatore di ogni pudore e lo costringe a guardare la licenziosità di una relazione extraconiugale consumata senza freni, fino a sconvolgere completamente la vita dei protagonisti. Se nel finale tutto sembra nascondersi sotto il tappeto, è solo per un beffardo e fortunato scherzo del destino. Qui il caso domina la morale: non esiste giustizia, solo probabilità.

Anche sul piano estetico i due film percorrono due linguaggi diversi. Match Point è un mondo a colori vivi e brillanti, mentre Io e Annie si presenta in un’elegantissima pellicola color pastello. Match Point accentua i contrasti di una passione che imprigiona e logora. Io e Annie usa una palette crepuscolare che accarezza con dolcezza i ricordi. Due film opposti ma complementari per la medesima riflessione: quella sull’io e sul suo rapporto con l’altro. 

Follia e peccato in Match Point, nostalgia romantica in Io e Annie: due penne dello stesso scrittore che ha trascorso l’intera vita, con geniale ironia, a cercare di capire le relazioni umane, soprattutto sentimentali. Il regista, come sempre si esime dalla comprensione piena dei rapporti interpersonali e si limita a registrarli, con un’ironia salvifica e un pizzico di consolatorio surrealismo. Cosa ci lega a un’altra persona? Cosa ci spinge a lasciarla? E come si riparte da zero?

Midnight in Paris (2011) si inserisce nella medesima riflessione con una strategia narrativa escatologica molto originale. Gil Pender, interpretato da Owen Wilson è uno scrittore inquieto e insoddisfatto, vive una relazione sull’orlo dello sgretolamento. Un surreale viaggio nel tempo nella Parigi degli anni Venti gli permette di comprendere chi sia davvero e cosa provi per la donna che ha accanto. L’incontro con gli idoli del passato gli dona il coraggio di inseguire ciò che ama e di porre fine a una relazione ormai morta. Nel finale, quando incontra la ragazza che gli piace lungo la Senna, si apre per lui una seconda possibilità. La risposta è sempre stata lì: a Parigi, nell’arte, nell’antiquariato, in un’epoca dimenticata. Dimenticata quanto i suoi desideri più profondi.

In Un giorno di pioggia a New York (2019) la dinamica è simile. Il protagonista è pronto a trascorrere un weekend romantico con la fidanzata, ma finisce per vagare da solo in una città labirintica mentre lei è assorbita dagli impegni di lavoro. Anche stavolta il labirinto urbano diventa metafora del labirinto esistenziale: perdersi è l’unico modo per ritrovarsi. Il protagonista è sospeso tra una relazione che scricchiola sotto il peso del dubbio e l’incontro con una persona del passato, per la quale scoprirà di provare un forte sentimento.

Il cinema di Woody Allen alla fine riesce a comunicare più di quanto vorrebbe. Il regista traghetta sul piano del visivo, con sequenze lunghe e inquadrature noir malinconiche, un immaginario universale che ogni volta ci diverte e ci consola. Siamo messi sempre difronte a personaggi un po’ naif, un po’ fantocci, un po’ burattini, che si muovono sempre con timido disagiotra i vicoli del mondo. Tutte le sue creature così imperfette e genuine, combinaguai e sognatrici, un po’ assomigliano a noi, ma caricate di quella buffa e disagevole aurea che solo Allen è capace di creare. Un’ aurea che ci libera dall’ansia di non riuscire a vivere la vita che sogniamo, e perché no, dall’ansia di non sapere ancora, veramente, cosa sognare.