L’impatto del precariato scolastico tra passione e instabilità

Articolo di Carolina Ferraro


Il reclutamento docenti ha subito oltre venti riforme: dalla Riforma Gentile, alla creazione delle
Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario (SSIS), passando alla Riforma Gelmini
(D.M 249/2010) che vede la sostituzione di queste Scuole con il TFA, fino alla legge 107/2015 nota
come La Buona Scuola di Renzi. Arrivare alla cattedra sembra essere una sfida articolata.
Le complessità burocratiche dei percorsi abilitanti non sono poche – i 24 cfu, da acquisire in
discipline pedagogiche diventano 60 nel 2022 con la riforma Bianchi (il PNRR, D. L 36/2022
convertito poi in Legge 79/2022) – come non lo sono quelle dei concorsi pubblici. Solo in caso di
superamento dei suddetti, l’aspirante docente può iniziare il suo anno di prova, durante il quale
entra in contatto con le sfide – spesso sottovalutate – della quotidianità in classe.
Empatia, pazienza, passione, fermezza, cura e dedizione non sono più i soli nutrimenti essenziali di
questa professione. Tali caratteristiche personali rischiano di perdersi tra una riforma e l’altra.
Le sfide per gli insegnanti oggi sono: la gestione dell’attenzione aggravata dall’era digitale; le
fragilità emotive sempre più diffuse; il dialogo scuola/famiglia aggravato dalla presenza sempre più
ingombrante dei genitori nel mondo scuola; l’aggiornamento riguardante la parte amministrativa,
ovvero registri elettronici, progetti PNRR, redazione di piani didattici; per non parlare della
protagonista indiscussa dei dispendiosi percorsi abilitanti e dei continui corsi di aggiornamento:
l’attenzione all’inclusività.
Tra tutti gli adempimenti necessari possiamo inserire il precariato, una fase obbligatoria del
percorso di cui non si conosce la durata. Sempre più frequentemente, gli incarichi di breve o di
lunga durata vengono accettati lontano da casa.
Docenti costretti a fare i pendolari – condizione stancante e stressante, che incide profondamente
sull’aspetto professionale e psicologico. È opportuno ricordare il caso più recente – giugno 2025 –
della docente A., cinquantaquattro anni. Aveva da tempo un contratto a tempo determinato e aveva
appena concluso un altro esame orale per ottenere la cattedra, ossia l’impiego stabile. Nel territorio
di Macchia d’Isernia, tornando verso Rieti, la docente ha avuto un colpo di sonno che le è stato
fatale. Colleghi e sindacati hanno denunciato il forte grado di stanchezza dovuto alla preparazione,
al lavoro e ai lunghi spostamenti. Secondo le stime più recenti elaborate dai sindacati e basate su
dati ufficiali del Ministero dell’Istruzione e del Merito, nell’anno 2023/2024 almeno il 24 % degli
insegnanti ha lavorato con un contratto a tempo determinato. Tale percentuale è notevolmente salita
dal 2015, la quale era del 12%. Oggi, nel 2026, si stimano circa 182.000 supplenze temporanee, di
cui oltre 76.000 nel sostegno, come evidenziato da Orizzonte Scuola, manifestazione evidente che il
mondo dell’insegnamento si poggia su contratti non stabili. Il segretario generale dell’Unione
Italiana dei Lavoratori della Scuola, Giuseppe D’Aprile, vede la questione come una problematica

strutturale. Il precariato, la mancanza di garanzie, la speranza di ottenere almeno un contratto a
tempo determinato – spesso solo di pochi mesi – peggiora notevolmente la qualità
dell’insegnamento.
La continuità didattica, la stabilità scolastica e soprattutto la relazione educativa sembrano
notevolmente compromesse da questi continui cambiamenti. Le fasi cruciali del percorso di
formazione degli studenti vengono compromesse. Lo stesso discorso vale per i docenti di sostegno.
Secondo dati ISTAT, oltre la metà degli studenti con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno
da un anno all’altro, compromettendo un lavoro non solo didattico ma formativo e personale.
In quest’ottica, è possibile leggere le graduatorie GPS come un’opportunità ma al tempo stesso una
condanna. Oggi, il docente resta bramoso di inserirsi nelle nuove graduatorie – aperte il 23 febbraio
2026 – carichi “soltanto” di laurea e di una costosa abilitazione, ma ancora privo di certezze
all’orizzonte. La sfida non è soltanto l’incarico che quasi sicuramente costringerà giovani
professionisti a lasciare la propria regione in favore di quella con più posti disponibili, ma è anche
la sola conquista di un posto in graduatoria. Per semplici sostituzioni, un docente esordiente è
costretto a un investimento che diventa ogni anno più alto. Oltre l’abilitazione ci sono ancora:
percorsi CLIL, certificazioni linguistiche, Master Universitari, percorsi di perfezionamento e
certificazioni informatiche. Più titoli si accumulano più la possibilità di avere una breve supplenza
si concretizza. Tuttavia, a causa delle continue modifiche tra un’ordinanza e l’altra – basti pensare
alla nuova valutazione delle certificazioni informatiche nella nuova ordinanza delle GPS, valutabili
soltanto se rilasciate da ACCREDIA e conformi al DigiComp 2.2 e DigiCompEdu – abbandonare
questo rigido mercato di competenze e titoli sembra assolutamente impossibile.
Una situazione insostenibile secondo il sindacato Uil Scuola Rua che è volto ad «interpretare azioni
concrete per risolvere questa problematica e l’organizzazione propone specifiche soluzioni per
affrontare e invertire questa tendenza, sottolineando l’urgenza di stabilizzare il personale e
migliorare la qualità dell’educazione offerta». La situazione dovrebbe risolversi attraverso politiche
di assunzione realmente efficaci, che favoriscano ai docenti del domani stabilità personale. Il
Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara ha dichiarato che l’obiettivo dell’anno
scolastico 2025/2026 è la stabilità e l’efficienza, ponendo «al centro la persona dello studente»
attraverso: «incremento di assunzioni, continuità didattica per studenti con disabilità e riduzione
delle reggenze». Tuttavia, il sostegno resta ancora instabile e il tasso di precariato resta ancora alto.
Importanti piccoli passi, ma la conquista di stabilità e serenità personale sembrerebbe ancora
lontana.
La domanda diventa: la passione resiste alla precarietà?

Diventare docenti, acquisire le competenze e i titoli necessari, comporta un generoso investimento
temporale, economico e psicologico. La passione e la dedizione vengono svendute e sostituite. La
strada prescelta, designata dal desiderio delle responsabilità, è determinata da quanto si è disposti a
pagare.
La scuola è un’azienda, il ruolo sembrerebbe essere valorizzato da iniziative che aggiungono solo
altre responsabilità. Un esempio è il Global Teacher Prize, ovvero un premio internazionale
rilasciato dalla Varkey Foundation, assegnato annualmente a un insegnante al quale viene
riconosciuto uno spiccato valore pedagogico e sociale.
Tuttavia, gli stipendi sembrerebbero permettere la sola sopravvivenza in un paese come l’Italia.
Secondo il report OCSE (Education at a Glance, and Eurydice, Information Network on Education
in Europe) gli insegnanti italiani sono meno pagati rispetto ai colleghi europei.
Secondo uno studio dell’Università Cusano, lavorare come insegnante resta una vocazione, in
quanto gli stipendi possono variare in base: alla tipologia di docente, agli anni di servizio e alla
scuola dove si presta servizio. Le scuole private italiane raggiungono uno stipendio che varia tra i
1000 e i 1350 euro netti al mese, con tutele inferiori al settore pubblico, dove lo stipendio si aggira
tra i 1500 e i 2300 euro a seconda delle condizioni indicate. Tralasciando l’approdo alla cattedra, il
dato che resta preoccupante sono le condizioni in cui versano tutti i docenti esordienti costretti a
vivere in maniera precaria. Lo stipendio varia tra i 1300 e i 1500 euro senza indennità regionali o
comunali e dovrebbe coprire le spese di spostamento, vitto e alloggio, in un momento storico che
vede aumentare notevolmente il costo della vita. Un affitto medio di un monolocale a Milano o a
Roma potrebbe ormai superare i 900 euro al mese. La domanda diventa: è davvero possibile
mantenersi con uno stipendio di questo livello dopo l’ingente investimento richiesto per accedere
alla professione? Un investimento non solo economico ma anche temporale.
Insegnare oggi è diventato una prova di coraggio e di passione. L’investimento finanziario potrà
forse essere compensato – nel tempo – con il raggiungimento della cattedra a tempo indeterminato.
Più difficile, invece, è recuperare gli anni trascorsi in una lunga fase di formazione e precarietà, in
un mondo che corre veloce e non attende nessuno.
In questo scenario, l’unica vera risorsa che resta al corpo docente è la passione: quell’amore per il
sapere che continua a motivare chi sceglie, nonostante tutto, di dedicare la propria vita alla
formazione dell’uomo che può essere tale solo attraverso la conoscenza impartita.
Investire nelle nuove generazioni e tutelarne l’emotività, significa valorizzare il corpo docenti, non
soltanto richiedendo competenze maggiori, ma garantendo stabilità, dignità economica e rispetto
sociale. Senza docenti motivati e tutelati, nessuna riforma potrà definirsi compiuta e riuscita.