Articolo di Francesca Titas

«Fame insaziabile» – scongiuro – «vana ricerca».
Quanti personaggi femminili abbiamo davvero incontrato nei programmi scolastici? In un sistema culturale a lungo dominato dagli uomini, critici, filologi, editori e copisti hanno concentrato l’attenzione più sui ruoli delle donne accanto ai grandi autori che sulla loro produzione autonoma. Talvolta una donna ha desiderato nascere uomo per non dover chiedere spazio; altre volte ha scelto di restare donna, anche quando quel nome pesava. E ha sperato che qualcosa cambiasse. Bianca Garufi è una fra queste. Da presenza orbitante attorno a un autore canonico, è diventata progressivamente una figura di autorevolezza femminile.
A partire dal Novecento, l’accesso delle donne allo studio si amplia in modo decisivo. Diventano traduttrici, poetesse, studiose, psicanaliste, scrittrici. Eppure la critica letteraria continua a ricordarle in misura minore rispetto ai colleghi uomini. Gli studi filologici sull’opera di Garufi sono, infatti, relativamente recenti: soltanto nel 2018, grazie al lavoro di Mariarosa Masoero, è stata pubblicata un’edizione critica della trilogia Libro postumo – Fuoco grande – Il fossile. Un intervento che ha contribuito a ridefinirne il profilo autoriale.
Per lungo tempo, la sua notorietà è rimasta legata alla relazione con Cesare Pavese: la “bellissima coppia discorde”, la “chiostra di un autore uomo”, la “corrispondente di”. Eppure la sua traiettoria intellettuale è autonoma e complessa. Nel suo stesso nome risuona un rimando mitico: “Leucò”, la ninfa bianca, figura di trasformazione e di salvezza. Il candore della sua pelle, unito alla scabrezza della terra, è un connubio fascinoso, magicamente discorde. Un’immagine che dialoga con gli assi
portanti della sua formazione: il mito, la psicanalisi (che diventerà professione), la poesia, la centralità della voce femminile.
Garufi scrive poesie e romanzi, traduce autori francesi, introduce in Italia il pensiero di James
Hillman e si dedica alla psicoterapia junghiana, ricoprendo ruoli di rilievo nelle principali
associazioni di settore. Nel 1944 partecipa alla Resistenza romana, inserendosi in quel processo di autodeterminazione che porterà molte donne a ripensare radicalmente il proprio ruolo sociale.
Al centro della sua narrativa si apre uno spazio decisamente femminile: la Madre, figura
ambivalente che genera e distrugge, e la Donna, che accoglie o rifiuta. In Fuoco grande, scritto a
quattro mani con Pavese, e ne Il fossile, il personaggio di Silvia incarna il conflitto, di matrice
psicanalitica, con la figura materna. Il fossile, in particolare, si configura come una prosecuzione e insieme come un gesto di rivendicazione: continuando la storia, Garufi riafferma la propria piena autorialità contro l’idea che quei capitoli fossero esclusivamente pavesiani.
La sua vicenda non è isolata. Infatti, se Vittoria Colonna resta spesso associata a Michelangelo
prima che alla propria poesia; se Eleonora Pimentel Fonseca viene ricordata più per il mito politico che per la scrittura; se Eleonora Duse è ancora letta attraverso la relazione con D’Annunzio primache come innovatrice del teatro moderno, non si tratta di una svista. È una gerarchia. Anche quando scrivere era considerato un lusso quasi scandaloso, le donne hanno scritto, sempre. Riconoscerlo
non significa compiere un atto di riparazione simbolica, ma restituire complessità alla storia
letteraria. È tempo di abbandonarsi al rosso e alla magia.
Per approfondire :
«Una bellissima coppia discorde», Il carteggio tra Cesare Pavese e Bianca Garufi (1945-1950), a
cura di Mariarosa Masoero, Appendice (poesie e prose di B. Garufi) pp. 125-149, Firenze, Leo S.
Olschki, 2023;
Trilogia. Libro postumo – Fuoco grande – Il fossile, a cura di Mariarosa Masoero, Alessandria,
Edizioni dell’Orso, 2021;
Le poesie, a cura di Mariarosa Masoero, introduzione di M. Guglielminetti, Torino, Einaudi, 2020;
Marialaura Simeone, Un fuoco grande, Bianca Garufi, Reggio Calabria, Les Flâneurs Edizioni,
2026.