Oltre lo stigma: tra vite spezzate e vite sospese

Articolo di Angela Russo


Non è vero che di salute mentale si parli poco. Al contrario, è diventata una presenza costante
nel discorso pubblico: basta scambiare due parole con chiunque per sentirsi dire che è
importante prendersene cura, che il benessere della mente è fondamentale quanto quello del
corpo. E quasi sempre arriva anche la frase di rito: “in fondo, tutti hanno dei problemi”. Ed è
proprio qui che il discorso si inceppa. Perché sì, tutti hanno dei problemi. Ma avere un problema
non significa avere una malattia mentale.
Di salute mentale si parla spesso; il vero nodo è che se ne parla male, in modo superficiale,
confondendo esperienze comuni con condizioni cliniche complesse. Prendiamo ad esempio
l’ansia.
L’ansia è un’emozione comune, che può manifestarsi prima di un esame, di un colloquio di lavoro, di un matrimonio, perfino prima di telefonare in pizzeria per ordinare da asporto. Ma questa ansia non ha nulla a che vedere con i disturbi d’ansia. In quel caso non si tratta di una
reazione temporanea a uno stimolo preciso: l’ansia diventa pervasiva, divorante, impedisce di
vivere. Non è più un’emozione che va e viene, ma un’ombra costante che accompagna ogni
gesto, che toglie sicurezza, che logora dall’interno. È per questo che si parla di ansia
invalidante.
Lo stesso accade con la depressione, spesso banalizzata e confusa con la tristezza. Ma la
tristezza è transitoria, ha una causa riconoscibile e non paralizza. La depressione sì: può
impedire di uscire di casa, di mangiare, di lavorare, di studiare, di alzarsi dal letto o perfino di lavarsi. Ridurla a una “fase” significa negare la sofferenza reale di chi ne è colpito. A tutto
questo si somma lo stigma che ancora oggi circonda i disturbi della personalità e dell’umore.
Il narcisista è dipinto come un egoista crudele, dimenticando la profonda ferita che spesso porta con sé. Il bipolare viene liquidato come lunatico, ignorando che il disturbo bipolare implica fasi maniacali, miste e depressive estremamente complesse. Il borderline è considerato pericoloso e autodistruttivo, senza vedere la storia di traumi e dolore che spesso ne è all’origine.
Etichette che semplificano, ridicolizzano e disumanizzano. Ancora oggi chi assume
psicofarmaci viene guardato con sospetto, come se fosse un outsider, qualcuno di cui diffidare.
Eppure, in Italia una persona su due vive un disagio psicologico, come rileva l’indagine
CELSIS, mentre lo Stato investe solo il 3% del fondo sanitario nella salute mentale. Secondo i
dati ISTAT, si contano circa dieci suicidi al giorno, un numero impressionante di cui si parla
pochissimo. Nel frattempo, la politica propone riforme vaghe, prive di fondi strutturali. Si
annunciano cambiamenti, ma senza prevedere nuove risorse. Eppure la salute è un diritto
costituzionale, e lo è anche quella mentale. Come si può potenziare il sistema sanitario senza investimenti concreti? Come si può garantire l’accesso alle cure se mancano professionisti, strutture e continuità assistenziale? Un discorso analogo riguarda le neurodivergenze e la neuropsichiatria infantile. Molte famiglie, soprattutto quelle meno informate o con meno mezzi, lasciano i figli allo sbaraglio, ignare del fatto che un intervento precoce potrebbe fare la differenza, permettendo una crescita più serena e funzionale. Chi riesce a “prenderli in tempo” spesso è costretto a spendere una miriade di soldi in terapie private, creando un sistema
profondamente iniquo, in cui il diritto alla salute dipende dal reddito.
E poi ci sono le carceri, un tema sistematicamente rimosso. I suicidi tra i detenuti aumentano di anno in anno, ma siccome sono considerati cittadini di serie B, a pochi interessa davvero.
Non è normale che un ragazzo di 25 anni si tolga la vita per essere finito in prigione per spaccio.
Il carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione, non la fine della propria esistenza. Eppure il sistema carcerario italiano sta attraversando una crisi gravissima: nel 2024 si sono registrati 245 suicidi in carcere, l’anno con il numero più alto di morti mai rilevato; nel 2025, invece, 79, secondo i dati di Ristretti Orizzonti. Serve a poco un numero di telefono amico se chi soffre non riesce ad accedere alle cure, se non viene ascoltato da amici e familiari impreparati, se non gli viene riconosciuta nemmeno l’impossibilità di lavorare. A chi vede tutto nero, a chi è convinto che l’unica via d’uscita sia togliersi la vita, difficilmente verrà in mente di fare una telefonata. Bisogna intervenire prima. E due sono le aree di intervento imprescindibili: la sensibilizzazione reale e un accesso concreto, equo e finanziato alle cure psicologiche e psichiatriche. Tutto il resto rischia di restare solo retorica.