Consiglio di Pace: la sovranità svanisce e nessuno bussa alle nostre porte

Dall’ONU al club privato: come un’élite di potenti sta ridefinendo la pace mondiale senza
passare per i parlamenti.

Articolo di Francesco Musto


Il 19 febbraio 2026, presso l’Istituto per la Pace degli Stati Uniti a Washington, Donald Trump
ha sottolineato una frase destinata a formulare indagini filosofico-politiche e relazioni sul diritto
internazionale: “Il Board of Peace sarà quasi un controllore delle Nazioni Unite per assicurare
che funzioni correttamente”. L’intervento del presidente statunitense è avvenuto alla seduta
inaugurale del Board of Peace, un’organizzazione internazionale che ha l’obiettivo di spingere
alla stabilità e al ripristino di governi affidabili nelle aree colpite da conflitti. L’incontro ha
ospitato oltre quaranta paesi, che, nella pratica, significa una riunione di capi di stato e
funzionari statali, ed è quanto è emerso dalla firma del 22 Gennaio 2026 dell’atto costitutivo del Consiglio per la pace tenuto al World Economic Forum di Davos, in Svizzera.
La scelta lessicale merita un’analisi approfondita. L’avverbio “quasi” introduce una cautela retorica che, paradossalmente, rafforza l’autorità implicita dell’enunciato. Non si tratta di una semplice figura retorica: Trump rivendica per il Board una funzione di vigilanza sull’Onu, collocando quest’ultima al di sotto delle decisioni della sua istituzione multilaterale. La posizione di responsabilità di garanzia rispetto alle Nazioni Unite decade se teniamo conto del tentativo di “assicurarsi” che un’altro organo, ritenuto pari, segue delle linee e dei principi simili all’ente vigilante. L’intervento di Trump ha dimostrato il posizionamento del Board of Peace se prendiamo in considerazione la frase successiva a quella già citata: “Rafforzeremo l’ONU”. L’argomento è classico nella retorica del potere: la promessa di un bene superiore autolegittima se stessi. Ma la proposta potrebbe rivolgerla al contrario e quindi l’ONU potrebbe controllare il Board of Peace e la domanda sorge spontanea: chi supporta e rafforza il Board? Chi garantirà che il Consiglio funzioni correttamente? Il paradosso del quis custodiet ipsos custodes ? si ripresenta più forte in questo campo. Fonti giornalistiche convengono sulla struttura finanziaria dell’iniziativa: 10 miliari di dollari sono stati stanziati dagli Stati Uniti, mentre 7 miliardi sono raccolti tra Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait. Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha dichiarato l’intenzione di contribuire con 75 milioni per i progetti sportivi a Gaza.

I finanziamenti dei grandi personaggi al Board of Peace, e quindi la riuscita del grande progetto
trumpiano, ha permesso alla Usaid, l’ente statunitense per gli aiuti all’estero, decisa
dall’Amministrazione Trump, di chiudere i rubinetti indirizzando la spesa statunitense nella
difesa della nazione e fomentando l’imminente collasso finanziario dell’ONU. Nel frattempo,
Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, denuncia: “I diritti umani subiscono un
attacco su vasta scala, in tutto il mondo. Lo stato di diritto viene soppiantato dal potere del più
forte”. Il peso dell’ONU viene sradicato dal BoP; il focus mediatico è Trump e la catena di eventi
che le sue scelte riescono a scatenare.
Il 18 Gennaio 2026, alla pubblicazione del documento ufficiale del BoP, nel panorama del
diritto internazionale, si configura una nuova forma organizzativa: l’appartenenza al Board – per un periodo non superiore a tre anni- è preceduta da un versamento di un miliardo di dollari, se però il versamento è di un importante maggiore entro il primo anno dall’entrata in vigore della Carta, allora lo statuto subisce un’eccezione. La logica è evidentemente commerciale e l’organismo internazionale muta in transazione economica.
L’articolo 2.2 (c) testimonianza una prospettiva di cooperazione economica ben determinata: Ciascuno Stato membro resta in carica per un periodo non superiore a tre anni dall’entrata
in vigore della presente Carta, salvo rinnovo da parte del Presidente. Il termine triennale di adesione non si applica agli Stati membri che contribuiscono con più di 1.000.000.000 di dollari in contanti al Consiglio della Pace entro il primo anno dall’entrata in vigore della Carta
. La cifra di un miliardo di dollari –
740 milioni di sterline secondo l’equivalenza effettuata dalla BBC – è l’acquisto effettivo di un
seggio permanente.
L’Avvenire, in un’analisi del 22 Gennaio 2026, sottolinea la singolarità terminologica: il
documento è denominato “Carta”. L’espressione è per lo più riservata a un documento dalla
complessità rintracciabile nella volontà di far convergere diverse Nazioni su determinati punti. I tredici articoli del Consiglio sono accostabili a un modello aziendalistico e contrattuale che quindi
ridurrebbero la complessità delle relazioni internazionali a un accordo tra soci dai termini
unilaterali. Appare quasi evidente una partecipazione azionaria a un progetto pilotato da un singolo attore più che a un’entità sovranazionale, il quale avrebbe dovuto essere l’ONU.
In poco tempo, il BoP ha raggiunto il numero di 28 paesi: Stati Uniti, Albania, Argentina,
Armenia, Azerbaigian, Bahrain, Bielorussia, Bulgaria, Cambogia, Egitto, El Salvador, Ungheria,
Indonesia, Israele, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Kuwait, Mongolia, Marocco, Pakistan,
Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan, Vietnam. A questi
si aggiungono gli osservatori e gli invitati. Tuttavia, il dato più rilevante è quello delle assenze e dei rifiuti espliciti: la Santa Sede, attraverso la posizione espressa dal card. Parolin, non parteciperà al Board of Peace per via di alcune criticità da risolvere, affermando che l’ONU deve gestire situazioni di crisi di carattere mondiale; la Norvegia e la Svezia non prenderanno parte all’iniziativa; il Regno Unito rinuncia e nota deformità rispetto all’obiettivo iniziale. A tali rifiuti e rinunce, si nota la risposta di Trump che ha dicotomizzato la soluzione o “il Board of Peace” o “il ritorno alla guerra”. Pace o guerra, con me o contro di me.
Attenzionando la partecipazione al consiglio esecutivo del Board of Peace, si nota la
partecipazione di Marc Rowan. Amministratore delegato del fondo di investimento “Apollo
Global Management” – società statunitense di investimento a medio-lungo termine -, Rowan
compare, non solo come membro del Board of Peace, ma anche negli Epstein Files. A riportare
tale notizia è il Financial Times che rivela la presenza di lunghe trattative tra il finanziere
“caduto in disgrazia” e Jeffrey Epstein dal 2010 – Epestein si dichiarò colpevole di induzione di
minore a prostituzione nel 2008.
Il timore sostanziale è la creazione di un’altra zona giuridicamente anomala dove la ricchezza e le connessioni creano impunità e sottrazione al meccanismo di controllo. Per il caso Epstein si nota come il finanziere americano avesse avuto il privilegio di non incorrere in nessuna autorità
troppo “invadente”. È molto più probabile che la curiosità non ci fosse perché alcune
informazioni erano già trapelate e avrebbero coinvolto in azioni illegali molti grandi personaggi.
In un’analisi di Repubblica del 5 Dicembre 2025 si legge come il sistema di relazioni che si erano
create includese la moglie del governatore, lo studio di architetti di cui lo zio del medesimo
governatore era socio, nonché una serie di elargizioni economiche a favore di istituzioni e figure politiche locali.
L’analogia non è attuale ma strutturale: il fattore di continuità è l’assenza di meccanismi di
vigilanza esterna e la capacità delle cerchie ristrette di ridefinire concetti universali come la
“pace”.
Mark Malloch Brown, ex vicesegretario generale delle Nazioni Unite, riflette sulla positività
dell’azione di pace di Trump. La creazione del Board of Peace potrebbe essere di fatto il
detonatore di una scossa dell’agenda internazionale data la debolezza in cui le Nazioni Unite si ritrovano. Il primo ministro sloveno, Robert Golob, ha espresso la preoccupazione più netta in quanto il Consiglio per la pace interferisce ampiamente e profondamente con l’ordine internazionale.
Tale preoccupazione appare fondata in ragione della notizia che riporterebbe delle sollecitazioni
private all’Unione Europea da parte del Tony Blair Institute for Global Change (TBI).
Determinazione è certamente la parola d’ordine del Board of Peace, ma non rivolta all’obiettivo
di recuperare le sorti di Gaza, ma nel tentativo di creare un nuovo ordine mondiale.

Il BoP fungerebbe da controllore delle sorti globali più che dell’ONU. Ma nell’uno o nell’altro caso, su
quale legittimazione?
Le istituzioni del multilateralismo postbellico, con tutti i loro limiti, poggiano su trattati
ratificati da parlamenti sovrani e su meccanismi di partecipazione statale. Il BoP, al contrario, si
regge su una Carta stilata da consiglieri privati secondo logiche vicine a politiche aziendali, con
una presidenza perpetua, un comitato esecutivo composto da figure legate da relazioni familiari
e finanziarie al presidente. Il Board of Peace, nella funzione di custodis dell’ONU e di restitutoris
dell’ordine mondiale, non sottostà ad alcun meccanismo di controllo esterno se non nell’atto
giuridico.
La Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite, adottata il 17 Novembre
2025, accoglie con favore il “Comprehensive Plan to End the Gaza Conflict”. Al punto 2 si
esplicita l’approvazione dell’istituzione del Board of Peace in qualità di amministrazione
transitoria fino al completamento del programma di riforme del Palestinian Authority (PA) –
organismo di autogoverno palestinese ad interim nato nel 1994 successivamente agli accordi di
Oslo. Sebbene la funzionalità della Risoluzione 2803 sia di riporre il Board of Peace in una
posizione paritetica all’ONU, Cina e Russia si sono astenute durante la votazione. La Russia, nei giorni prima, aveva presentato una bozza alternativa che non menzionava la smilitarizzazione della Striscia né il Board of Peace, ma rivolgeva al segretario generale Guterres la possibilità di
valutare strategie per l’uso della Forza internazionale.
Il timore è la creazione in Gaza di un piano post-bellico che rifletta il progetto della sola
Washington e che la Risoluzione sia, per Donald Trump, un atto puramente formale per potersi
muovere nel tentativo di attuazione di esperimenti sfrenati condotti dagli Stati Uniti. La
preoccupazione si concretizza dal momento in cui, nella riunione inaugurale del Board of Peace,
Jasper Jeffers, generale maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti, ha annunciato l’invio di 20.000
unità militari da parte di Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania. Si compone così
l’ISF, Forza internazionale di stabilizzazione, alla quale l’Italia non parteciperà se non in maniera
indiretta addestrando la futura forza di polizia di Gaza. Il ruolo dell’Isf è strettamente limitato a
mantenere la pace
Il progetto di Pace del Board poggia su una doppia legittimazione. La prima è una
legittimazione formale-giuridica, derivante dalla Risoluzione 2803 che, oltre a essere valida per il
periodo di un anno, non ha un’approvazione unanime perché prevede la creazione di un
comitato privato di nazioni che non è di comune apprezzamento.
La seconda è la legittimazione sostanziale-performativa, basata sull’efficacia operativa più che sul
consenso democratico. La pace sarà costruita da un organo aziendale che non prevede la possibilità di un popolo di autodeterminarsi. È questa la dimensione che sfugge alla logica
performativa.
Il Board of Peace è la costruzione di un potere ibrido: un soggetto privato nella struttura,
sovrano nelle funzioni, temporaneamente legittimato da una risoluzione ONU ma
strutturalmente sottratto a qualsiasi controllo democratico. Un Leviatano senza corpo, che
agisce ma non risponde.
Nel nuovo assetto gazawi, i risultati che porterà il Board of Peace potranno essere riscontrati
dalla popolazione oppure sarà solo un modo per un risultato filo-trumpiano? Ut clarius
intellegatur, la risoluzione servirà agli interessi della popolazione locale o a quelli delle compagnie internazionali? La stabilizzazione rafforzerà la sovranità palestinese o istituirà una forma di protettorato straniero?
L’Europa ha già sperimentato – e sperimenta ancora – un controllo post-bellico sulle vicende
politico-economiche dettate dagli Stati Uniti. Oggi, a Gaza, si replica lo schema su scala ridotta
ma con strumenti nuovi: non più un piano di aiuti gestito attraverso canali istituzionali, ma un
Board privato con poteri sovrani, non più una presenza militare inquadrata in alleanze formali,
ma una Forza di stabilizzazione che risponde a un presidente a vita. In nome di chi, di che cosa,
di quale principio il Board può rivendicare il diritto di vigilare sulle istituzioni nate dal
dopoguerra, se esso stesso non è vigilato da nessuno, se non risponde a nessun parlamento, se non si sottopone ad alcun giudizio popolare, se le sue decisioni sono prese in stanze senza
finestre ei suoi finanziamenti sono sottratti alla conoscenza pubblica? E che ne è della sovranità
popolare quando il potere si esercita in questi spazi ibridi e opachi e non più in organi
assembleari?
La novità non è che il potere ha smesso di costruire parlamenti, teatri della rappresentanza. La novità è che ha smesso di fingere. Oggi il potere si definisce per ciò che è: un circolo privato che decide le sorti del mondo, senza più bisogno di chiedere permesso, senza più necessità di chiedere consenso, senza più obbligo di rappresentare alcunché.
I romani avevano il Senato e credevano che bastasse. Noi abbiamo avuto i parlamenti e abbiamo scoperto che non bastavano. Il Board of Peace non bussa, elude le porte dei parlamenti e sigilla la camera del suo potere. Ma noi possiamo ancora bussare alla sua porta e continuare a bussare, finché qualcuno, da dentro, non sarà costretto a rispondere.