Perché in Italia proteggere gli animali è ancora una scelta, non una priorità

Articolo di Maria De Pasquale



Dal 1° luglio 2025 è entrata in vigore la nuova legge penale “Dei delitti contro gli animali”.
Questa riforma dovrebbe definire con precisione i reati e inasprire le pene, eppure ogni giorno
vengono aperti circa 22 fascicoli per reati contro gli animali con poche effettive condanne. La
discrepanza tra legge e realtà svela una verità scomoda: c’è tanto lavoro da fare per demolire una
cultura che ancora non riconosce agli animali la loro dignità di esseri viventi.
In Italia, il dibattito pubblico sul maltrattamento animale si concentra quasi sempre sui singoli
articoli di cronaca. Tutti ricordiamo Leone, il gatto scuoiato vivo in provincia di Salerno nel 2023;
oppure Aron, il cane che nel 2024 a Palermo è stato legato e dato alle fiamme dal suo stesso
proprietario. Più recentemente, ha suscitato indignazione anche il caso della gattina Rosi, violentata
a Roma, ennesima vicenda che conferma quanto la crudeltà sugli animali continui a manifestarsi in
forme sempre più estreme. Episodi come questi si moltiplicano nella memoria collettiva,
diffondendosi sui social e totalizzando migliaia di visualizzazioni e commenti indignati.
Accanto a questi casi, tuttavia, si è diffusa una forma di violenza più subdola: quella che vede
sempre più minorenni protagonisti di atti crudeli sugli animali, ripresi e condivisi sulle piattaforme
con il mero scopo d’intrattenere, suscitando risate e incitamenti tra i coetanei. In rete circolano
anche numerosi video di finti soccorsi ad animali, talvolta cuccioli, realizzati mettendoli di
proposito in situazioni pericolose, solo per catturare la scena del salvataggio e costruire
un’immagine eroica, ottenendo così non solo consensi, ma in alcuni casi, persino donazioni. Infatti,
secondo l’analisi di SMACC (Social Media Animal Cruelty) alcuni creators chiedono agli spettatori
di donare con il pretesto di aiutare animali in difficoltà. L’associazione ha trovato più di 1000 link
che mostrano contenuti di finto salvataggio sui social e il 21% dei produttori di contenuti chiede
donazioni. 1 Non è difficile, invero, imbattersi in video o post creati ad hoc in cui sedicenti volontari
o associazioni chiedono fondi per spese veterinarie o per nutrire cuccioli a rischio. Questa truffa non
solo sottrae risorse agli animali realmente bisognosi, ma mina anche la fiducia del pubblico. Questa
è la cosiddetta “violenza virale”, quella che accende una rabbia istantanea ma effimera e che il
giorno dopo è destinata a svanire, pronta ad accendersi di nuovo per il prossimo caso d’inganno.
La legge “Dei delitti contro gli animali” del 6 giugno 2025, entrata in vigore il 1° luglio dello stesso
anno, potrebbe rappresentare un punto di svolta. Al centro non vi è più soltanto il sentimento
umano, ma il riconoscimento dell’animale in quanto essere senziente, e quindi, vittima di reato. La
riforma non è solo simbolica: le pene per uccisione e maltrattamento, compresi spettacoli e
manifestazioni vietate, sono state inasprite. Inoltre, sono previste aggravanti qualora la violenza
venga diffusa online o compiuta in presenza di minori.
È indispensabile che la legge venga applicata con rigore perché, come mostrato dal rapporto
Zoomafia 2025 della LAV, nell’anno 2024 sono stati aperti circa 22 fascicoli al giorno per reati
contro gli animali. Come evidenziano i dati del rapporto, «il reato più contestato è quello
di uccisione di animali, con 2319 procedimenti pari al 33,58% del totale dei procedimenti per
crimini contro gli animali registrati con 558 indagati. […] Ma la stragrande maggioranza delle
denunce per uccisione di animali è a carico di ignoti, che nel 2024 hanno rappresentato più
dell’83%». 2
Non si tratta, quindi, di casi isolati, ma di un fenomeno costante; e ciò che emerge dai fascicoli
rappresenta solo una parte della realtà, il resto si nasconde all’interno di pratiche tollerate o
socialmente accettate.
Tra queste rientra il sistema degli allevamenti intensivi, una forma di sfruttamento che raramente
suscita la stessa indignazione dei casi di cronaca virali, in quanto percepita come componente
ordinaria del sistema alimentare. Si tratta di una violenza normalizzata che tende a ridurre l’animale
a merce. Ogni anno sono coinvolti milioni di animali, costretti a vivere in condizioni disumane in
spazi ristretti, sollevando non solo questioni etiche ma anche ambientali e sanitarie. Secondo
Greenpeace Italia, infatti, l’enorme quantità di liquami prodotti e le emissioni di ammoniaca e
nitrati contribuiscono all’inquinamento dell’aria e delle acque, incidendo sulla qualità ambientale di
interi territori.
Uno degli aspetti meno visibili di questo sistema riguarda le pratiche di mutilazione. Alle galline
ovaiole, ad esempio, nei primi giorni di vita viene reciso il becco, ricco di terminazioni nervose e
fondamentale per nutrirsi, per limitare eventuali comportamenti aggressivi causati dal
sovraffollamento. Per lo stesso motivo, negli allevamenti di bovini si pratica la decornazione dei
vitelli mediante cauterizzazione o prodotti caustici. I suini, invece, devono spesso subire castrazioni
senza anestesia e amputazioni della coda, nonostante siano vietate dalla normativa europea. In un
caso documentato da Greenpeace a Roncoferraro (Mantova), maiali e scrofe sono stati trovati in
condizioni critiche, tra ferite non curate, prolassi uterini e infestazioni di ratti. Queste situazioni,
oltre a rappresentare una sofferenza per gli animali, espongono il personale e i consumatori a rischi
sanitari significativi.
Questo modello produttivo è incentivato da finanziamenti pubblici, che privilegiano la quantità alla
qualità. È un dato rilevato anche nel film-inchiesta di Report, Food for Profit, in cui Giulia
Innocenzi e Paolo D’Ambrosi hanno portato alla luce i forti legami tra l’industria della carne, le
lobby e la politica europea. Infatti, attraverso la Politica Agricola Comune dell’UE miliardi di euro
di fondi pubblici sono stati destinati anche agli allevamenti intensivi. Quando lo Stato e le
istituzioni europee finanziano un modello, ne legittimano implicitamente anche le pratiche.
Un ulteriore ambito in cui la sofferenza animale è istituzionalizzata è quello della sperimentazione.
Oltre alla ricerca medica che usa gli animali per testare farmaci e dispositivi, anche sostanze come
l’alcol, la nicotina e droghe vengono sperimentate su di loro per studiarne gli effetti sull’organismo.
Emblematico, in questi giorni, è il caso dei 23 beagle liberati da un centinaio di attivisti nel
Wisconsin (USA), all’interno dell’azienda Ridglan Farms, dove i cani vengono impiegati per test
farmacologici e chimici. A ciò si aggiunge il settore cosmetico: sebbene in Europa la
sperimentazione animale per il make-up sia vietata, in molti Paesi del mondo continua ad essere
praticata, spesso sfruttando mercati esteri per aggirare i limiti legislativi.
La contraddizione è evidente: mentre la normativa più recente sembrerebbe rafforzare il principio
della tutela dell’animale in quanto tale, interi settori produttivi e scientifici continuano ad avvalersi
di pratiche autorizzate basate sulla sofferenza.
Proteggere gli animali non può restare una scelta individuale, bisogna riconoscere davvero il loro
valore, smettendo di voltarsi dall’altra parte anche quando la crudeltà non fa rumore.
Che le istituzioni, finalmente, ascoltino chi non ha voce.


1 Fonte: https://www.endcrueltyonline.com/fake-rescue-report
2 Fonte: https://www.lav.it/news/lav-rapporto-zoomafia-2025