La retorica parlamentare e la costruzione del senso: analisi linguistica del discorso di Giorgia Meloni al Senato.

La retorica parlamentare e la costruzione del senso: analisi linguistica del
discorso di Giorgia Meloni al Senato.

Articolo di Francesco Musto


La retorica parlamentare e la costruzione del senso: analisi linguistica del
discorso di Giorgia Meloni al Senato.
Il linguaggio costituisce una facoltà innata e universale dell’essere umano, attraverso la quale
si articolano e si trasmettono pensieri ed emozioni. Queste ultime incidono profondamente
sulle modalità espressive, mentre l’efficacia della comunicazione si realizza nella forma
stessa dell’enunciato. Le dinamiche comunicative suscitano notevole interesse, sia per
l’impatto semantico delle parole, sia per la loro costante rinegoziazione d’uso in relazione ai
diversi contesti. Nella comunicazione quotidiana, tuttavia, l’attenzione alla precisione
terminologica e alla strutturazione sintattica tende a ridursi, poiché il fine primario resta la
reciproca comprensione.
Al di là dei concetti teorici della linguistica, l’attenzione si è recentemente concentrata dal
discorso parlamentare di Giorgia Meloni dell’11 Marzo 2026 in previsione del Consiglio
Europeo e nel contesto della crisi medio-orientale. Collocato nella cornice istituzionale del
Senato, l’intervento si distingue per un registro caratterizzato da elevata densità
terminologica, articolazione sintattica e consapevolezza retorica. L’analisi si focalizza
sull’uso di alcune figure retoriche salienti le quali non si limitano a ornare il discorso, ma
operano come dispositivi di costruzione del senso, orientando la rappresentazione degli eventi
secondo una pretesa di evidenza e ineluttabilità. In tale prospettiva, la figura retorica, se
sapientemente modulata, non solo rende l’enunciato immediatamente accettabile a un ascolto
non analitico, ma si configura altresì come veicolo di una determinata visione del mondo e
come strumento strategico dell’azione politica.
L’intervento offre dunque un terreno particolarmente fecondo per un’indagine teorico-
linguistica, nella misura in cui mette in scena una tensione strutturale tra l’appello alla
coesione nazionale e l’esercizio, talora implicito, della polarizzazione polemica, rivelando le
dinamiche profonde attraverso cui il discorso politico costruisce consenso e delimita il campo
del dicibile.
L’impostazione del discorso di Giorgia Meloni istituisce un universo semantico in cui i
termini non descrivono una realtà oggettiva, ma si prestano a una strategia di legittimazione e
delegittimazione. L’assetto strutturale del testo, comprendente scelte lessicali e le modalità di
referenza storica, delineano uno schema geopolitico binario. L’opposizione politica diviene il
bersaglio di una critica che si pretende fondata su basi logiche, ma che, invece, rivela un uso
strumentale della storia e del diritto internazionale.
Le funzionalità del discorso, stando anche agli studi di Roman Jakobson, ha sei funzioni,
ciascuna delle quali corrisponde a un fattore della comunicazione: referenziale (orientata al
contesto), emotiva (orientata all’emittente), conativa (orientata al destinatario), fatica

(orientata al contatto), metalinguistica (orientata al codice) e poetica (orientata al messaggio
stesso). In un discorso che si pretenda razionale e argomentativo, la funzione referenziale
dovrebbe prevalere: il linguaggio dovrebbe cioè essere principalmente orientato a descrivere
il contesto, a fornire informazioni verificate, a rappresentare la realtà in modo fedele. Ebbene,
nel discorso di Giorgia Meloni al Senato, questa funzione referenziale viene sistematicamente
subordinata ad altre funzioni, in particolare a quella conativa e a quella emotiva.
Ciò che potrebbe sembrare un errore involontario o contraddizione indesiderata, si presenta, a
un esame più attento, come una scelta linguistica concepita per un preciso obiettivo. L’aspetto
conativo – tendenza a influenzare il destinatario orientando il comportamento e le convinzioni

  • è manifesto sin dalle prime righe, somministrato per mezzo dell’alternativa binaria che
    vincolando l’interlocutore ad una posizione sfavorevole. La funzione emotiva — quella che
    esprime l’atteggiamento del parlante rispetto a ciò di cui parla — si manifesta nel lessico
    drammatico- militarizzato tendente al moralizzante, inasprito da riferimenti a contesti storici
    attuali e suggestioni emotive più che informazioni.
    Insomma, la retorica di governo non ha bisogno di essere fondata in toto sul vero: è
    sufficiente creare uno scenario di realtà adeguatamente persuasivo, in cui la coesione
    invocata diventi arma polemica e l’unità nazionale si trasformi in dispositivo di esclusione.
    L’incipienza del discorso si impernia su un richiamo alle opposizioni. L’interesse nazionale è
    richiamato come trait d’union delle azioni dei partiti d’opposizione affinché possano
    convergere su un punto comune. L’alternativa è uno «spirito costruttivo e di coesione,
    sottraendo la discussione a una polarizzazione politica»
    Tradotto: o le opposizioni accolgono l’appello all’unità, legittimando la linea e le scelte di
    governo, oppure lo respingono, dimostrando di anteporre gli interessi faziosi a quelli
    nazionali. Il falsum dilemma è la stessa misura trumpiana, utilizzata all’inaugurazione del
    Board of Peace. Meglio noto con l’espressione aut…aut, il vangelo di Matteo presenta una
    sua forma più esplicita nella frase: «Qui non est mecum, contra me est». La fallacia, tanto
    comune quanto storica, limita la visibilità di una posizione mediana o di una sintesi
    alternativa. È intrinseco il dispositivo di delegittimazione preventivo: accettando,
    l’allineamento è automatico; rifiutando, l’irresponsabilità diviene il biglietto da visita della
    fazione.
    La figura che delinea il Presidente del Consiglio dei ministri è di uno statista dai gesti
    generosi e diplomatici, ma, ad un’attenta analisi, si evince la mossa strategica di un confronto
    volto a invalidare qualsiasi mossa dell’avversario. La strategia cade nel momento in cui alla
    Camera dei Deputati viene sottoposta la votazione sulla comunicazione della presidente del
    Consiglio. La votazione raggiunge 196 voti favorevoli a fronte dei 122 contrari e 3 astenuti.
    Un atto che raffronta le parole ai fatti, l’invito alle scelte dell’opposizione.
    Per corroborare la delegittimazione dell’opposizione e le sue scelte prossime, l’argumentum
    ad hominem si adatta alla perfezione. Meloni richiama nel suo discorso la condotta
    dell’opposizione, «Quando, da leader dell’unica forza politica di opposizione al governo

Draghi, non esitai a schierarmi con un governo che politicamente contrastavo senza sconti,
nelle ore drammatiche dell’aggressione russa alopposizione. La citazione rivela un uso
selettivo della memoria storica. La Meloni del 2021-2022 definisce un canone al fine di
rintracciare la superficialità e la frivolezza dell’atteggiamento dell’opposizione e la sua
macchina propagandistica. Anche se quest’ultima non è dichiarata, il riferimento è chiaro
nell’espressione «Tutte cose che ho sentito dire in questi giorni (…)», rivolgendosi
all’opposizione. L’autodifesa retrospettiva entra in conflitto con la strategia retorica
complessiva del discorso, la quale è ricca di attacchi e semplificazioni polemiche non
dissimili da quella che solitamente rimprovera agli avversari.
Se si tiene presente il gran numero di attacchi personali e politici reciproci pronunciati
nell’emicismo parlamentare, allora si evince un dato che accresce il disinteresse cittadino alla
politica. La Repubblica rivela che la sfiducia verso i partiti è alta – 7 persone su 10 danno un
giudizio insufficiente– e gli attacchi ad personam determinano l’incentivazione del dato. Per
saldare il concetto, è da notare che quando Meloni era all’opposizione il linguaggio
fortemente critico era diretto alle azioni del governo e della maggioranza; ora che è al
governo, quel medesimo linguaggio critico, espresso dalla minoranza parlamentare, viene
riqualificato come indegna propaganda.
La Ridefinizione selettiva della realtà è parte della comunicazione politica e, nella sua
ricostruzione, si delinea la retorica della negazione. Uno dei capita argumentorum è
l’affermazione dell’esistenza della guerra e della non partecipazione ad essa. In apparenza, si
tratta di una dichiarazione di intenti rassicurante. Ma, sul piano della logica informale, la
reiterazione della negazione produce un effetto paradossale. La ripetizione, usata come
comodo per la comunicazione del fatto, agisce come detonatore del dubbio dell’ascoltatore.
La rassicurazione diviene, paradossalmente, fonte di inquietudine. Inoltre, l’affermazione
opera una ridefinizione implicita del campo semantico del termine “guerra”. Se per guerra si
intende la partecipazione diretta con proprie forze armate a operazioni belliche,
l’affermazione è vera. Ma se per guerra si intende il coinvolgimento indiretto, la concessione
di basi, il supporto logistico, la partecipazione a coalizioni, allora il confine diviene più
sfumato.
Circoscrivendo il termine, otteniamo un’esclusione dal campo semantico di fenomeni che
potrebbero essere considerati, in una definizione più ampia, forme di partecipazione al
conflitto. La lingua diventa così strumento di delimitazione del reale. Notiamo, infatti, che
nel discorso della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni l’affermazione secondo cui “[…]
l’Italia non prende parte e non intende prendere parte”. al conflitto coesiste con il riferimento
all’invio di “assetti di difesa aerea” e alla presenza di militari italiani nell’area. La
partecipazione non è diretta e la definizione di cinetismo delle basi sottolinea l’intenzione di
neutralità, senonché il Manifesto spiega che le basi fungono da sedi di rifornimento e di
logistica. In questo slittamento si coglie chiaramente come il linguaggio politico non si limiti
a descrivere la realtà, ma operi una selezione attiva dei significati, stabilendo i confini entro
cui essa può essere interpretata.

Un caso emblematico è triplice negazione: Meloni dichiara che “Qui non c’è un governo
“complice” di decisioni altrui, né tantomeno un governo “isolato” in Europa, e nemmeno un
governo colpevole […]”. Questa struttura non è casuale.. La ripetizione di tre negazioni
successive opera secondo il meccanismo noto come effectus veritatis, un bias cognitivo per
cui l’ascoltatore percepisce un’affermazione come più vera quanto più viene reiterata. La
parola “tantomeno” configura una petitio principii, suggerendo che qualsiasi obiezione è già
implicitamente confutata. In pratica, la triplice negazione trasforma la difesa del governo in
un enunciato percepito come incontrovertibile, senza dover fornire prove concrete.
La presidente del Consiglio dei Ministri è cosciente che la minoranza è plurale. Tuttavia, la
semplificazione è il giusto mezzo per poter indicare un “noi” e un “loro”. L’enunciazione
dell’alterità non si limita a descrivere una differenza politica, ma costruisce una distinzione
ontologica. L’opposizione non è semplicemente in disaccordo, ma è radicalmente altra,
diversa e questa alterità viene assunta come peculiarità distintiva dal soggetto che la enuncia.
Sul piano logico, questa polarizzazione produce un secundum quid. L’appartenenza a un
braccio del parlamento e, di conseguenza, la distanza dal programma del governo permettono
una riduzione delle voci a un’unica matrice contraddittoria e irrazionale.
La stessa fallacia retorica è espressa sul conflitto mediorientale parlando dell’attacco di
Hamas al territorio israeliano riuscito col sostegno dell’Iran. Quest’ultimo sarebbe fautore di
un inasprimento dei conflitti odierni e avrebbe dato motivo maggiore per un intervento
armato degli Stati Uniti e di Israele. La generalizzazione procede per restringimento: si
ignorano le dimensioni cooperanti, individuando le totali responsabilità limitatamente all’Iran.
Il diritto internazionale è definito in crisi, ma avendo una nazione avversaria – Giorgia
Meloni non aveva elementi di giudizio – la deflessione del sistema è concepibile.
La lingua si fa dispositivo manicheo, che ci porta però a dedurre altro dal discorso. Parlando
di alterizzazione, ossia la creazione di un gruppo opposto ad un altro, quale posizione viene
implicitamente privilegiata nella costruzione del discorso? E superando l’elementare
presupposto manicheo, quando la responsabilità di un conflitto viene ridotta a un singolo
attore – l’Iran – e a una singola causa – il sostegno a Hamas, cosa rimane fuori dal quadro?
quali conseguenze emergono per la gestione diplomatica e la mediazione internazionale?
Oppure cosa stiamo salvaguardando?
C’è un modo di fare politica che non passa attraverso i fatti, ma attraverso le parole che li
raccontano. Non perché i fatti non contino, ma perché, prima ancora di essere affrontati,
vengono incorniciati, selezionati, interpretati. E chi possiede la cornice possiede anche il
senso. Quando un presidente del Consiglio si rivolge al Senato, ogni termine, ogni
costruzione sintattica, ogni figura retorica non è mai neutra: è già una presa di posizione.
Nel discorso, Meloni invoca l’unità nazionale, struttura il discorso in opposizione a
determinati attori politici, utilizzando strategie linguistiche volte a consolidare la coesione
interna, e circoscrive il termine “guerra”. Per ognuna la domanda è la stessa: perché?

Volendo estendere la gittata delle interrogazioni: perché chi chiede unità si comporta come se
l’unità fosse obbedienza? La salute nazionale vale la perdita della pluralità democratica? E
ancora: se la guerra prevede un attore e una vittima, quale teatro di forze oscure caratterizza il
crollo del diritto internazionale?
Le parole, in politica, non descrivono: giustificano, occultano, preparano. Quando il
linguaggio cessa di essere strumento di confronto e diventa dispositivo di potere, chi si
oppone non viene più confutato: viene escluso. Resta allora una domanda che precede tutte le
altre: chi decide, in una democrazia, quali parole sono ancora pronunciabili? La questione è
che quando si oltrepassa il confine del dicibile, nulla è più intoccabile e tutto è opinabile,
anche il diritto internazionale