Il comodo silenzio sul processo Cutro

Articolo di Anna Menale


«Ogni barca che affonda è frutto di una decisione presa dietro una scrivania». Bisognerebbe appenderla all’ingresso di ogni ministero, questa frase di Fernazeh Maleki, una delle sopravvissute della strage di Cutro. Bisognerebbe stamparla sulle scrivanie di chi, la notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, ha gestito le ultime ore del caicco Summer Love. Una notte di novantaquattro morti. E invece quella frase risuona fuori da un tribunale di Crotone, davanti alle telecamere rimaste sul marciapiede. Dentro no, dentro non si può. 

Si tratta di uno dei processi italiani più importanti ma contemporaneamente tra i più invisibili degli ultimi anni. Un processo blindato, quasi clandestino.

I protagonisti di questa vicenda sono, da una parte, sei funzionari e ufficiali dello Stato – quattro della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera – che quella notte erano in servizio nelle sale operative e che oggi si trovano alla sbarra con l’accusa di omicidio e naufragio colposo. Dall’altra parte della barricata ci sono oltre cinquanta superstiti, i familiari delle vittime e una fitta coalizione di organizzazioni non governative, tra cui Emergency, Sea-Watch e Mediterranea, che si sono costituite parti civili per chiedere conto di quella che si preannuncia come una clamorosa catena di omissioni istituzionali.

Al centro del dibattimento c’è una scelta di fondo che ha cambiato la vita di quasi duecento persone. La Procura sta cercando di smontare il motivo per cui il caicco sia stato trattato esclusivamente come un caso di law enforcement, ovvero come un’operazione di polizia per il contrasto all’immigrazione clandestina, invece di attivare immediatamente i protocolli SAR di ricerca e soccorso in mare. Eppure i report di Frontex c’erano, i video del caicco pure, e i segnali di pericolo erano tutt’altro che invisibili.

Tutto questo accade oggi nel Tribunale di Crotone, a pochi chilometri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Il calendario ci riporta alla notte tra il 25 e il 26 febbraio del 2023, con una cronologia che mette i brividi: alle 23:03 Frontex lancia l’avviso, alle 23:20 i comandi della Finanza via chat confermano la natura del carico scrivendo un laconico «solo migranti», e alle 4:30 del mattino successivo il legno del Summer Love si schianta sulle secche a un passo dalla riva. Eppure il processo è entrato nel vivo solo a inizio 2026, a tre anni esatti dalla strage. I classici tempi della giustizia italiana.

Ma è sul perché i soccorsi non siano mai arrivati che il processo sta toccando i punti più dolorosi. Secondo le perizie dei consulenti tecnici della Procura, come l’ammiraglio in pensione Salvatore Carannante, le navi per intervenire c’erano e le condizioni meteo avrebbero permesso la navigazione. Mentre le motovedette della Finanza rientravano per il mare mosso e la Guardia Costiera restava in attesa senza essere attivata, un pattugliatore avrebbe potuto intercettare l’imbarcazione a sole sei miglia dalla costa se solo fosse partito in tempo. Quando il pubblico ministero ha chiesto al consulente cosa avrebbe fatto al posto degli imputati, la risposta è stata una coltura di buonsenso e dovere: «io sarei uscito». Il bilancio finale di questo rimpallo burocratico non è una tragica fatalità, ma la morte accertata di novantaquattro persone, tra cui trentaquattro bambini, e un numero mai calcolato di dispersi.

La domanda sorge spontanea: se un ammiraglio dice in un’aula di tribunale che si potevano salvare novantaquattro persone e non lo si è fatto, perché i telegiornali aprono su altro? Perché i grandi quotidiani nazionali si soffermano su altre notizie?

La risposta è dolorosa: perché questo processo non ha il colpevole perfetto che piace alla narrazione mainstream. Il processo agli scafisti – rapido, lineare, con i “cattivi” da sbattere in prima pagina – è stato trasmesso, digerito. Ha prodotto cinque condanne e un pacchetto di leggi che porta il nome di Cutro. Quello è rassicurate: il male viene da fuori.

Il processo ai sei militari, invece, obbliga a guardare dentro le nostre istituzioni. Mette a nudo la burocrazia dei respingimenti, le direttive politiche che negli ultimi anni hanno blindato le frontiere a scapito del soccorso in mare. È un processo scomodo. Parla di “consapevolezza” e di “affidamento”, di rimpalli tra Capitaneria e Finanza. Addirittura, è emerso che nei file audio consegnati su DVD dal Comando generale delle Capitanerie di Roma manca un frammento di registrazione presente invece a Reggio Calabria. Dettagli che la politica preferisce non commentare e che il dibattito pubblico, ormai assuefatto alla contabilità dei morti nel Mediterraneo (oltre 770 solo nei primi mesi del 2026), preferisce ignorare.

Ma la vera vergogna avviene sulla pelle del diritto di cronaca. Il presidente del collegio giudicante, Alfonso Scibona, ha vietato le riprese audio-televisive e l’uso dei registratori in aula. Il tutto, a detta sua, per “garantire sicurezza e tranquillità”. 

Impedire alle telecamere di entrare significa, di fatto, svuotare il principio della pubblicità del processo. Se un cittadino non può sentire come si difende lo Stato dall’accusa di aver lasciato annegare trentaquattro bambini, quel processo non è più pubblico: è solo tollerato. Un Paese che ha paura della verità delle proprie aule di giustizia è un Paese che ha già perso la sua dignità.