Editoriale di Adele Russo

«Collezionare fotografie significa collezionare il mondo», scrive Susan Sontag in Sulla fotografia. Che si tratti di attestare un’esistenza reale, di documentare un evento politico o sociale irripetibile, o di perennizzare i momenti più importanti della nostra vita — celebrazioni, ricorrenze familiari, viaggi — la macchina fotografica nasce come uno strumento per certificare il nostro vissuto. Fotografare significa, in un certo senso, prendere il controllo del reale.
Eppure, proprio nel cuore della modernità, la fotografia si afferma anche come arte. Ma che cosa rende artistica una fotografia? Come si distingue un’immagine capace di parlare all’animo umano da un semplice cliché o da uno scatto a fini puramente consumistici?
La fotografia assume allora una triplice dimensione. È innanzitutto capacità di guardare con sensibilità, di provare compassione. È anche interrogazione sul bene e sul male, sul tempo, sulla vita e sulla morte. Ed è, infine, esperienza di appartenenza: il sentimento profondo di condividere con gli altri una stessa condizione umana.
Il mondo corre. Siamo continuamente esposti a immagini e contenuti destinati a cadere rapidamente nel dimenticatoio. In una realtà in costante trasformazione, immortalare un momento diventa un atto di resistenza. Significa fermarsi, cogliere un dettaglio, farlo proprio e concedersi il tempo di assaporare ciò che si sa già destinato a svanire.
Forse è proprio di fronte alla nostra impotenza dinanzi alla perdita che nasce il desiderio di scattare. Fotografiamo per rivivere un istante, o per paura che esso precipiti nell’oblio. Restare, mentre tutto scorre, significa chiedere alla clessidra di rallentare, lasciare che i granelli di sabbia cadano più lentamente, almeno per una volta. In questo senso, la fotografia è l’impronta del nostro passaggio: conserva la traccia del fatto che siamo stati lì.
Nella macchina fotografica vi è anche qualcosa di predatorio. Scattare è come sparare una pallottola contro il tempo, ferirlo. Fare una fotografia significa intervenire nel mondo, affermare come lo vediamo, come lo interpretiamo e come ci sentiamo al suo interno. L’immagine non è più soltanto l’incontro tra un evento e un fotografo, ma una perfetta liaison tra il sé e il mondo. Fotografare diventa così un modo di stare al mondo e di trattenere ciò che amiamo.
Ma la fotografia non è un atto di solitudine. È unione, memoria, compagnia. Finché persiste il ricordo, non si è mai veramente soli davanti a una fotografia. Da essa emergono ombre del passato che illuminano il presente e orientano il futuro. Le fotografie sono come quadri: rappresentano vite, abitudini, tradizioni, modi di abitare il mondo. Il loro valore consiste nell’essere testimoni di un tempo che diventa passato nell’istante stesso in cui lo scatto avviene.
Osservando una fotografia, possiamo avvertire con forza che non siamo soli. Alcune immagini ci intimoriscono: ci avviciniamo con cautela, come se ci sussurrassero che, dentro la nostra bolla, esiste qualcun altro che prova esattamente ciò che proviamo noi. Guardare una fotografia e riconoscersi in essa significa sperimentare una forma silenziosa e profonda di fraternità.
La fotografia è anche un’arte profondamente democratica. È un atto di tolleranza e di solidarietà, perché non esiste un soggetto più degno di un altro. Ogni dettaglio è unico, ogni essere merita di essere guardato e riconosciuto, poiché porta con sé una novità, una singolarità.
Roland Barthes, in La chambre claire, definisce «punctum » quel dettaglio inatteso che ci colpisce e ci ferisce. È quell’elemento casuale — Barthes usa il verbo francese «poindre» — che trafigge lo sguardo, stringe il cuore e induce alla riflessione.
È prestando attenzione all’ordinario e all’intimo che fiorisce lo straordinario. In ogni angolo, in ogni istante, può nascondersi un momento irripetibile. L’abilità del fotografo consiste nel saperlo vedere e nel concedergli tempo. In questo senso, chi fotografa compie una forma di magia: rivela istanti impercettibili e fugaci che l’occhio nudo, immerso nel caos e distratto dalle apparenze, non riesce a cogliere.
La fotografia diventa davvero arte quando si fa strumento di una soggettività curiosa e intrepida, capace di esprimere l’interiorità dello sguardo. E spesso, quanto più un’immagine è semplice e naïf, tanto più riesce a provocare quella stretta al cuore che ci mette in contatto con qualcosa di essenziale.
Il mondo continua a scorrere, ma la fotografia resta il tempio della nostra umanità. Entrando in questo tempio, si ode un inno silenzioso all’esperienza umana condivisa. La fotografia è resistenza al tempo vorace, macchina del tempo e occasione di riflessione su ciò che ci accomuna come specie.
Ci ricorda che condividiamo la stessa fragilità: soffriamo, desideriamo, amiamo, sogniamo. E forse, per la durata di un clic, crediamo davvero di poter sfiorare l’immortalità.
La sfida delle fotografie della rubrica di NOS sarà proprio questa: partire dai gesti quotidiani per trasformarli in riflessioni universali sulla nostra umanità condivisa.