Articolo di Maria De Pasquale

Il 24 febbraio 2026 la Commissione Bilancio della Camera ha respinto la proposta di legge AC 2228, sostenuta dalle opposizioni, che avrebbe introdotto un congedo di paternità paritario. Il provvedimento puntava a superare la disparità nei tempi di congedo tra i genitori, permettendo ai padri di assentarsi fino a 5 mesi retribuiti integralmente. Prevedeva, inoltre, un rafforzamento delle tutele economiche per le madri, attraverso l’aumento dell’indennità di maternità. La riforma sarebbe intervenuta anche sul congedo parentale facoltativo, con l’obiettivo di renderlo più equilibrato e condiviso tra i genitori, riducendo la prevalenza del suo utilizzo da parte delle madri e favorendo una maggiore partecipazione dei padri alla cura nei primi anni di vita del bambino.
I motivi della bocciatura si devono alla Ragioneria dello Stato, secondo cui le coperture finanziare previste non sarebbero state adeguate a sostenere i costi della riforma, giudicata troppo onerosa per l’attuale quadro di bilancio, con stime di spesa considerate incompatibili con le risorse disponibili.
La proposta respinta si inserisce in un quadro che, ad oggi, presenta una struttura fortemente differenziata per madri e padri, che poteva in parte risolvere. Il sistema dei congedi parentali in Italia si articola su tre livelli. Il congedo di maternità è obbligatorio, generalmente suddiviso tra prima e dopo il parto, dura 5 mesi ed è retribuito all’80% con la possibilità di arrivare con contratti collettivi alla copertura totale grazie a integrazioni aziendali.1 Il congedo di paternità obbligatorio, invece, prevede solo 10 giorni (in caso di parto plurimo venti giorni lavorativi) retribuiti al 100% da usufruire a ridosso del parto.2 Accanto a queste misure si colloca il congedo parentale facoltativo, che consente ad entrambi i genitori di astenersi dal lavoro per un massimo di 10 mesi complessivi, elevabili a 11 se il padre ne usufruisce per almeno 3 mesi, con un’indennità generalmente pari al 30%.
Questi dati non sono solo numeri: mostrano quanto il sistema sia ancora fortemente sbilanciato e quanto contribuisce ad accentuare le disuguaglianze di genere, sia nell’ambito lavorativo che nella vita quotidiana. Se sono soprattutto le donne ad assentarsi dal lavoro per lunghi periodi, saranno inevitabilmente anche quelle più esposte a rallentamenti di carriera, minori opportunità professionali e sovraccarichi psicologici. In questo quadro si inserisce la cosiddetta “penalità minorile” descritta da Save the Children,3 che costringe ancora troppe donne a rinunciare al proprio lavoro. In molti casi, infatti, le madri trovano difficoltà nel conciliare occupazione e cura familiare, a causa dell’assenza di una reale condivisione dei compiti di cura. A ciò si aggiunge spesso anche l’assenza di servizi educativi e di supporto adeguato, che finisce per affidare quasi interamente alle donne l’onere della cura.
Si tratta, quindi, di un sistema profondamente penalizzante per le donne, che contribuisce anche a rafforzare il pregiudizio, ancora troppo radicato nel mercato del lavoro, secondo cui le donne sarebbero meno disponibili rispetto agli uomini proprio a causa della maternità.
Le conseguenze di questo sistema, però, incidono anche sul ruolo sempre più marginale dei padri nella cura dei figli nei primi mesi di vita. Una presenza maggiore dei padri non solo rappresenterebbe una maggiore tutela per le madri, ma aiuterebbe anche a rafforzare il legame familiare e a favorire uno sviluppo più sereno del bambino. Infatti, una partecipazione più equilibrata contribuirebbe a creare relazioni familiari più stabili e una distribuzione più equa delle responsabilità e dei compiti genitoriali.
Il congedo di paternità, secondo quanto indicato dall’INPS, sarebbe “finalizzato a una più equa ripartizione della responsabilità genitoriale ea un’instaurazione precoce del legame tra padre e figlio”.4 È un obiettivo che, però, si scontra con la realtà: dieci giorni appaiono insufficienti a garantire quella continuità di presenza necessaria a costruire un legame significativo. Da qui emerge la distanza tra l’intento normativo e la sua reale attuazione.
Una distanza che appare ancora più evidente se confrontata con altri Paesi europei, dove negli ultimi anni sono state introdotte misure orientate a una maggiore equità nella distribuzione dei congedi parentali. In Spagna, ad esempio, entrambi i genitori possono usufruire di 19 settimane totalmente retribuite. La ministra del lavoro Yolanda Díaz ha sottolineato il carattere femminista di questo modello, perché evita che l’intero carico della cura ricada automaticamente sulle madri. La Svezia, invece, prevede complessivamente circa 480 giorni di congedo condiviso. Ma ancora più avanzato è considerato il sistema islandese, uno dei modelli di welfare familiare più sviluppati: ogni genitore ha diritto a seimesi individuali di congedo, incentivando così una presenza paterna concreta e continuativa e una distribuzione più equilibrata delle responsabilità familiari.
Il nodo dei congedi parentali non riguarda, dunque, soltanto il sistema assistenziale o l’organizzazione familiare, ma il modo stesso in cui una società decide di distribuire diritti e opportunità tra uomini e donne. Finché questa distanza continuerà a persistere, sarà difficile costruire una reale uguaglianza di genere.