L’involuzione della scuola da istituzione della formazione a fabbrica di lavoratori

Articolo di Antonella Di Palma


Uno dei protagonisti della scena politica attuale, Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, nelle ultime settimane ha provato a parlare di scuola, il primo istituto messo in discussione nel momento in cui si vuole criticare la deriva socioculturale di un tempo e che, irrealisticamente, si crede debba risolvere tutti i problemi del mondo, che possa effettivamente farlo con sole proprie forze. Anche il generale, come tanti non addetti ai lavori, ha voluto dire la sua e l’ultima idea è quella di voler creare «classi distinte per merito». Non è la prima volta che suggerisce una cosa simile: già nel 2024 propose classi esclusivamente destinate ai ragazzi disabili. Come allora, le sue dichiarazioni destano scalpore.

Da tempo la scuola prova a scongiurare la creazione delle classi-ghetto. L’obiettivo è garantire equità a tutti gli studenti, indipendentemente dalla situazione di partenza di ognuno di essi. Avere una classe omogenea assicura un lavoro migliore ai docenti perché è facile insegnare a chi possiede già basi solide, a chi riesce a seguire; quanto agli allievi, probabilmente anche loro trarrebbero giovamento da un gruppo motivato e diligente, ma la realtà non è questa. La scuola punta a educare gli alunni ad inserirsi in società: questa è la base su cui poter costruire il sapere. Ma una crescita autentica non può avvenire in contesti ovattati in cui non si sa cosa c’è fuori, in cui non si vede al di là del proprio naso. Conoscere la diversità, rispettare anche il ritmo altrui, riconoscere che non tutti abbiamo le stesse possibilità di partenza, ma che tutti, se dotati degli strumenti giusti e posti in una condizione di equità – e quindi inclusi -, possono raggiungere i risultati attesi, vuol dire mostrare agli allievi com’è il mondo e che nessuna condizione è una sentenza.

Se i ragazzi venissero rinchiusi in una bolla e già presentati a se stessi e agli altri come l’élite, oppure se quelli svantaggiati fossero marginalizzati in contesti in cui è difficile recepire stimoli e provare a fare ulteriori progressi cognitivi e formativi, sarebbero in grado, un domani, – con la prospettiva di diventare parte attiva della società in quanto futuri adulti, nonché cittadini e di conseguenza prossimi elettori -, di vivere in una società piena di fratture, costituita da gruppi privilegiati e altri svantaggiati, senza uscirne impreparati ad affrontare le molteplici vicissitudini?

Le classi eterogenee sono necessarie poiché garantiscono agli studenti di riscattarsi attraverso l’istruzione, nonostante si dica che sia diventato impossibile e si sminuisca lo studio proponendo in maniera assillante un tipo di formazione finalizzata solo all’acquisizione di competenze utili al lavoro: si pensi al concetto di scuola inteso come fabbrica di futuri lavoratori, esclusivamente indirizzati verso le logiche del mercato (questa tendenza è testimoniata in particolare dalla riforma 4+2 degli istituti tecnici). Offrire a tutti gli stessi strumenti consente a chiunque di puntare in alto e di dare una svolta reale alla propria formazione e alla propria vita.

La scuola è l’unico, vero spazio in cui poter essere adolescenti e, per quanto possibile, sereni, e deve rimanere tale, permettendo agli alunni di studiare senza intendere l’istruzione come corsa al lavoro e senza farsi carico sin da giovanissimi di problematiche come la professione che si dovrà esercitare in futuro. Perciò è necessario – in una società individualista e altamente competitiva, sempre alla ricerca di un fine – preservare la scuola nella sua dimensione di tutela delle potenzialità dei ragazzi e della loro crescita, salvaguardando chi eccelle dalla comparazione ossessiva e umiliante con gli altri, da cui uscire vincenti e sani è quasi impossibile, e chi fa più fatica dallo stigma della situazione sociale di appartenenza.