La perdita di un riferimento culturale: Francesco Guccini

Articolo di Christian Gargiulo


Quando ci lascia un pilastro della nostra cultura, il cui attraversamento ha coinvolto intere generazioni – dagli anni Sessanta ad oggi -, la morte si configura come un atto di rilascio di un’eredità che non appartiene più a chi l’ha generata, ma a chi la vuole accogliere. La scomparsa di Guccini ha emotivamente suscitato profonda commozione non soltanto per il principio di assimilanza – poiché a volte ci capita di considerare vicini, quasi a ritenerli pari a dei parenti – del rapporto che si può avere con un artista generazionale, ma ciò che ha turbato i suoi ammiratori è la perdita di uno tra i più importanti riferimenti culturali del nostro tempo, le cui opere sono servite per rappresentare una serie di elementi imprescindibili della nostra quotidianità. L’eredità che ci lascia è inestimabile ed è maturata grazie a innumerevoli esperienze parallele o alternative al mestiere che ha ricoperto per diversi decenni. Però, prima di diventare il Guccini che conosciamo, il cantautore esplorò diverse strade.

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primissimi Sessanta lavorò come cronista per la Gazzetta di Modena e, poco dopo, a questa propensione verso la scrittura affiancò una duratura vocazione didattica: per circa vent’anni, a partire dalla metà degli anni Sessanta, lavorò come docente di lingua italiana per gli studenti statunitensi del Dickinson College a Bologna, portando avanti parallelamente la carriera cantautorale e la cattedra. Nel corso degli anni, la sua figura carismatica e la sua naturale carica ironica gli aprirono anche le porte del cinema, cimentandosi come attore, prestando il volto a personaggi memorabili, spesso burberi, come accadde con i film diretti da registi come Ligabue (iconico il suo ruolo da barista in Radiofreccia), Angelucci, Benni, Monteleone, Pietrangeli e Mingozzi, confermando una versatilità intellettuale e artistica capace di spaziare dal giornalismo all’insegnamento, fino al grande schermo.

Francesco Guccini esordisce in televisione grazie ad altri giganti della musica italiana: Giorgio Gaber e Caterina Caselli. La trasmissione si intitolava Diamoci del tu, e la puntata andò in onda nel maggio del 1967: il suo esordio coincise con quello di Francesco Battiato, divenuto popolare con il nome di Franco grazie al suggerimento di Gaber di non sovrapporre i due nomi. Ma prima di mostrare il proprio volto nella televisione di Stato, Guccini iniziò a farsi strada anche grazie al popolare gruppo musicale I Nomadi – in quanto autore di testi divenuti poi famosi -, i quali nel 1966 pubblicarono Noi non ci saremo e, all’inizio del 1967, il brano Dio è morto. Quest’ultima canzone venne censurata dalla Rai, ma con grande sorpresa fu mandata in onda su Radio vaticana.

Queste sono le prime coordinate di un giovanissimo Guccini che non intendeva scandalizzare, bensì manifestare l’entusiasmo di un rilancio che la sua generazione attendeva e che si sarebbe poi manifestata soprattutto con le rivolte del Sessantotto. Gran parte della sua generazione si votava alla militanza e alla canzone politica intesa come strumento di propaganda, per cui il cantautore scelse la via di un percorso in cui i tratti universali si alternano a quelli più intimi. Gli anni Settanta, inaugurati dall’ancora operativa scia delle grandi contestazioni, per poi successivamente scivolare negli anni di piombo, trovano in lui un narratore di dubbi necessari per far accrescere il senso di ricerca delle risposte anche di natura esistenziale. Con l’album Radici del 1972 – contenitore di brani dalla gigante portata come La locomotiva –, Guccini fissa lo sguardo sulla memoria e sulla sua “piccola città”, rivendicando l’importanza delle origini come unica bussola possibile quando il presente appare indecifrabile. Il senso di appartenenza e attaccamento alle origini sarà ripreso successivamente, soltanto che, con l’avanzare degli anni, subentrerà soprattutto l’effetto nostalgia. Un passaggio cruciale di quegli anni è segnato da Stanze di vita quotidiana del 1974, disco che attrasse feroci critiche, generando in Guccini un profondo sdegno. Nel 1976, infatti, con Via Paolo Fabbri 43 viene verbalizzato l’apice della tensione sociale, anche in relazione al rapporto tra società e canzoni. In un clima in cui al cantautore si richiedeva il ruolo di primo impegno, Guccini difende il proprio diritto all’indipendenza intellettuale. Brani come L’avvelenata – nata proprio in risposta anche per il clima di critiche, di cui è stato anch’egli vittima nel precedente biennio – diventano veri e propri manifesti contro i moralismi di ogni colore: un rifiuto categorico di farsi etichettare o di piegarsi alle mode culturali del momento, rimettendo al centro l’individuo con tutte le sue contraddizioni. A chiudere idealmente questo decennio così denso arriva Amerigo (1978), dove il racconto del prozio emigrato si mescola a canzoni leggendarie come Eskimo, manifesto delle disillusioni di un’intera generazione.

Con il tramonto delle grandi ideologie e il riflusso degli anni Ottanta, il disincanto gucciniano non cede al cinismo, ma si sublima nella forma alta della letteratura. Gli album diventano romanzi in versi, in cui la narrazione biografica si allarga per accogliere la storia universale. Da Signora Bovary del 1987 fino a D’amore di morte e di altre sciocchezze del 1996, i protagonisti delle sue canzoni diventano archetipi delle fragilità umane. È il momento in cui prende forma Cirano: un inno potentissimo alla coerenza, una ribellione romantica contro i compromessi e le meschinità della società, in cui l’ombra del poeta si fonde indissolubilmente con quella della maschera. L’ingresso nel nuovo millennio non scalfisce la sua urgenza narrativa, che trova nuova linfa in album introspettivi come Stagioni nel 2000, dominato dal tempo che scorre e da capolavori come Don Chisciotte, in cui l’idealismo romantico torna a sfidare i mulini a vento di una modernità sempre più arida.

Nel 2004 Guccini pubblica Ritratti, tra gli ultimi lavori in studio, prima di una pausa lunga otto anni. Si tratta di un’opera intensa, ricca di spunti letterari e di forte impegno civile. Tra le tracce del disco spiccano Odysseus, un brano dal respiro mediterraneo dedicato all’eterna spinta umana verso la conoscenza, e Piazza Alimonda, un’amara e lucida riflessione sui tragici fatti del G8 di Genova. Questo lavoro rappresenta un tassello cruciale che fa da preludio all’ultima fase della sua carriera e al successivo ritiro dalle scene dal vivo.

L’ultimo atto di questa lunga parabola artistica non poteva che compiersi attraverso un ritorno alle origini. Con L’ultima Thule, nel 2012, Guccini chiude la sua avventura discografica, ritirandosi fisicamente e metaforicamente a Pàvana, nel cuore di quell’Appennino tosco-emiliano che è stato il principio e il confine del suo mondo poetico. Ha dismesso i panni del cantautore per indossare esclusivamente quelli del saggio custode di memorie montanare, dedicandosi alla stesura di romanzi, l’ultimo dei quali uscirà postumo a settembre.

Guccini ci lascia un’eredità fatta di parole pesate, di dubbi coltivati con cura e di una formidabile ostinazione. Un’eredità che ora, come un vecchio soprabito lasciato su una sedia, attende solo che le nuove generazioni trovino il coraggio di indossare.

Ma chi è, in fondo, Francesco Guccini? Per decenni, vari critici, intellettuali e fan hanno cercato di imbrigliarlo nella definizione di “poeta”, un cantore dei nostri tempi. Eppure, lui ha sempre scrollato le spalle davanti a questa etichetta, ritraendosi con quella sua ironia sorniona e disincantata. Ha preferito definirsi un “burattinaio di parole”, un artigiano che lima e incastra versi come un falegname fa con il legno. E forse è proprio in questa ostinata rivendicazione di normalità che risiede la sua vera essenza. Guccini non ha mai voluto salire in cattedra a impartire lezioni, ma ha preferito sedersi a un tavolo, possibilmente quello di un’osteria, con un bicchiere di vino e una chitarra, per dare voce ai sognatori, ai vinti, a chi si fa domande.

Un’attitudine, un modo di intendere la vita e la musica, che non lo ha mai abbandonato, nemmeno nella sua vecchiaia. Quando il silenzio discografico sembrava ormai definitivo e il suo ritiro nella tranquillità di Pàvana un capitolo chiuso, nel 2022 e poi nel 2023 è tornato con due dischi dal sapore – e sapere – antico: Canzoni da intorto e Canzoni da osteria. Ha ripescato canti anarchici, ballate popolari e brani della tradizione, cantandoli con la voce ruvida, affaticata ma profondamente vera di chi ha attraversato il tempo. Un ritorno alle origini, alla musica intesa come momento di aggregazione, fatta per il puro piacere di cantare insieme.

Un elemento fondamentale per descrivere la grandezza di Guccini è la presenza costante dei giovani. Nonostante il radicale scorrere dei decenni e il ricambio delle generazioni, le fasce giovanili non lo hanno mai abbandonato. Chiunque sia stato a un suo concerto ricorda bene l’immagine più potente: sotto il palco, c’erano sempre schiere di ventenni e trentenni che cantavano canzoni scritte anni prima che loro nascessero. I giovani continuano a cercare Guccini, oggi come ieri, perché in lui dubbi sinceri; trovano la rabbia per le ingiustizie, la dolcezza della malinconia, la forza incrollabile dell’utopia; trovano un compagno di strada che non giudica, ma che sa mettere in fila le parole per descrivere esattamente i tumulti che hanno dentro. E finché ci sarà un ragazzo disposto a emozionarsi per una «locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia», o a perdersi nel racconto di un vecchio amore, le parole di questo straordinario cantastorie non smetteranno mai di esondare e raggiungere la mente e i cuori delle persone.