L’Odissea contemporanea tra il peso della memoria e l’atto di fede

Editoriale di Adele Russo


«Un classico non è un libro vecchio. È un libro che continua a dire qualcosa di nuovo», scriveva Italo Calvino. L’Odissea non racconta semplicemente il ritorno di un re: racconta l’esperienza universale dell’uomo. Il nuovo film di Christopher Nolan ha riportato il poema omerico al centro dell’attenzione globale, ma il suo successo non può essere spiegato soltanto con l’imponenza della regia, il cast o la maestria visiva. Se milioni di spettatori continuano a emozionarsi davanti al viaggio di Ulisse è perché quel viaggio parla ancora di noi.

Perché un poema di quasi tremila anni continua ad apparire così drammaticamente moderno? Perché Ulisse non è un eroe distante, ma è l’incarnazione dell’uomo contemporaneo alla ricerca della propria identità: un uomo segnato da continue, dolorose scoperte. Ci ricorda che il successo non coincide sempre con il giusto, che ricordare significa accettare il dolore, che gli ostacoli non sono mostri ma opportunità, e che spesso il ritorno richiede più coraggio della partenza.

Nel Libro I dell’Odissea (vv. 32-34) si legge: «Gli uomini accusano gli dèi delle loro sciagure; ma sono essi stessi, con la loro follia, a procurarsi dolori oltre il destino». In queste parole risiede già la grande domanda del poema: quanto del dolore umano nasce dalle scelte degli uomini stessi? L’Odissea non narra le imprese belliche della guerra di Troia, ma ciò che rimane dopo di essa: le conseguenze dei saccheggi, della violenza, dell’inganno e della manipolazione. È il racconto di un conflitto che non termina con la caduta delle mura né con la vittoria dei conquistatori. Continua dopo la pace, nelle ferite morali e nella coscienza di chi è sopravvissuto, sollevando un quesito ancora irrisolto: vincere significa davvero avere ragione?

La caduta di Troia nasce dalla mêtis, la straordinaria e ambigua intelligenza strategica di Ulisse. La città viene conquistata, ma il poema dimostra che ogni vittoria ottenuta con l’inganno porta con sé un peso indelebile: Troia non scompare, ma continua a vivere nella memoria e nel senso di colpa del suo distruttore. Ancora oggi le guerre mostrano lo stesso paradosso: dietro le strategie e le vittorie proclamate, rimangono solo gli esseri umani, le perdite e il peso delle scelte compiute.

È proprio da questa frattura etica che nasce il quesito esistenziale che, nel film di Nolan, tormenta Ulisse: «Dopo anni dedicati alla guerra, alla strategia e al successo, che cosa rimane ancora da conquistare?».

La risposta punta al territorio più difficile e inesplorato: se stessi. La vittoria militare dimentica che gli uomini non sono macchine da guerra, ma esseri fragili. Quando tacciono le armi, iniziano a gridare il rimorso, la memoria dei caduti e il confronto con le proprie macerie interiori. È allora che comincia la battaglia più dura: quella con la propria coscienza. Il viaggio di Ulisse attraverso mari e mostri – dai Lotofagi a Polifemo, da Circe all’Ade, dalle Sirene a Calipso – si rivela un percorso interiore in cui l’eroe deve accettare una verità fondamentale: l’uomo approdato a Itaca non potrà mai più essere quello che era partito.

«Noi sappiamo tutto ciò che avvenne nella vasta Troia e tutto ciò che accade sulla terra feconda» (Odissea, Libro XII). Il canto delle Sirene rappresenta la tentazione più sottile e micidiale: la promessa della conoscenza assoluta e del controllo totale. Ulisse resiste legandosi all’albero maestro, ma sceglie comunque di ascoltare. Nel film, Nolan rende viscerale l’effetto di quelle voci, e quando i compagni gli chiedono cosa abbiano pronunciato, Ulisse sintetizza: «Tutto ciò che desideravi essere, e poi tutto ciò che avresti voluto non aver mai desiderato».

Il canto delle Sirene è straziante perché ricorda ad Ulisse che ciò che già possedeva era tutto quello di cui aveva davvero bisogno. Preso dall’ambizione di travalicare ogni confine, aveva dimenticato che la sua Itaca era il suo intero universo. È lo specchio del nostro presente: corriamo a ritmi insostenibili, accumuliamo traguardi ed esperienze al solo scopo di dire “l’ho fatto”, dimenticando che nessun panorama o traguardo può appagarci se non siamo in pace con noi stessi.

Il viaggio prosegue: «Molti furono gli uomini di cui vide le città e conobbe la mente, molti dolori patì sul mare» (Libro I, vv. 3-5). Nessuno torna identico. Se i Lotofagi incarnano la tentazione dell’oblio immediato e superficiale, Calipso offre la scorciatoia definitiva: l’immortalità, una vita al riparo dal dolore e dal peso della memoria. Dimenticare può sembrare una liberazione dal rimorso, eppure la memoria – per quanto dolorosa – è la conditio sine qua non dell’esistenza: senza memoria non esiste identità.

In Nolan questa riflessione raggiunge il suo apice. Calipso comprende che la vera prigione di Ulisse non è l’isola, ma l’ossessione di voler governare ogni evento. Per questo lo sfida ad affrontare la prova più difficile: «Rinuncia alla lotta, rinuncia al controllo e vivi: è il salto di fede che non hai ancora avuto il coraggio di compiere». Calipso ribalta la prospettiva del viaggio: ci insegna che esistono battaglie che non si vincono con la forza o con la strategia, ma accettando di essere vulnerabili.

Ogni figura dell’Odissea incarna una sfaccettatura della nostra condizione quotidiana. Penelope dimostra che la speranza non è un’attesa passiva, ma una scelta d’amore quotidiana e rivoluzionaria; Telemaco incarna il coraggio di crescere senza imitare i padri, trovando la propria strada; Atena rappresenta la sapienza che rifiuta la violenza cieca; Argo è la fedeltà capace di riconoscere l’essenziale oltre le deformazioni del tempo; Circe ci insegna che il cambiamento non va temuto, ma governato e trasformato in metamorfosi.

In una società ossessionata dalle prestazioni, dalla pianificazione ossessiva e dalla paura di sbagliare, la lezione congiunta di Omero e Nolan si rivela un faro nella tempesta. Il grande successo del film risiede nel suo coraggio di ricordare a una generazione smarrita che la vittoria più grande non consiste nel dominare il mondo, ma nel ritrovare sé stessi.

La domanda fondamentale con cui ci lascia l’Odissea non è se Ulisse riuscirà a toccare di nuovo le sponde di Itaca, ma se sia ancora possibile ritrovare la propria anima dopo essere stati frammentati dalle tempeste della vita. Non c’è trionfo nell’oblio, né gloria nella conquista del nemico: la vera audacia risiede nella capacità di guardare le proprie cicatrici e fare pace con esse.

Oggi, immersi in una modernità che ci richiede di essere infallibili, siamo davvero pronti a compiere quel “salto di fede”? Abbiamo ancora l’ardire di abbandonare l’illusione del controllo, accettare la bellezza delle nostre imperfezioni e scoprire che la vera casa verso cui stiamo viaggiando siamo sempre stati noi stessi?