Articolo di Antonio Avilio
André Malraux nel suo Condition humaine, in un dialogo tra un pastore ed un rivoluzionario, riesce
a definire la funzione della politica condensandola in due battute. Il primo chiede al secondo «Quale
fede politica potrà spiegare il dolore umano?» questi gli risponde «Preferisco diminuirlo invece che
spiegarlo».
Ecco: la politica come l’arte possibile che deve diminuire il dolore.
Se questa è la sua funzione e se, soprattutto, non ci dimentichiamo del lascito marxiano di dover
cambiare, e non solo interpretare, il mondo, si comprende bene come resti inevitabile ricorrere alla
categoria del conflitto per abitare con consapevolezza la polis globale.
Ad oggi viviamo in un tempo di anestesia che ha, nei fatti, de-politicizzato ogni atto, svuotato ogni
forma di dissenso disperdendone ogni istanza insorgente per diluirlo tra le poche piazze reali e,
molto più spesso, virtuali.
Invece, occorre riprendere una lettura ed una prassi di parte, partigiana, cioè agire per l’alternativa,
per il radicalmente diverso, assumendo come proprio punto di partenza una precisa metà del campo
sociale, contro ogni finta costruzione interclassista e pacificata, ribellandosi alla vulgata del senso
comune per fondare un nuovo sentire ed un senso altro. Un conflitto soggettivo, ovvero che recuperi
come categoria ermeneutica l’uomo inteso come soggetto relazionale, all’interno di uno scontro di
interessi che porti il prevalere dell’uno e la sconfitta dell’altro e che smascheri la finta neutralità che
si cela sotto le vesti della tecnica, dell’economia o della scienza politica e che imponga, per ognuno,
la responsabilità dell’agire e dell’esserci.
Ecco allora cosa vuol dire strutturare un discorso e immaginare il conflitto oggi, nel momento in cui
il capitalismo raggiunge il suo acme che, però, mette a repentaglio la possibilità stessa della vita.
Lo spazio per analizzare «a che punto è la notte» non è sufficiente in un articolo, tuttavia proviamo
a delineare il contesto nel quale il conflitto deve nascere per offrire, in maniera sintetica e
certamente non esaustiva, alcuni percorsi da compiere.
Il mondo, nell’arco degli ultimi quarant’anni, è cambiato non una, ma molteplici volte. L’epoca
nella quale ci troviamo a vivere ha completamente stravolto gli assetti sociali in una maniera più
intensa e più rapida rispetto a tutti i cambiamenti precedenti. La struttura fordista e taylorista che ha
caratterizzato gli ultimi 150 anni aveva contribuito certamente a generare disuguaglianze ed
ingiustizie, ma aveva anche aiutato l’emergere ed il formarsi di un’identità soggettiva, quella del
lavoro e del Capitale, ben riconoscibili non solo come autocoscienza di classe ma anche per gli
interessi in ballo, le dinamiche di sfruttamento e le rispettive rivendicazioni.
La rivoluzione tecnologica attuale e la conversione del capitalismo in finanza, invece, hanno reso
tutto sfumato. La smaterializzazione sempre più veloce del lavoro nella sfera degli algoritmi, nei
meandri dei grandi big data center e nelle holding finanziarie che controllano tutto il mondo, fa
sorgere la domanda su chi siano oggi i soggetti che si contrappongono e quali siano le loro
fisionomie, nel mentre la soggettività del lavoro è evaporata come presenza e coscienza, restando
solo come manodopera.
Dunque, la prima sfida da affrontare è capire chi abiti questo mondo dietro gli algoritmi e le luci dei
nostri schermi e quali poli si fronteggino.
Oggi, come illustri studiosi hanno messo in evidenza (tra tutti in Italia ricordiamo Emiliano
Brancaccio), si è avverata la profezia che il filosofo di Treviri aveva predetto nella sua più grande
opera: la centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. È stato calcolato, infatti, che l’80% del
capitale mondiale si trovi nelle disponibilità di appena il 2% degli investitori mondiali. Se entriamo
nel dettaglio comprendiamo come una risicatissima minoranza di persone detenga il controllo di
tutte le strutture portanti della vita quotidiana, tanto dei comuni mortali quanto degli Stati.
È stato rilevato, infatti, che da sole BlackRock, Vanguard e State Street, le tre principali
corporations che si occupano di investimenti finanziari, gestiscono quasi 30 trilioni di dollari
(l’intero PIL degli USA, sei volte quello della Germania e dodici volte quello dell’Italia).
Nel dettaglio, BlackRock è il primo investitore straniero in Europa, azionista rilevante in alcune
delle più importanti banche, dalla Deutesche Bank, passando per Intesa Sanpaolo, Bnp e Ing.
Tali colossi sono quelli che detengono quote importanti dei debiti pubblici degli stati, quelli che
condizionano le scelte economico-finanziarie delle istituzioni, a partire da quelle comunitarie, come
la BCE.
Tale rete può, quindi, restituire un’idea di come l’intreccio finanziario possa condizionare la vita
concreta di interi popoli e paesi. Ricordiamo tutti, non a caso, il ruolo che ebbe la BCE, con l’allora
presidente Mario Draghi, nel caso della Grecia e del governo Tsipras. Un Paese messo in ginocchio,
costretto al ricatto economico, nonostante la sovranità popolare avesse, tramite un partecipatissimo
referendum, votato contro l’accordo di risanamento proposto dai creditori.
Ma il quadro non si esaurisce qui.
Peter Philips, professore di sociologia alla Sonoma State University in California, nel suo «Titans of
Capital. How concentrated wealth threatens humanity» ha parlato di 117 «titani», cioè 117 persone
che rappresentano il c.d. nocciolo duro (quelli assolutamente ingarbugliati nel sistema delle grandi
compagnie tech e che gestiscono strumenti e strutture del grande capitale finanziario) di quella che
è una più ampia categoria di individui denominata T.c.c., ovvero Transnational Capitalist Class
(definizione del sociologo William I. Robinson nel suo studio dal titolo «A theory of global
capitalism. Production, class and state in a transnational world»), ovverosia circa 4 milioni di
ricchissimi, cioè lo 0,05 per cento della popolazione mondiale.
Ma non siamo ancora all’acme.
All’interno della medesima classe possiamo annoverare quelli che David Rothkopf, tramite il suo
lavoro «Superclass. The global power elite and the world they are making», chiama «la
Superclasse», cioè lo 0,0001 per cento della popolazione mondiale (tra le sei e le settemila persone)
ben piazzate nei posti di comando a livello globale, tra agenzie governative, enti di ricerca,
università, think tank e cda di aziende quali Apple, Coca-Cola, Johnson & Jhonson, Mercedes ect.
Tuttavia, come se non bastasse, la piovra del comando non si limita solo alle aziende, ma agguanta
e stritola tutto, compreso quello che dovrebbe rappresentare un contro-potere in grado di bilanciare
l’arbitrio della forza: la stampa. È acclarato, infatti, l’abbraccio tra capitalismo tecno-finanziario ed
informazione: da Bezos, proprietario di Amazon e del Whasinghton Post ad Elon Musk che, tra le
moltissime cose di cui è padrone annovera anche il social network X.
Questi piccoli e cursori esempi ci danno l’idea di quanto, ad oggi, sia difficile immaginare un
conflitto nelle forme classiche alle quali la politica del Novecento ci ha abituati. Chi sono i padroni
e dove si trovano? Sono pochi e ovunque. Li incontriamo sul nostro cellulare, mentre compriamo un
prodotto su Amazon o leggiamo un giornale. Il loro dominio lo subiamo nelle scelte di finanza
pubblica, quando a Davos si riuniscono non soltanto i Capi di Stato e di Governo ma anche quei
titani, quella superclasse. La forza della loro potenza diventa plasticamente concreta quando nelle
borse il giochino dello spread condiziona governi ed alleanze (a proposito: quelle tre coroporations
di cui sopra sono attrici principali nel gioco della borsa e delle quotazioni finanziarie, tanto a Wall
Street che a Piazza Affari). La loro pervasività la rintracciamo nelle medicine che compriamo, nei
report di importanti istituti di ricerca e nelle università.
Il potere è diventato, dunque, ubiquo ma nascosto, il sistema pervasivo. Poche sono le mani che
muovono i fili, ma di tutti sono i destini che quei fili irretiscono.
E di contro: chi sono i diseredati, i soggetti da cui partire per agire sul mondo? A chi,
marxianamente, affidare il compito storico di assumere l’onere di ribaltare questo presente?
Infatti, se ridotto è il novero dei padroni, molto più ampio è quello degli sfruttati. Giacché, se è vero
che in molti patiscono ancora condizioni misere di sfruttamento da manodopera, oggi il campo dei
poveri e dei diseredati si è fatto molto, ma molto più largo e le sue dinamiche più complesse.
Abbiamo i nuovi disagi di chi, pur lavorando, continua ad essere povero; i riders, esempio lampante
di una nuova schiavitù algoritmica; i giovani così acculturati e formati, ma mai così travolti dal
precariato e dai salari bassi; tutto il settore della conoscenza che, nonostante si viva nell’epoca più
ricca di mezzi per accedervi, vede una pletora di professionisti sottopagati e comunque non sempre
capaci di reggere l’urto del costo della vita; tutti quelli implicati nei settori che, con l’accelerare
dell’automazione, saranno travolti dallo sconvolgimento sociale ed economico; le vittime del
dumping sociale scatenato con l’anarchica libertà di circolazione delle merci e dei capitali. In aggiunta, nella nuova grammatica del dominio si assiste ad un inquietante e pernicioso
fenomeno: la mercificazione collettiva.
La reificazione dell’umano ha raggiunto il suo punto più alto proprio con l’abbraccio mortale tra
finanza, tecnologia e neoliberismo.
Infatti, con l’automazione crescente, l’uomo – escluso dal classico ciclo di produzione materiale –
diverrà generatore non più di beni concreti (quello sarà compito della tecnica del tutto privata della
mano umana) o consumatore di semplici servizi, ma di una nuova e più complessa sostanza, una
realtà del tutto diversa.
Egli, agendo nell’infosfera, produrrà informazioni inerenti la propria personalità, i propri gusti, i
propri pensieri, le proprie paure, le proprie aspirazioni ed i propri bisogni. Insomma la propria vita.
Tutto sotto forma di dati, di narrazioni digitalizzate. Un patrimonio foriero di nuovo valore e
potenzialmente di un nuovo processo di capitalizzazione e di controllo, il c.d. capitalismo
documediale. La novità sta nel fatto che tutti noi siamo produttori di questo nuovo bene, poiché si
tratta dell’esistenza di ciascuno, indistintamente e, conseguentemente, siamo anche i consumatori di
questa nostra vita prodotta in dati, a partire dai quali se ne genereranno altri che andranno ad
ingrossare gli schermi e gli algoritmi digitali i quali, poi, lucreranno producendone dei nuovi (nuovi
beni, ovvero altri nostri racconti) che noi stessi consumeremo, rimettendo in moto il circolo.
Si tratta di una nuova fonte di ricchezza che, però, va ed andrà ai giganti del web e delle piattaforme
informatiche private.
Un uroboro digitale ma con la stessa forza di stritolare le masse ignare del processo che si compie
sotto i loro occhi.
Tramite i nostri dati si plasma il mercato, si personalizza l’offerta, si ottengono notizie circa le
nostre preferenze, abitudini ed opinioni, per creare uno spazio in cui ogni cosa pare rispondere
esattamente a noi, in cui tutto viene investito su di noi che, con il nostro semplice agire, aiutiamo a
generare ricchezza per altri.
Ecco, siamo diventati plus-valore, prodotto. Noi siamo diventati la merce. Noi consumiamo noi
stessi.
Questa è la novità del nostro tempo. È questo, nei fatti, il meccanismo che permette alle grandi
aziende di lucrare e di arricchirsi, ciò che regola le fortune di Meta e di X o di Tiktok.
E sono queste anche le nuove leve per un diverso e più sottile controllo: da quello delle c.d.
fakenews alle interferenze nei processi democratici, passando per i condizionamenti dell’umore
delle masse, tutti questi non sono che alcuni dei fenomeni più macroscopici di cui, non a caso,
proprio le destre mondiali si sono rese artefici per rafforzarsi e irrobustire il già forte vento che
soffia sul pianeta verso quella direzione.
Tutto ciò si consuma dinnanzi ad uno sfondo cupo.
La guerra ed il suo ritorno come possibilità, discorso e narrazione pubblica.
Attenzione, questo suo imporsi anche nelle nostre case (giacché essa non era mai stata abolita, ma
solo allontanata e resa periferica dal centro ultra-ricco e potente dell’Occidente, qualsiasi cosa
voglia dire questa categoria) non si tratta di un incidente, ma del naturale sbocco di un sistema che
sta esplodendo e le cui contraddizioni sono oramai troppo evidenti e insostenibili.
Infatti, non può essere compreso quanto accade se non si mettono in relazione guerra, crisi
climatica, sistema liberista e il nuovo assetto della tecno-finanza. Il cortocircuito sta proprio
nell’espansione parossistica delle contraddizioni insite dentro il sistema capitalistico che,
inevitabilmente, sarebbero poi arrivate al pettine.
Può non portare alla deflagrazione una visione che presume uno sviluppo illimitato e una crescita
progressiva e senza remore dinnanzi ad un mondo, invece, limitato ed a sacche di popolazione che
inevitabilmente dovranno pagarne il prezzo? È possibile vivere in pace quando milioni e milioni di
persone patiscono la miseria mentre un numero sempre più ridotto di individui gestisce ricchezza e
potere? È credibile immaginare che tutto ciò non porti con sé, come se fosse una necessità logico-
ontologica, una postura imperiale da parte delle potenze che vogliono rendersi – o mantenersi-
egemoni? Con l’accantonamento anche delle residue forme di democrazia liberale e del multilateralismo,
l’unico sviluppo possibile poteva essere solo il conflitto.
La guerra è il terreno di una nuova egemonia culturale. Le classi dirigenti, infatti, stanno compiendo
un’azione che la dispiega sia come concreta realtà che come segno e spirito del tempo.
Sarebbe, invece, urgente recuperare con radicalità assoluta il tema della pace e della sua costruzione
fondata non sul principio della deterrenza, quanto su quello della politica e della diplomazia. Ma i
frutti che l’albero tecno-capitalista regala alla storia di oggi sono imperialismo e violenza. Ci
saranno vinti e vincitori, fino a che una deflagrazione non minaccerà, scomparsi i primi, anche i
secondi.
Tuttavia, proviamo, adesso, a delineare non certo soluzioni, ma spunti, occasioni per riflettere su
quali parole insorgenti occorra scrivere e pronunciare, facendo nostra una prospettiva tanto sinottica
(cioè che abbracci le poli-crisi in atto) che poliedrica, ovvero capace di osservare il mondo
mettendo in discussione anche quelle che ci sembravano certezze assolute.
Tra le tante vorrei concentrarmi sul concetto di libertà, democrazia e solidarietà, rimandando ad
altre occasioni approfondimenti su temi come il modello economico, l’inevitabilità della pace e il
dovere di riorganizzarsi.
Ecco dunque cosa va distrutto e cosa va ricostruito.
Nel suo testamento politico-filosofico, Il proprio tempo appreso col pensiero. Scritto politico
postumo, Mario Tronti avverte noi posteri della necessità di fare i conti con un concetto indicibile
ma urgente. Il padre dell’operaismo proclama la necessità di «salvare la libertà dalla democrazia»,
così come bisognava, sopra le macerie del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, «salvare la
rivoluzione dal socialismo». Nella sua forma ultima, quella vittoriosa della fine della storia, del
regime democratico è rimasta esclusivamente la sua essenza liberale. Sotto i colpi di “riforme” più o
meno incisive, il carattere progressivo che il compromesso socialdemocratico aveva impresso nella
democrazia è andato lentamente svanendo, fino ad arrivare all’illusoria, quanto dannosa, idea che
sussista un’equivalenza, ammantata di un’aura divina, tra questo sistema di governo e libero
mercato capitalistico. Questa sovrapposizione, che in questi trent’anni si è imposta come senso
comune, nasce dal fatto che della democrazia si è scelto di salvare e di mantenere, almeno fino a
qualche decennio fa, solamente la lezione che riguarda lo sviluppo dei diritti e della coscienza
individuale, mentre appassiva il suo carattere sociale, comunitario e collettivo.
In un simile contesto ha prevalso, e qui Tronti lo sottolinea in maniera approfondita, non il concetto
kantiano di Autonomie, bensì quello di Unabhängigkeit cioè di indipendenza. Non è mera sfumature
sofista, è essenza di una visione politica. Se la libertà diventa indipendenza essa è sciolta da
qualsivoglia vincolo, è responsabilizzata solo dinnanzi a sé stessa e nulla più, scompare la persona,
il soggetto, e resta l’individuo.
Non solo.
La torsione estrema che ha subito il regime democratico, spogliato di ogni carattere radicale e
progressivo, ha portato con sé – come una necessità fisica – le degenerazioni illiberali e populiste a
cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Infatti, la scomparsa di ogni forma di mediazione e di corpo
sociale, la demolizione di ogni autorità verticale e degli strumenti collettivi e mediani tra il potere
centrale e i semplici cittadini, hanno creato la distorsione di un rapporto orizzontale tra potere e
individui (né massa né classe né soggetti) che, poi nei fatti, è diventato plebismo, culto del capo,
strumentalizzazione dei bisogni al fine di preservare e garantirsi sempre più fette di dominio per
sempre meno persone, fino ad arrivare a comprendere che tutto ciò si sarebbe potuto ottenere anche
sbarazzandosi dei, pur minimi, fattori che ne limitavano l’arbitrio assoluto.
Ecco allora la continua opera di demolizione delle forme parlamentari, la progressiva
esecutizzazione dell’equilibrio democratico (ovvero il rafforzamento del potere esecutivo a
discapito di quello legislativo), fino all’idea di un uomo forte, magari provvidenziale, che si incarica
di assumere su di sé il compito di guidare il corpo sociale.
La società di questa democrazia non è diventata più libera, ma «più permissiva, anarchica, più
contendibile da parte delle pulsioni irrazionali» (così Tronti a pagina 110). Ecco che allora ci si scontra, ad ogni tornata elettorale con il mantra neoliberista del T.I.N.A., there
is no alternative, in base al quale ogni attore politico pare recitare più o meno il medesimo copione
di proposte che, comunque vada, non scontenteranno i mercati, i forum economici, gli investitori
ect, rendendo – di fatto – assolutamente compatibili e complementari, sul piano economico, gli
interventi tanto di chi si proclama di centrosinistra che di chi, invece, si dichiara di centrodestra.
Si obietterà, invero, che la prima grande dimostrazione della libertà insita in questa visione della
democrazia sta nel diritto al dissenso. Certo che esiste. E menomale! Ma esso o diventa fenomeno
politico o resta solo indignazione. Il vero problema per la qualità democratica è la sua
spoliticizzazione, che ne comporta anche la sua neutralizzazione e l’aborto di qualunque ipotesi di
conflitto.
Si ritorna sempre allo stesso punto: lo iato tra dissenso e conflitto, la lunga strada resa impossibile
che porta il primo a divenire evento politico, un seme insorgente che, però, non sboccia. Se si
elimina la natura rivoluzionaria della politica cosa ne rimane? Un totalitarismo mascherato da
ordinaria amministrazione.
Se le rivendicazioni perdono ogni elemento di rottura, se non si introduce nella lotta politica un
klinamen che ri-orienti il corso della storia, cosa resta della società? Nulla.
Donatella Di Cesare, nel suo ultimo libro (Il dominio e il dissenso) ha mostrato come la forza del
dominio non stia nella repressione, quanto nella dispersione. Il dissenso oggi pare avere più mezzi
per potersi esprimersi, il che è vero. Ma mentre lo spazio si allargato il peso, però, è diminuito. Il
potere neutralizza il dissenso, lo disperde nel gioco delle piazze virtuali e reali che, venuta meno
qualsiasi collettività politica pensante, non riescono ad introdurre un’istanza rivoluzionaria, nel
senso etimologico del termine, cioè che presupponga un rivolgimento, un movimento tra un prima
ed un dopo. Disperdere, stigmatizzare, occupare gli spazi del discorso pubblico e orientare il grande
patrimonio tecnologico di questi tempi sono diventate le strategie del potere. Credo sia questa la
strada per interpretare la continua assenza dai seggi elettorali di una massa sempre più crescente di
elettori. Perché quando si parla di democrazia c’è un elemento che sfugge alle riduzione
meccanicistiche. Essa, perché sia viva, richiede un’adesione sentimentale, una scelta consapevole e
meditata. Affinché esista un afflato democratico, un convinto sì, bisogna che il corpo sociale possa
trovare lo spazio per dispiegare l’esigenza – del tutto naturale – di credere che domani sia migliore, e
che la strada affinché questo miglioramento si verifichi passi proprio per la cultura e la pratica
democratica.
La democrazia, in sostanza, si nutre di speranza.
È un sistema che richiede non già adesione aprioristica, ma una fiamma che rimanga sempre accesa,
un sentimento che occorre alimentare sempre.
Cosa resta della speranza nella democrazia di oggi? Nulla.
Quella virtù che Péugy assicurava riuscisse a commuovere anche Dio, quell’idea per la quale lo
stesso Creatore si stupisce nel vedere gli uomini ancora andare avanti, nonostante tutto il mondo
pare incaricarsi di dimostrare la bruttura dell’esistenza, occorre riaccenderla.
Ma essa non è un mistero irrazionale che nasce così, per entusiasmo divino. La speranza va
seminata e organizzata, e per farlo, però, occorre chiamare sul banco degli imputati anche la libertà,
o meglio il concetto che di questa abbiamo avuto negli ultimi decenni.
Oggi la libertà viene declinata solo nella sua variante individualista. Se ne sottolinea solo la sua
natura singola, la sua ricaduta sulla persona isolata, legittimata nel dispiegarsi delle sue volontà.
Non solo.
Oggi il massimo grado di libertà immaginato e difeso è quello economico. La libertà dei mercati,
della propria proprietà e del farsi imprenditore di se stesso. La libertà è quindi, per ritornare a Kant,
indipendenza assoluta e slegata dagli altri. Così intesa si tratta di nient altro che della possibilità –
legittima – per i più potenti di diventare sempre più forti, mentre per i più deboli di asservirsi o di
addentarsi nei meccanismi della predazione, provando a diventare potenti anch’essi, inseguendo
quindi un mito omologante e, necessariamente, violento.
Dunque, questo binomio, democrazia-libertà, per come è stato raccontato va completamente decostruito. Occorre ripensare al meccanismo della democrazia rappresentativa come unico strumento efficace
ed efficiente, favorendo anche processi di democrazia radicale, più diffusa e più situata nella
diversità comunitarie, anche quelle piccole; moltiplicare occasioni e luoghi di pratica democratica,
esercitandola dentro i processi economici, rafforzando gli strumenti dei bilanci solidali e partecipati,
dei cda aperti alla cittadinanza; va democraticizzata la tecnologia, resa trasparente e soprattutto
discutibile nelle sue strutture tecniche ma anche di riproposizione dei rapporti di produzione.
È, infatti, qui che si colloca il nuovo scontro tra assolutismo e partecipazione libera.
Abbiamo, infatti, troppo velocemente rimosso dalla nostra memoria tutto ciò che ha accompagnato
la complicata ricerca, messa a punto e poi diffusione su scala mondiale del vaccino contro il virus
COVID 19. Il grande contributo di risorse pubbliche che venne investito ma, di contro, la paura che
le varie aziende ebbero in merito alla diffusione dei loro brevetti ci consegna un quadro nel quale
occorre, proprio in ambiti di grande impatto collettivo, immaginare pratiche di trasparenza e,
quindi, di controllo democratico.
Non solo.
La democraticità che deve investire anche la tecnica impone un ulteriore passaggio: una
distribuzione del progresso tecnologico più equo e più giusto.
Insomma bisogna rendere l’esercizio democratico radicale e progressivo, ovvero capace di imporsi
nella struttura del sistema, e non relegato a sterili e calendarizzati appuntamenti.
Immaginare nuovi strumenti di decisione collettiva, di discussione pubblica, con reale potere:
consigli, comitati, portarli ovunque, allargarli, spalancare le porte e le finestre di stanze buie,
discutendo di acqua, tecnica, ambiente, salari, cultura e istruzione.
Questo potrebbe essere un modo, non certo l’unico, per fare come suggeriva Benjamin, cioè
organizzare il pessimismo.
Praticare ed organizzare una libertà nuova che parta, necessariamente, dalla consapevolezza del
legame che unisce ciascun essere umano all’altro ed alla Terra.
Un libertà che deve diventare cura, custodia, solidarietà e comunità.
Allora il proverbio «la mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro», può essere riscritto così: «la
mia libertà inizia dove inizia quella dell’altro». Una libertà hegelianamente concreta (cioè da con-
crescere) ovvero con al centro la relazione che ogni atto di autonomia presuppone ed implica.
Dalla necessita di con-crescere si passa, a mio avviso, ad un’altra istanza conflittuale che, però, sa
di realismo. La solidarietà.
Credo che dinnanzi all’incendio del mondo non esista alternativa!
Non è un chimerico progetto, è pragmatismo.
Osserviamo il fenomeno migratorio come mero punto di partenza.
Quale via d’uscita imboccare? Come reagire quando, dinnanzi alle coste dei nostri mari, vediamo le
nostre spiagge bagnate da un’acqua che nasconde nei suoi abissi centinaia e centinaia di morti,
sommersi nell’oscurità delle onde e dell’indifferenza? Davanti alla portata di questi eventi occorre
convincersi di una cosa che la storia, in realtà, insegna da molto tempo. Non c’è modo di arrestare
la fuga e la corsa di migliaia di persone verso il sogno di una vita migliore. Non li fermeranno i
blocchi alla frontiera, non li faranno desistere i centri esternalizzati e non saranno abbastanza i
campi profughi. Il fenomeno va governato.
Ma attenzione alle truffe.
Infatti su questo punto assistiamo ad uno scontro i cui antagonisti, nella loro diversità di posizione,
sono accomunati da una medesima visione de-umanizzante degli immigranti.
Da un lato, infatti, la speculazione delle destre xenofobe li riduce in mostri, parassiti e corpi estranei
da espellere, respingere e contrastare in nome di una visione identitaria, reazionaria e pericolosa.
Dall’altro, però, il Capitale illuminato conduce la sua lotta contro la reazione insistendo
sull’utilitarismo. In sintesi: le nostre ricche società sono oramai così colpite dalla decrescita
demografica, da una ridefinizione del mercato del lavoro e dei lavoratori così sconvolgente che
l’equilibrio che ha consentito il nostro benessere risulta in pericolo. Allora si dice che gli immigrati
ci servono per fare i figli, per pagare il sistema pensionistico, per svolgere i lavori che nessuno
vuole fare ma che continuano ad essere essenziali per mantenere il nostro tenore di vita privilegiato ed agiato. Non cambia, nei fatti, la natura disumanizzante della persona umana, poiché da un lato
egli è un mostro e dall’altro un ingranaggio che serve a mantenere elitaria la nostra esistenza.
Si comprende bene, dunque, come occorra ribellarsi ad entrambe le visioni e riaffermare la
centralità dell’umano. Nessun essere umano può essere diviso, in quanto persona, in clandestino o
regolare. Resta il dovere di guardare il migrante con gli occhi, riconoscerne l’irriducibile dignità che
gli proviene dal suo stesso essere ed esserci. Non si tratta di una posizione etica. Questa è una scelta
politica che vuole che nulla sia sovra-ordinato alla dignità del soggetto. È scelta di parte!
E allora il dovere di solidarietà non è il mero atto caritatevole ed assistenzialista. La sua pratica è il
naturale e pragmatico corollario di una posizione che rifiuta la reificazione dell’uomo in ogni
campo.
Ecco allora che il nuovo soggetto conflittuale deve insistere su tutto questo, cioè riportare l’umano
come categoria politica e teleologica nel discorso pubblico.
Il conflitto deve essere solidale, allargando lo sguardo a tutti i meccanismi di segregazione che
investono non solo il migrante ma anche altre categorie di soggetti.
Dunque, accanto alla solidarietà va pronunciata la parola liberazione!
Liberazione dei corpi, delle identità, della sessualità, delle condizioni di dominio patriarcale e
suprematista, non slegando mai nulla, per la costruzione di una società della cura in cui gli
sfruttamenti, con annesse diramazioni, vengano sostituiti dalle forme di emancipazione e di tutela.
In sintesi, l’obiettivo dell’agire conflittuale ed insorgente ha nel suo cuore pulsante una visione che
ribalta la moderna nozione di sviluppo, cioè crescita illimitata all’interno di un mondo finito,
(identificabile nella sua costruzione materiale e consumistica) a favore di un’idea di sviluppo
integrale che riguardi l’uomo come totalità e gli uomini come popoli e che, così posta, ha inciso il
nome della pace.
Ovviamente qui si sono solo suggerite alcune strade da intraprendere per dare forma al conflitto e
non rassegnarsi allo stato presente delle cose.
Sono consapevole che quest’analisi è parziale e certamente non pretendo di ritenere che il suo
sguardo sia riuscito a cogliere tutto quello che si muove e che parla di conflitto.
Con queste poche pagine ho voluto soltanto offrire un punto di vista sentito, regalando il mio spirito
non domato, ma intrinsecamente rivoluzionario, poiché profondamente insofferente a questo state di
cose. Sono consapevoli, infatti, che la portata del momento storico che viviamo, le sue crisi ed i
suoi sconquassi, impongano una presa di coscienza collettiva e, soprattutto, il contributo di tutti
perché un mondo diverso, come diceva qualcuno, non solo è possibile ma è necessario!