Articolo di Costanza Pozza
“L’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero”
Vitangelo Moscarda si sveglia una mattina e realizza di avere il naso che pende verso destra.
Questo dettaglio apparentemente insignificante crea in lui un improvviso misconoscimento di
sé rispetto alle centomila maschere che gli occhi altrui gli hanno cucito addosso. Un inizio
abbastanza comico e buffo, ma che, come d’altronde gran parte del corpus letterario di
Pirandello, fa anche riflettere. L’autore infatti vede la realtà per come si presenta e poi ci leva
il “velo di Maya” per scoprirne il lato più profondo. L’umorismo pirandelliano è quasi un
“teatro dell’assurdo”, un continuo attendere un certo Godot, che non arriva mai; il tutto
condito da un tono buffo e strampalato.
Secondo Pirandello la vita scorre e cambia costantemente e rappresentarla è estremamente
complicato. Infatti possiamo dire che Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila,
non possiede né una, né centomila e, alla fine, nessuna identità. Dalla visione del naso storto
inizia, come direbbe il sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, a “liquefarsi”, a perdere
contatto con l’immagine di sé e rendersi conto che il vero "sé stesso" non esiste. Né il caro e
sciocchino Gengè, né il figlio dell’usuraio, né il suo riflesso allo specchio, insomma
assolutamente nessuno.
Questo dramma conduce a riflettere su quanto noi, oggi, incarniamo dei “Vitangelo
Moscarda” in versione aggiornata. La mattina indossiamo la maschera della brava ragazza,
del bravo lavoratore, del buon padre di famiglia o della madre/moglie responsabile; quella
della ragazza popolare o del ragazzo sempre in forma, del “performative boy”, del “finance
bro”, del “gym bro/girl”; di quello di destra con la maglietta polo e l’IQOS in mano o di
quella di sinistra con le Birkenstock ai piedi e la tote bag in spalla.
Insomma, viviamo una “compulsiva e obbligatoria necessità di autodeterminazione”, ma alla
fine siamo perennemente incompiuti e indefiniti. Sembra che esistano centomila realtà e che
nessuno sappia effettivamente quale gli appartenga veramente. E il dramma non è solo
questo: abbiamo perso il contatto con l’essenza umana, quella complessa ed eterogenea, e ci
siamo ridotti a identificarci in un insieme di trend e identità brandizzate da qualcuno che ha
deciso al posto nostro.
Viviamo nell’era delle identità sfuggenti e volubili, causate dai cambiamenti repentini a cui
siamo costretti ad adattarci, ancor prima di esserci abituati a ciò che è venuto prima. E questo
si ripercuote sui rapporti sociali. Legami fragili e liquidi perché, se siamo in una costante fase
di passaggio che non finisce mai, come possono gli amici e gli amori resistere alla tempesta
dell’ipervelocità?
Eppure siamo tutti uguali, seguiamo gli stessi trend, ma siamo comunque alienati nelle nostre
piccole, standardizzate ed effimere realtà. Individualisti, sempre più polarizzati e alla ricerca
infinita di un nuovo desiderio da soddisfare, che rimane attraente fino all’istante in cui viene
messo in pratica, soddisfatto. E questo, purtroppo, passa dal capo fast fashion usa e getta al
legame umano “scaduto” e quindi da buttare.
Dunque, cosa resta da fare? Senza dubbio, resistere. E per farlo necessitiamo di
consapevolezza. Un po’ come Moscarda che si guarda allo specchio e “apre gli occhi”. Anche
se questo inizialmente provoca in lui una crisi esistenziale, poi però gli permette di scegliere
di vivere con spontaneità. Vediamo infatti come alla fine del romanzo Moscarda decide «di
vivere, non più in sé, ma in ogni cosa fuori» e fondersi con la natura, abbandonando
l’illusione di poter essere definito e liberandosi dalla realtà oppressiva che mira ad
incasellarlo in “maschere” che non gli appartengono.
Moscarda ci insegna che la speranza è l’ultima a morire e quindi, in nome del buon senso,
quello vero: trattatevi come umani e non come prodotti monouso di plastica scadente,
prendetevi cura dei legami e non gettateli quando non servono più. Perché se tutto è
programmato per scadere, l’unico atto di resistenza è scegliere cosa non buttare.