Editoriale di Anna Menale

Tra un anno saremo chiamati a scegliere il prossimo governo italiano. Come sempre accade
quando si avvicina una tornata elettorale, ricominceranno le promesse e le dichiarazioni dei vari
esponenti politici. Ci verrà chiesto di scegliere di chi fidarci, quale idea di Paese sostenere. Ma
forse, prima ancora di chiederci chi votare, dovremmo porci una domanda più semplice: che cosa
ci aspettiamo davvero dalla politica?
Noi di NOS non abbiamo mai nascosto il nostro posizionamento. Non crediamo alla favola di un
giornalismo completamente neutrale. Crediamo, invece, che il giornalismo debba essere rigoroso
nei fatti e trasparente nelle idee. Quando si racconta la cronaca, i fatti vengono prima di tutto. Ma
quando si fa analisi, critica o opinione, fingere di non avere una prospettiva significasoltanto
averla ma nasconderla.
Essere schierati non significa essere faziosi, ma avere una visione del mondo e dichiararla
apertamente.
È da qui che nasce una riflessione sulla sinistra italiana, che riguarda un intero campo politico
che sembra aver progressivamente perso la capacità di parlare alle persone che vorrebbe
rappresentare.
Il problema non è soltanto cosa dice la sinistra. Il problema è come lo dice. O, forse, a chi riesce
ancora a parlare.
Molti esponenti del campo largo sembrano parlare una lingua diversa da quella dei soggetti che
vorrebbero rappresentare attraverso le loro politiche: i lavoratori, i precari, gli studenti, igiovani
che cercano ancora di costruire il proprio futuro in Italia.
La destra, nel bene e nel male, ha compreso una cosa fondamentale: la politica è anche
comunicazione. Ha imparato a parlare direttamente alla pancia delle persone.
Spesso lo fa semplificando problemi complessi o proponendo soluzioni che rischiano di
trasformarsi in slogan. Ma riesce comunque a costruire un rapporto immediato con il proprio
elettorato.
La sinistra, invece, sembra essersi progressivamente rinchiusa in una dimensione
autoreferenziale. Come se avesse smesso di frequentare la realtà che le persone vivono ogni
giorno.
Eppure i problemi non mancano.
In Italia oltre 2,2 milioni di famiglie vivono in condizione di povertà assoluta. Significa che più di
5,7 milioni di persone non dispongono delle risorse necessarie per garantire uno standard di vita
considerato minimamente accettabile. Non stiamo parlando di chi rinuncia alle vacanze o a
qualche bene superfluo. Stiamo parlando di persone che faticano a sostenere le spese
essenziali, che vivono nell'incertezza di arrivare alla fine del mese, che devono scegliere tra
pagare una bolletta e affrontare un'altra necessità.
C'è una generazione che si avvicina ai trent'anni senza alcuna certezza economica.
Una generazione che continua a essere definita "giovane" perché non riesce a raggiungere
quelle condizioni minime di autonomia che dovrebbero caratterizzare l'età adulta. Ci sono
ragazzi e ragazze laureati che accumulano stage, collaborazioni occasionali e contratti precari
senza mai riuscire a ottenere una stabilità reale. Persone che lavorano a tempo pieno e che,
nonostante tutto, non riescono a progettare il proprio futuro.
Parliamo spesso della fuga dei cervelli. Molto meno delle ragioni che spingono quei cervelli a
partire.
Chi lascia l'Italia raramente lo fa per spirito di avventura. Lo fa perché altrove trova opportunità
che qui non esistono. Trova stipendi dignitosi, percorsi professionali più chiari.
Nel frattempo, nelle università italiane, migliaia di studenti faticano persino a trovare tirocini
formativi adeguati. Molti si scontrano con un sistema che sembra accompagnarli fino alla laurea
per poi lasciarli completamente soli davanti al mercato del lavoro.
Lo stesso accade in altri settori fondamentali.
Pensiamo alla scuola. Pensiamo agli
insegnanti costretti a investire migliaia di euro in percorsi di abilitazione, corsi, certificazioni e
aggiornamenti continui, spesso senza alcuna garanzia di stabilizzazione. Pensiamo a graduatorie
infinite e a percorsi professionali che assomigliano sempre più a una corsa a ostacoli.
Sono queste le questioni che dovrebbero occupare il centro del dibattito politico.
Ci aspettiamo una politica che torni nei quartieri, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle
università.
E dalla sinistra ci aspettiamo qualcosa in più.
Ci aspettiamo che torni a fare ciò che storicamente ha saputo fare meglio: occuparsi delle
disuguaglianze. Di quelle economiche, sociali e territoriali che continuano a segnare il nostro
Paese.
Ci aspettiamo che si inizi a parlare seriamente di salari, di precarietà, di accesso alla casa, di
welfare, di istruzione. Ma anche di sostenere battaglie come quella per un salario minimo
dignitoso.
Una forza politica che smette di ascoltare finisce inevitabilmente per perdere il contatto con la
realtà. E una politica che perde il contatto con la realtà smette di essere uno strumento di
cambiamento.
Quello che ci aspettiamo non è una politica perfetta. Ci aspettiamo una politica presente. Una
politica che torni a guardare verso il basso prima che verso i sondaggi. Una politica che ricominci
a costruire fiducia partendo dai problemi concreti delle persone.