Articolo di Antonio Palumbo
Nel grande mosaico della letteratura italiana dell’Ottocento esistono tessere irregolari, stonate rispetto al disegno ufficiale, ma proprio per questo capaci di catturare il nostro sguardo. Iginio Ugo Tarchetti è una di queste. Scrittore inquieto, ribelle, malato, scapigliato fino al midollo, Tarchetti è una voce che sembra provenire da un’epoca lontana ma che, a leggerla oggi, risuona con una sorprendente familiarità.
Nato nel 1839 e morto appena trentenne, Tarchetti visse una vita breve e bruciante, segnata dalla malattia, dalla precarietà economica e da un profondo senso di estraneità. Ufficiale dell’esercito, sperimentò dall’interno la rigidità e l’alienazione dell’istituzione militare, maturando un rifiuto viscerale per l’autoritarismo e per le convenzioni sociali. La sua scrittura nasce proprio da questa frattura: non pacifica, non conciliata, ma febbrile, nervosa e spesso disturbante; essa non cerca di rassicurare il lettore, bensì di trascinarlo in una zona d’ombra, dove tutte le certezze finiscono per vacillare.
Tra le sue opere, la raccolta Racconti fantastici occupa un posto centrale e, per certi versi, ancora spiazzante. Si tratta di testi che vivono in un equilibrio instabile tra il reale e l’irreale, tra ciò che può essere spiegato e ciò che sfugge alla ragione. Tarchetti non costruisce un fantastico fatto di mostri o magie plateali; il suo è un fantastico sottile, insinuante, che nasce dalla mente, dal corpo malato, da percezioni alterate. Spesso la narrazione si apre proprio su una frattura percettiva: «Non so se io vegliassi o sognassi», confessa una voce narrante, lasciando il lettore nella stessa incertezza del personaggio.
Un esempio emblematico di questa poetica è La lettera U, racconto in cui l’elemento perturbante non ha nulla di spettacolare o soprannaturale in senso tradizionale. L’angoscia prende forma a partire da un dettaglio minimo — una semplice lettera dell’alfabeto — che diventa progressivamente oggetto di un’ossessione totalizzante. Il protagonista vede la realtà deformarsi sotto il peso di una fissazione che invade il linguaggio, il pensiero, la percezione stessa del mondo. Il fantastico, qui, coincide con la disgregazione della mente: non irrompe dall’esterno, ma nasce dall’interno, come una crepa che si allarga fino a rendere instabile ogni certezza.
Ed è in questo spazio di ambiguità che Tarchetti smette di essere soltanto uno scrittore ottocentesco e inizia a parlarci direttamente. In un’epoca come la nostra, in cui la realtà appare spesso frammentata, filtrata da schermi, notizie contraddittorie e narrazioni distorte, il confine tra vero e falso, tra esperienza e illusione, è diventato sempre più labile. I Racconti fantastici sembrano anticipare proprio questa sensazione di spaesamento: la paura non nasce da ciò che è radicalmente altro, ma da ciò che non riusciamo più a comprendere pienamente, nemmeno dentro di noi.
Nei racconti della raccolta, la malattia è una presenza costante. Corpi fragili, menti ossessionate, nervi scoperti: Tarchetti mette in scena un’umanità vulnerabile, lontana dall’ideale di progresso e razionalità tanto celebrato dal suo tempo. Il fantastico diventa così uno strumento per smascherare l’illusione di un mondo perfettamente ordinato; dietro la facciata della normalità, lo scrittore intuisce crepe, abissi e pulsioni incontrollabili. Non a caso, in Fosca, romanzo incompiuto dello scrittore, egli afferma: «La malattia aveva cambiato il mio modo di sentire e di pensare», una dichiarazione che potrebbe valere per molti dei protagonisti dei Racconti fantastici.
Tarchetti scrive di destino, di ossessioni, di forze invisibili che sembrano governare l’esistenza. Ma il vero nucleo del suo fantastico non è tanto l’evento straordinario quanto la reazione umana di fronte all’inspiegabile. I suoi personaggi non combattono mostri: combattono il dubbio, la paura di perdere il controllo, il sospetto che la realtà non sia così solida come sembra. È un fantastico che, anticipando in parte la letteratura del secolo successivo, non offre soluzioni né chiusure rassicuranti, ma lascia il lettore sospeso, inquieto e costretto a interrogarsi.
A lungo considerata una produzione minore o un curioso esperimento scapigliato, la narrativa fantastica di Tarchetti appare oggi come uno dei suoi lasciti più vivi. In un presente in cui la letteratura, il cinema e le serie televisive tornano a esplorare il perturbante, il psicologico, l’ambiguità tra reale e irreale, Tarchetti ci appare meno distante di quanto potremmo pensare. La sua scrittura ci ricorda che il fantastico non è evasione, ma uno specchio deformante attraverso cui osservare le nostre paure più profonde.
Riscoprire Iginio Ugo Tarchetti significa, allora, riscoprire una letteratura che non ha paura di essere scomoda, che accetta la fragilità e l’incertezza come parte integrante dell’esperienza umana. I Racconti fantastici non ci chiedono di credere all’impossibile, ma di dubitare del possibile. E forse, in un tempo come il nostro, non c’è gesto più attuale.