Articolo di Giuseppe Guardato
L’operazione Absolute Resolve condotta in Venezuela potrebbe essere il segnale di un cambio di politica estera statunitense che coinvolgerà anche le altre grandi potenze
Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti d’America hanno condotto un’operazione che ha portato alla cattura e deportazione del presidente Nicolas Maduro.
L’azione statunitense viola il diritto internazionale ed è configurabile come una violazione del principio di autonomia del popolo venezuelano, aggressione, violazione della sovranità territoriale e di trattati internazionali. La pretesa legittimità di prelevare con la forza qualcuno mentre si trova nel proprio territorio nazionale e portarlo dinanzi ad una corte straniera senza che vi sia un mandato di arresto internazionale è vietato dal diritto internazionale. Volendoci spingere ancora oltre, le foto di Nicolas Maduro ammanettato e bendato sono una violazione della Convenzione di Ginevra.
Washington agisce sullo scenario internazionale in continuità con il pensiero di alcune delle amministrazioni repubblicane più interventiste, senza curarsi di norme consuetudinarie e pattizie. Per uno speculatore come Donald Trump, questa instabilità internazionale è l’occasione perfetta per dimostrare la propria forza. Il nuovo mondo multipolare con più centri di forza capaci di attirare e cooptare in aree di influenza Stati vicini e lontani è un affronto per lo staff di Trump figlio del disastroso tentativo dell’amministrazione Neocons di Bush Jr. di proiettare l’influenza americana nel continente asiatico con la sanguinosa guerra in Iraq. In questo secondo mandato sembra che Trump e i suoi fedelissimi si siano preposti la missione di dimostrare che questo sarà ancora, senza possibilità di compromessi, il Secolo degli Stati Uniti.
Da un punto di vista strategico, operativo e simbolico è fuori da ogni dubbio che l’azione sia stata un completo successo.
Era da ottobre che il presidente Trump dichiarava l’arrivo di navi da guerra nel Mar dei Caraibi e l’infiltrazione di agenti CIA sul territorio venezuelano spingendosi così avanti con la sua dialettica da film d’azione anni ’80 che nessun analista avrebbe mai potuto pensare ad un bluff. La questione non è mai stata “se” avrebbe agito, ma solo “come” e “quando” lo avrebbe fatto.
Donald Trump ha fatto inizialmente passare l’operazione come un’operazione fatta per liberare il popolo venezuelano dal regime madurista e contrastare il narcotraffico rovesciando un fantasioso cartello della droga guidato dal presidente e dai suoi generali. Nonostante la narrazione di Trump, molto difficilmente potrebbe importargli realmente qualcosa del benessere del popolo venezuelano e di qualche barca che porta meno del 5% del traffico di cocaina negli USA. Inoltre, che gli alti gerarchi dell’esercito venezuelano beneficino e, talvolta, controllino il narcotraffico con la connivenza di Nicolas Maduro è certo. Sostenere che fossero organizzati in una struttura chiara e definita come un cartello della droga è pura fantasia.
Piuttosto, le vere intenzioni di Trump sono da ricercare nel disegno geopolitico che il presidente e il suo staff stanno perseguendo. Quella che lui chiama, con la solita megalomania e cattivo gusto, “Dottrina Donald”. Una prosecuzione diretta della dottrina Monroe del IXX secolo per cui lo spazio delle Americhe sarebbe competenza unica e assoluta degli Stati Uniti. Lo spazio interdetto alle ingerenze di qualsiasi altra forza lontana agli “Esteri Vicini” statunitensi, duecento anni fa sfida alle potenze europee, ed ora sfida diretta al mondo multicentrico.
Trump sta cinturando lo spazio sudamericano usando le proprie risorse per porre a capo dei singoli Paesi dei governi a lui vicini: Argentina, Cile, Perù, Honduras e ora Venezuela. La sua politica aggressiva erode l’influenza russa e cinese nell’area facendo perdere loro investimenti e risorse. Le (scadenti) armi che la Russia aveva portato in Venezuela o i fondi con cui la Cina aveva finanziato il governo e le attività venezuelane ora si sono volatilizzati. Influencer militari, categoria molto popolare in Russia, si chiedono se queste armi ora finiranno in mano statunitense e verranno usate contro loro stessi in Ucraina.
Il presidente Trump ha già dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero occupato il territorio venezuelano per prendere direttamente possesso dei grandi giacimenti di petrolio grezzo pesante che solo le compagnie americane possono raffinare e sfruttare. Il presidente americano ha a disposizione una riserva di petrolio che il Venezuela non riesce ad estrarre con efficienza dai tempi di Hugo Chavez, ma che le imprese americane sono capaci di estrarre e raffinare con facilità. L’arrivo di forze armate sul suolo non serve solo a presidiare i punti di interesse, ma a mandare il chiaro messaggio che lo scacchiere in Sud America è bloccato ed ha un solo attore dominante.
Non è da escludere che Mosca sapesse le intenzioni di Washington. È dagli anni ’60 che tra le due capitali c’è un filo diretto di comunicazione e l’una conosce in anticipo le mosse dell’altra. Inoltre, Trump non ha mai nascosto la stima che ha del presidente russo Vladimir Putin; quindi, pensare che lo scorso agosto ad Anchorage si sia parlato di una spartizione delle zone di influenza è azzardato, ma non assurdo. Le tempistiche sarebbero coerenti con quelle di uno spostamento della flotta verso il Mar dei Caraibi e così si spiegherebbero le timide rimostranze russe nonostante la perdita di un alleato come Maduro nell’area. Se i due presidenti si fossero riconosciuti i reciproci obiettivi presenti e futuri con la promessa di non intromissione, Putin potrebbe aver accettato di buon grado la perdita del Venezuela in cambio di una non interferenza degli USA in Ucraina. D’altronde, Donald Trump non è un estimatore dell’Europa, ha più volte auspicato un ritiro USA dalle questioni europee e vedrebbe di buon occhio una destabilizzazione dell’ordine e degli ideali progressisti che lui osteggia.
Discorso diverso vale per Pechino. Per Trump la Cina è come un nemico giurato e l’attacco è stato programmato poche ore dopo l’incontro tra Maduro ed il funzionario cinese Qiu Xiaogi. Con uno gusto per il dramma da storyline della WWE, voleva far passare il messaggio che la Cina non può proteggere i suoi alleati.
Per quanto si stia parlando di un governo in crisi ed oppressivo, gli Stati Uniti hanno comunque dimostrato di avere la forza necessaria a sovvertire un politico poco gradito in pochi minuti, mettendo sicuramente in agitazione possibili competitor. Chi succederà Maduro sarà persona gradita a Trump ed alleato degli USA, chiudendo quasi definitivamente la cintura intorno al Sud America, regalando una vittoria sul piano internazionale non indifferente e che Trump spera di completare con la mancata rielezione di Lula in Brasile nel 2026.
Gli Stati Uniti sullo scacchiere hanno il “privilegio del tratto”, muovono per primi e gli altri sono tenuti ad adeguarsi o a rispondere alle mosse dell’attore dominante. Le promesse di un ritorno allo “splendido isolazionismo” americano sotto lo slogan di America First sono state presto smentite, causando non pochi malcontenti nel partito MAGA di Trump.
Alcuni esponenti di spicco del partito avevano candidamente creduto al proprio presidente quando prometteva che le guerre sarebbero finite e che l’America non sarebbe più stata coinvolta in questioni internazionali. Ma Trump è al suo secondo ed ultimo mandato, molti si aspettavano che avrebbe sparato tutte le cartucce che gli erano rimaste in canna durante il primo mandato.
Ora spetta a Washington decidere cosa fare, le azioni non sono mai isolate. Le due zone su cui vengono puntati i fari sono il Medio Oriente e l’Artico. Aree che Trump ha spesso detto di voler prendere. Il Medio Oriente è il vecchio sogno repubblicano di trasformare gli Stati Uniti da forza talassocratica a forza anfibia capace di occupare un territorio vastissimo e centrale come l’altopiano iranico. L’Artico è la nuova via di scambio e navigazione aperta con lo scioglimento estivo dei ghiacciai.
La mano libera lasciata a Netanyahu gli ha permesso di testare la consistenza del principale nemico nell’area mediorientale. L’Iran e i suoi proxies sono sembrati molto più fragili del previsto, ma la destabilizzazione dell’Ayatollah e del governo teocratico iraniano ha agitato Mosca. Decidere di agire in Iran ha un peso ben più grande rispetto al Venezuela.
La vittima prescelta per l’Artico parrebbe essere la Groenlandia, ma se un’azione in Iran è da prendere con i piedi di piombo, una contro un Paese alleato e membro della NATO avrebbe delle conseguenze impronosticabili.
A queste mosse saranno costrette a rispondere le altre grandi potenze che dovranno decidere quanto varrà la pena entrare in conflitto più o meno diretto o adeguarsi alle politiche statunitensi.