L’Italia di Nanni Moretti

Articolo di Doriana Gatta


Nanni Moretti, maestro indiscusso della tragicommedia italiana, amato dal pubblico e cruciale per comprendere la cartina psicologica e sociale del nostro Paese, sta per tornare al cinema con la sua ultima opera. Succederà questa notte, pellicola liberamente ispirata alla raccolta di racconti Legàmi di Eshkol Nevo, segna la seconda incursione del regista nel mondo narrativo dello scrittore israeliano dopo Tre piani, film incentrato sul tema del destino e delle fragilità umane. Il nuovo lavoro, che si muove ancora una volta sul labile confine tra concettismo e realismo, vedrà protagonisti Louis Garrel e Jasmine Trinca. Le riprese si sono concluse a fine 2025, per un debutto previsto nel corso del 2026.

Al pari di uno psicologo, ma con la distanza disillusa e contemplativa del regista, Nanni Moretti non ha mai avuto paura di bucare la superficie per comprendere il reale. La fragilità umana scricchiola sotto la sua macchina da presa e viene osservata nella sua fenomenologia, nei suoi gesti minimi, nei suoi inciampi quotidiani. Regista e spesso protagonista delle proprie opere, Moretti debutta nel 1976 con Io sono un autarchico, film che restituisce già piena contezza della sua miracolosa sensibilità, tracciando i bordi dell’uomo italiano. Parlare di “occhio audace” significa allora riconoscere il coraggio con cui Moretti esplora il filosofico, la natura ineffabile dei sentimenti e la loro sottesa labilità. L’indefinitezza dell’amore, la futilità del linguaggio contemporaneo, la perdita delle illusioni del cuore disegnano una mappa psichica dell’Italia che, attraverso tutta la filmografia morettiana, continua a riflettersi e a interrogarci.

Molti critici, tra cui Roberto De Gaetano, hanno definito il cinema di Moretti come un mare aperto in cui galleggiare: uno spazio in cui tutto perde i propri confini e si fa liquido, in opposizione alla solidità di un cinema esemplare e trionfalistico. Il suo non è un cinema arrendevole; al contrario, rivendica un attivismo pacifico, quello della piscina: un cinema che non compie grandi gesta ma osserva gli elementi primi dell’esistenza e li racconta. Ci si perde con un ritmo lento, contemplando ciò che stiamo perdendo – il linguaggio pensato, l’autenticità dell’essere – con riflessione significativa e senza timore del giudizio.

Moretti mostra con delicatezza quanto sia difficile definirsi come individui, rivendicare un io in un mare omologato e massificato come quello dell’Italia post-pasoliniana. È l’Italia dei cliché, delle frasi fatte, del provincialismo superficiale e dell’omologazione stilistica e di pensiero. Come elevarsi rispetto a questo magma soffocante? «Io credo in una minoranza», afferma uno dei suoi personaggi, indicando una nicchia che continua a difendere l’individuo nella sua autenticità. Ecce bombo e Sogni d’oro mettono in scena questo riposizionamento dell’io. Ciò che risulta davvero consolatorio nel suo cinema è però la scoperta della maschera: la distanza che l’io prende dalla massa trova una possibile gioia dell’esistenza solo nella fusione in un calco, una maschera unica e sufficiente nei suoi limiti predefiniti.

È qui che si compone lo sposalizio tra commedia grottesca e neorealismo. Nella prima abita la maschera morettiana, con il suo linguaggio astratto e filosofico, l’impaccio esistenziale, l’iconica parlata lenta e scandita. Una maschera immersa nei cliché e nei doveri, che ci fa ridere perché vorrebbe comprenderli e uscirne. Il gioco di maschere de Il caimano interroga il senso del politico; la maschera tragica de La stanza del figlio affronta l’enigma del lutto; Bianca esplora l’ineffabilità dell’amore; Palombella rossa riflette sulla perdita di profondità semantica del linguaggio. In Il sol dell’avvenire, infine, il metacinema diventa uno strumento di resistenza all’ipermedialità contemporanea e alle minacce dello streaming.

Ma che posto occupa il neorealismo in questa ricerca? È il neorealismo di Roma città aperta e Ladri di biciclette, quello dell’Italia claudicante, errante, priva di un centro sicuro. Moretti lo eredita e lo reinventa: da qui l’erranza in vespa di Caro diario, Aprile, Isole. La sua commedia non si dissolve nel puro fluire, ma si ancora a boe di salvataggio: la maschera pensante e l’erranza intelligente. In un’Italia che sembra vivere in un eterno dopoguerra, fragile e stagnante, l’individuo sopravvive conservando la dolcezza del vagare, guardando in alto – come in Caro diario – alle case in cui vorrebbe abitare.

E cos’è, in fondo, l’Italia se non questo? Un Paese che ride di sé, delle proprie tradizioni e delle proprie ideologie, ma non riesce a farne a meno. È l’Italia di Habemus Papam, che cerca disperatamente una guida spirituale senza saperne accettare il tramonto. Il comico-grottesco di Moretti diventa così lo scrigno del suo lavoro di sommozzatore ungarettiano: un viaggio negli abissi dell’esistenza che, proprio perché italiano, non rinuncia mai alla superficie. La distanza dalla perdita rimette in moto la ricerca, la maschera si ricompone, l’individuo si ricostruisce, e la giostra ricomincia a girare. È qui, nel tragico e nel comico insieme, che il cinema di Nanni Moretti continua a metterci in mare, alla catartica riscoperta di noi.