Articolo di Immacolata Sarnataro
«Napoli che strana città: per viverla serenamente bisognerebbe togliere tutte quelle sorprese che ti riserva giorno dopo giorno, ma poi non sarebbe più la stessa».
Così scriveva Edoardo Scarfoglio, quando la sorpresa a Napoli era ancora un imprevisto umano e non una voce di menu. Oggi quelle sorprese non sono state eliminate: sono state imbustate, prezzate, moltiplicate e rese obbligatorie. Napoli non sorprende più, intrattiene. Non spiazza, performa.
La città che viveva di attrito, di disordine creativo, di tempi sbagliati e gesti fuori copione, è diventata una macchina narrativa ben oliata. Tutto deve accadere sotto gli occhi del visitatore, tutto deve essere visibile, replicabile, condivisibile, eccessivo. Oggi, a Napoli l’imprevisto sopravvive solo se fotogenico, perché tutto il resto dà fastidio: rallenta e intralcia il flusso. Così, giorno dopo giorno, Napoli viene progressivamente privata di ciò che la rendeva abitabile ai suoi abitanti, mentre diventa perfettamente consumabile per chi resta giusto il tempo di un caffè nel weekend. Come se il suo volto fosse stato rapidamente trasformato in quello di una prostituta molto amata: tutti ci sono passati, tutti ne hanno preteso qualcosa, tutti l’hanno logorata, mentre lei continuava ad accogliere.
Oggi Napoli resta un corpo che si offre, che assorbe, che inghiotte uomini a lungo raggio. Ma la città, quella vera, è stanca. Profondamente stanca.
E mentre anni fa, un ingenuo Scarfoglio temeva città troppo ordinate, oggi nessuno avrebbe immaginato di inciampare nel pericolo opposto: una Napoli soffocata da persone, negozi, eccessi e vitalità di facciata. Una città che non chiede più di essere capita, ma solo attraversata. Serenamente, certo. Purché non ci si viva.
Eppure, c’è stata una Napoli che non aveva bisogno di spiegarsi. Pier Paolo Pasolini, nei primi anni Settanta, la descriveva come la “grande tribù” irriducibile alla modernità, capace di resistere alla storia stessa restando fino all’ultimo Napoli. Una città che non chiedeva permesso, non si metteva in posa, non aveva bisogno di essere “valorizzata”. Viveva. Oggi, quella tribù è stata trasformata in un’attrazione etnografica, corredata da rituali di recente invenzione: si strofina il naso di Pulcinella – tradizione nata l’altro ieri – ci si lancia il sale alle spalle mentre si cammina e i peperoncini sono diventati il nuovo radical chic del web. Folklore prêt-à-porter, appunto.
Del resto, a Napoli è ormai diventata merce perfino l’aria: si vende tutto ciò che resta raccontabile, anche quando non lo si possiede più. È il destino delle città molto amate: finiscono per offrirsi interamente, con grande generosità e crescente stanchezza.
Ma c’è un dettaglio che tradisce l’inganno più di ogni altro: il sovraffollamento, elevato a modello e spacciato per vitalità. Il centro storico, cuore pulsante e scomposto, è diventato un corridoio commerciale a cielo aperto. Spaccanapoli non spacca più nulla: allinea. San Gregorio Armeno, un tempo luogo artigiano e stagionale, è ora un imbuto perenne di corpi compressi, dove Maradona convive con Harry Potter e il presepe è solo una scenografia. Qui il Natale dura dodici mesi, ma senza silenzio, senza attesa, senza stupore.
Il paradosso è che tutto questo avviene nel nome dell’autenticità. La parola più abusata e meno praticata. I residenti arretrano, gli affitti esplodono, le botteghe chiudono, sostituite da locali identici che promettono “esperienze culinarie uniche”. E tra intierezioni folkloristiche e inviti da sceneggiata, Napoli diventa brand, mentre la vita reale – quella scomoda e imperfetta– viene respinta. Come se la città potesse funzionare senza chi la abita.
Il punto, allora, non è più capire se Napoli soffra di overtourism. La discussione, piuttosto, dovrebbe riguardare quanto ancora potrà reggerlo prima di collassare davvero. Perché qui non si tratta più di turismo diffuso e regolato, ma di una concentrazione caotica che intasa ogni cosa: strade, trasporti, aria, mercato immobiliare, pazienza dei residenti.
Il centro storico di Napoli è sovraffollato in modo strutturale, non stagionale. Non esistono più giorni “normali”: a qualsiasi ora si incontrano masse di turisti che si spostano in blocco da un punto all’altro della città. Le metropolitane sono già stipate al mattino presto, come in piena ora di punta. Le strade diventano impraticabili, i vicoli si bloccano per la presenza di gruppi fermi ad ascoltare spiegazioni sommarie su tradizioni sconosciute. La città rallenta, smette di funzionare.
A questo punto entra in gioco la percezione, ed è qui che il racconto del “successo” turistico inizia a incrinarsi davvero. Perché tra i napoletani l’overtourism è vissuto come un fenomeno ambivalente, mai del tutto rifiutato ma sempre più spesso subìto. Certo, il turismo di massa ha avuto anche ricadute positive, soprattutto sul piano occupazionale ed economico. Dopo anni di crisi e di rappresentazioni negative della città partenopea, la presenza costante di visitatori è stata inizialmente percepita come un segnale di riscatto. Napoli appariva finalmente attrattiva, finalmente allineata a quell’idea di città che “funziona”.
L’entusiasmo, però, è durato meno di una stagione turistica: il tempo di un’estate e qualche inaugurazione in pompa magna. Al suo posto si è fatta largo una sensazione molto più concreta: l’idea che tutto questo famoso sviluppo non abbia poi molto a che fare con chi in città ci vive davvero. I benefici, infatti, si sono concentrati in fretta nelle solite mani: chi ha case da affittare, locali da riconvertire e vantaggi di partenza, ha visto crescere incassi e opportunità. Per tutti gli altri, il turismo si è tradotto in un tris perfetto: più folla, più rumore, più spese.
La percezione dominante è che la città venga progettata sempre meno per chi ci abita e sempre più per chi la consuma di passaggio. I trasporti sembrano organizzati solo per far scorrere fiumi di visitatori, mentre chi vive qui resta incastrato nella stessa corrente, costretto a farsi largo tra valigie, trolley e comitive infinite. Gli spazi pubblici si riempiono di tavolini, eventi ed “esperienze” pensate per chi è in vacanza, mentre chi ci abita non trova più un angolo di quiete, né un luogo che senta davvero proprio. Le regole, poi, sembrano cambiare a seconda di chi sei: elastiche e accomodanti per chi porta fatturato, rigide e inflessibili per chi osa solo voler vivere la propria quotidianità.
Sul piano abitativo, il malessere è ancora più netto. Per chi vive in affitto, l’overtourism è una minaccia costante. Case che spariscono dal mercato, contratti che non vengono rinnovati, aumenti improvvisi dell’affitto. Anche chi non viene sfrattato vive con l’ansia di poterlo essere. Così, a Napoli la casa smette di essere un diritto stabile e diventa una variabile economica, sempre contendibile. Anche la vita di tutti i giorni non è più una realtà da tutelare: chi vive la città finisce per sentirsi ospite in casa propria, mentre il tappeto rosso resta steso per chi arriva, scatta una foto e riparte.
C’è poi un disagio meno evidente ma profondissimo: sentirsi osservati. Vivere in una città-vetrina significa essere costantemente sotto lo sguardo altrui. Accenti, gesti, abitudini diventano folklore involontario. La vita quotidiana si trasforma in spettacolo permanente. Non ci si sente più a casa, ma su un palcoscenico. E questo produce stanchezza, irritazione, chiusura.
E così, quando si parla di sviluppo, molti napoletani restano scettici. Per molti, il turismo resta una soluzione temporanea, non un progetto di futuro, perché porta denaro, ma non sicurezza. Porta lavoro, ma non stabilità. Si tratta di un’economia che passa ma non costruisce, perché Napoli vive solo di flussi, diventando sempre più fragile e caotica.
E mentre viene attraversata e consumata sempre di più, una frase continua a tornare, quasi come un rumore di fondo: «Napul è na carta sporc, ma nisciun se ne fotte». Non come slogan identitario, ma come diagnosi spietata. Una frase di Pino Daniele, che oggi non suona profetica né nostalgica: descrive semplicemente lo stato delle cose. Oggi quella “carta” è più affollata. Il turismo porta visibilità e risorse, ma anche una pressione costante. Aumentano persone, funzioni e aspettative, senza che crescano spazio, diritti o prospettive. La città resta piena e disordinata, ma perde la sua profondità. Brulica di corpi, ma si svuota di legami. È attiva, ma sempre meno vitale.
Il rischio non è che Napoli smetta di attrarre, ma che smetta di sostenere. Che diventi un luogo pensato solo per essere attraversato, non per essere vissuto. Perché una città può anche essere amata da milioni di persone, ma se non protegge chi la abita, chi la studia, chi ci lavora ogni giorno, smette lentamente di essere un luogo di appartenenza e diventa qualcos’altro: una parentesi, un’esperienza.
Per capire cosa sta succedendo, basta tornare alla “fiumana del progresso” di Giovanni Verga. Una forza che promette benefici diffusi e finisce per travolgere chi non riesce a stare nel flusso. A Napoli l’overtourism funziona allo stesso modo: una massa continua che occupa spazio, alza i prezzi e rende più difficile vivere la città. La prosperità resta una promessa, il disagio una realtà quotidiana. Come nei racconti di Verga, qualcuno avanza. Gli altri resistono.