NOS INTERVISTA: TÄRA


Immaginate di dover tenere in equilibrio due mondi, due culture, due storie diverse dentro l’unica anima. La nostra ospite di oggi ha trasformato questa sfida in una forma d’arte unica. È un’artista che non usa la musica solo per intrattenere, ma per unire ciò che sembra distante, mescolando ritmi moderni a sonorità antiche. In un periodo in cui è difficile trovare punti fermi, lei ci insegna come trasformare la propria identità in un punto di forza. Oggi scopriamo il mondo e la voce di Tära.

Tära è una cantautrice italo-palestinese cresciuta vivendo la complessità e la ricchezza di appartenere a due culture diverse di due terre lontane: l’Italia, terra in cui è nata e cresciuta, e la Palestina, terra delle sue origini familiari.

Christian Gargiulo:

Iniziamo subito con la prima domanda: innanzitutto chi è Tära? Ci racconti il tuo percorso e come le tue radici hanno plasmato la persona e l’artista che sei oggi?

Tära:

Ciao e grazie per l’invito. Mi piace pensare che Tära riuscirà ad essere tutto ciò che Tamara non è mai riuscita, con coraggio, a dire o forse ad esprimere. Quindi non è qualcosa di diverso da chi sono io, ma sono una parte di me che ha preso coraggio. E forse a volte farlo sotto un altro nome è un po’ più semplice. È come un’estensione di ciò che sono, con la differenza che non ha paura.

Christian Gargiulo:

Passo alla seconda domanda e vorrei fare riferimento a quella che sarebbe la tua firma sonora, in cui ti rispecchi. Mi parleresti del genere Arab’nB? In cosa consiste esattamente?

Tära:

Diciamo che le mie influenze principali ricadono anche nell’R&B. Sono cresciuta ascoltando questi artisti oltre a tanti artisti arabi. Sicuramente molto di più rispetto alla musica italiana, cosa che sto scoprendo forse adesso un po’ più da grande. Quindi queste sono state le mie influenze principali. Devo dirti, non avrei mai pensato effettivamente poi di farle io, perché inizialmente non credevo di essere così tanto sana nei generi. Da bambini è ancora un po’ difficile: assimili tutte queste influenze e un po’ crea ciò che plasma la tua arte.

E infatti mi è venuto molto naturale prendere questi due lati. In particolare, con il mondo arabo e l’R&B: a livello di suoni, di sonorità, a livello spesso di modulazione vocale, riprendere questi due mondi e fonderli.

Oggi ti dico sicuramente la mia musica non si ferma all’Arab’nB, però è qualcosa che mi ha aiutato tanto per iniziare questo percorso, identificarmi in qualcosa e rendermi conto che nonostante sia difficile che si tratti di qualcosa di identitario. Dunque si tratta di identità e dargli, effettivamente, un posto nel mondo, un nome. Però se ad oggi sicuramente questa parola possiamo ampliarla tantissimo con tantissimi altri generi. L’Arab’nB è comunque parte di chi sono e parte ancora della musica che uscirà.

Christian Gargiulo:

In un’industria musicale che spesso chiede agli artisti di essere leggeri e disimpegnati, quanto ti dà forza o quanto ti costa, anche in termini di energia, portare sulle spalle il peso di una narrazione e direzione musicale anche verso l’impegno, che sia civico, sociale o politico?

Tära:

Ti dico la verità: non mi costa. Nel senso che io ho sempre avuto una pressione di riscatto nella vita, verso me stessa e verso ciò a cui appartengo. Spesso, essendo lontana anche ad esempio dalla mia mamma, mi porta a dimenticare quanto bagaglio culturale, ma anche di tristezza, di trauma dell’esilio, lei abbia trascinato sulle sue spalle. Stare lontani ti crea anche un senso a volte di idealizzazione di te stesso e di cosa sei. Per me ad oggi è una missione cercare di ricordarmi sempre da dove vengo e forse se sono qui forse è anche pura fortuna.

Quindi essere qui per me oggi è importante, perché io ho una voce tra tante che appartengono alla mia famiglia. Questa voce, oggi, hanno dovuto perderla per lasciarla a me. Non so se ho spiegato correttamente questo concetto che, essendo molto difficile da spiegare a parole, si configura come astratto. Però se io oggi sono qui, devo comunque portare avanti questa voce. Sento il bisogno di doverlo fare. Quindi non mi costa, è una cosa molto naturale, come tutto il mio progetto. Posso dire veramente ciò che sono, che non sto cercando di compiacere nessuno standard, di conseguenza non mi sono mai preoccupata di questa cosa dell’industria musicale. Semplicemente perché è un’industria, e se vuoi, secondo me, è giusto sempre trovare un modo per comunicare queste cose. Questa è la verità: il modo corretto per comunicare qualcosa può essere la musica. Quindi anche tutta l’industria musicale, fare musica, ti mette dentro un’industria ancora più grande.

Non mi sono neanche mai posta il problema, semplicemente credo di comunicarmi in un modo che possa essere compreso da chiunque, grandi e piccoli.

Christian Gargiulo:

Vorrei parlare di attualità facendo una premessa necessaria: NOS è e sarà una rivista schierata. Si intende, verso chi necessita di avere una voce. Accogliere le istanze degli altri credo che sia un’esigenza avvertita e percepita da noi.

La domanda è: dopo anni di ciò che potremmo definire, appunto senza mezzi termini, un genocidio, attualmente, a Gaza, teoricamente e ufficialmente sarebbe in vigore una sorta di pace. Sapendo – ed è sotto gli occhi di tutti – che le atrocità non sono mai cessate, come vivi e cosa pensi di questa situazione?

Tära:

Ti dico, in questo preciso momento mi prendi in un periodo di conflitto interiore con me stessa. Come hai detto tu, credo che non ci sia neanche più bisogno della paura di chiamarlo genocidio. In generale spero davvero che nessuno abbia più paura neanche di sentire questa parola e che sia socialmente accettato e visto sotto gli occhi di tutti. Mi piace pensare, mi piace credere tantissimo che la Palestina abbia in generale aperto gli occhi e la coscienza un po’ di tante persone.

Ci ha messo quanto, due anni? Ed è stato tanto perché il costo è stato veramente alto. Però sono davvero scioccata dalla quantità di persone e dalla quantità di supporto che ho trovato in Europa dopo due anni. Vengo da un’infanzia e da un’adolescenza in cui io ho sempre visto e saputo di tutte queste atrocità, quindi non mi sono mai assolutamente abituata a questo, però per me è sempre stata qualcosa che ho saputo, non è stata qualcosa che ho scoperto.

Cosa vivo in questo momento e come penso che andrà il mondo? Io non te lo so neanche dire, perché in questo preciso momento, come ti ho detto poco fa, sono in un conflitto interiore. Perché non è solo la Palestina: la Palestina ha aperto gli occhi sul fatto che non esista un eroe e che assolutamente l’eroe non può mai essere un altro paese che cerca di, tra virgolette, liberarne un altro, perché ci sono sempre interessi alla fine del giorno.

Voglio soltanto continuare la mia missione e spero tantissimo che le persone possano capire davvero cosa significa libertà. E ad oggi, la libertà vera io l’ho trovata nelle persone di Gaza. Nella mia famiglia a Gaza, nei miei amici a Gaza, che sono stati capaci di dare forza a me, in un momento in cui forse io devo dare forza a loro, ma in un momento ovviamente distruttivo, psicologicamente, nel quale è difficile confortare qualcuno, soprattutto in un contesto del genere. Io la vera libertà l’ho vista lì. Quello che penso è questo: vedo un risveglio collettivo, spero che questo risveglio giunga dal lato giusto. E che non accada per protagonismo, perché ora ce n’è tantissimo, ce n’è veramente tanto. Però se devo essere sincera, in questo momento della mia vita non riesco a trovare molto la positività di tutto quello che sta accadendo nel mondo. La Palestina è un esempio di cosa stiamo vedendo: l’escalation è imminente, nel senso che tocca a tutti noi.

Sto lavorando a tante cose che ancora non sono pubbliche e che però riprendono proprio le testimonianze dirette della mia famiglia, testimonianze dirette di mia nonna, di cui stiamo parlando proprio di quasi 100 anni fa. Quindi è questa la cosa importante: lasciare un’impronta nel momento in cui proprio la Storia viene bruciata con l’accendino. È proprio ciò che stiamo facendo: bruciare tracce, bruciare il futuro. Bruciare letteralmente il futuro sembra una frase astratta, ma io vorrei che chi ascolta queste parole si renda conto della concretezza del fatto, perché quando il target sono i giovani, quando il target sono i bambini, vuol dire cancellare un ipotetico futuro di questa identità. Quindi sì, sicuramente.

Chiudiamo volgendo uno sguardo in avanti: in Palestina esiste il concetto di Sumud: la fermezza e la resilienza di restare radicati alla terra nonostante le avversità. Oggi, per te, come si traduce tale fermezza nell’arte e nella vita? C’è un messaggio che vuoi lasciare a chi ci sta ascoltando?

Tära:

Sì, il messaggio che vorrei lasciare è di non dare mai per scontato anche le piccole tradizioni che ci sono, magari nelle vostre culture. Mantenetele sempre vive, anche se stiamo entrando in nuovi capitoli delle nostre vite in cui è difficile mantenere accese vecchie tradizioni. Però fatelo. Fotografate, scrivete, continuate le usanze che avevano i vostri nonni. Continuatele, tenetele vive nella Storia.

Io sono fiera della diaspora, ma vedo una diaspora anche dentro le nazioni. Vedo la diaspora italiana: come qui in Italia, vedo gli italiani costretti magari a scappare dal sud e andare verso nord o all’estero. E questo concetto lo farò uscire presto proprio in musica. Quindi sì, mantenete viva sempre tutto ciò che sentite appartenere a voi.

Christian Gargiulo:

Grazie Tära per aver condiviso con noi la tua visione e la tua esperienza, per noi è un dono prezioso.

Grazie anche a voi che ci avete letto fino a qui. Se la storia di Tära vi ha lasciato qualcosa, non fermatevi a queste righe: quella che avete appena scorso è una sintesi. Per cogliere ogni sfumatura, l’emozione della sua voce e ascoltare l’intervista integrale, vi aspetto sul nostro canale Spotify.

La nostra ricerca di nuove voci continua ogni giorno: seguite le pagine di NOS su Instagram e TikTok per sostenere e accompagnare questo nostro percorso.

Qui è NOS Podcast, io sono Christian Gargiulo. A presto.