Insegnare costa: il nuovo reclutamento tra merito e patrimonio

Articolo di Adele Di Vuolo


I 60 CFU: un reclutamento che esclude
Il reclutamento scolastico italiano ha smesso di selezionare docenti. Ora seleziona patrimoni familiari.

C’è qualcosa che dovrebbe far scattare un allarme pubblico: oggi, per insegnare nella scuola statale, bisogna pagare. Pagare corsi universitari. Pagare tasse. Pagare con il proprio tempo. Pagare rinunciando a un reddito stabile. E farlo senza alcuna garanzia di assunzione. Non è una distorsione del sistema. È il sistema.

Il meccanismo si chiama 60 CFU. Un percorso obbligatorio per accedere ai concorsi e all’abilitazione all’insegnamento. Coinvolge decine di migliaia di persone in tutta Italia: laureati, supplenti, precari che già lavorano nelle scuole pubbliche. Non solo studenti alla prima esperienza, ma docenti che tengono in piedi le classi ogni giorno. A loro viene chiesto di fermarsi, studiare ancora, pagare ancora. Per “qualificarsi”. Come se non lo fossero già.

La riforma viene presentata come un investimento sulla qualità della scuola. Ma osservata dal basso, dal punto di vista di chi la attraversa, appare per quello che è: un pedaggio. Un costo da sostenere per non essere espulsi dal sistema. Non un ponte verso il lavoro, ma una prova di resistenza.

I 60 CFU non sono lavoro. Non sono retribuiti. Non producono diritti. Eppure richiedono frequenza costante, studio intenso, esami. Sono spesso incompatibili con un impiego a tempo pieno, ma indispensabili per continuare a insegnare. La contraddizione è solo apparente. Il messaggio è chiarissimo: chi può permettersi di reggere questa condizione resta, gli altri si fermano.

Nel frattempo, la scuola continua a funzionare grazie agli stessi precari che il sistema mette alla prova. Cattedre scoperte, classi sovraffollate, supplenze che iniziano a novembre. Contratti che scadono a giugno. A settembre si ricomincia da capo. In mezzo, l’abilitazione. Un corridoio sempre più lungo, senza una porta di uscita.

Questo modello non nasce per assumere. Nasce per gestire l’attesa. I 60 CFU non riducono il precariato scolastico: lo regolano. Producono una forza lavoro ampia, altamente qualificata, flessibile, sempre disponibile. Sempre ricattabile. Il sistema non fallisce nel suo obiettivo. Lo raggiunge.

Ma il punto più grave è un altro, ed è quello che raramente viene detto apertamente.
Il nuovo reclutamento introduce una selezione per censo nella scuola pubblica.

Chi può permettersi di insegnare oggi? Chi può sostenere mesi, a volte anni, di formazione non retribuita. Chi ha una famiglia alle spalle, un reddito di supporto, una casa, una rete di sicurezza. Chi può permettersi di sbagliare un concorso e riprovarci. Chi può aspettare. Gli altri vengono esclusi lentamente, senza clamore. Non perché meno capaci, ma perché meno coperti.

La selezione non è dichiarata. Non serve. Funziona da sola. Basta rendere il percorso lungo, costoso e incerto. Basta spostare sempre più avanti il momento dell’assunzione. Basta moltiplicare i requisiti. Il sistema farà il resto. Nessun divieto esplicito, nessuna espulsione formale. Solo una barriera economica che filtra senza sporcarsi le mani.

Questo non è un effetto collaterale. È una scelta politica precisa. Il reclutamento scolastico non valuta il merito in astratto. Valuta la capacità di resistere economicamente a un’attesa indefinita. Trasforma il diritto all’accesso in una prova sociale. Insegnare diventa una possibilità riservata a chi può permettersi di farlo.

Nel linguaggio istituzionale si parla di “razionalizzazione del reclutamento”. Nei fatti, è una politica di esclusione soft. Nessuno viene cacciato. Molti vengono scoraggiati. Il risultato è lo stesso: una scuola pubblica che seleziona i propri docenti in base alle condizioni economiche di partenza.

L’abilitazione, così, perde ogni funzione emancipante. Non è più un traguardo, ma una soglia mobile. Dopo i 60 CFU arriva il concorso. Dopo il concorso, l’anno di prova. Poi l’attesa per una sede. Ogni passaggio promette stabilità e produce rinvio. Ogni passaggio costa tempo e denaro. Il sistema non è inceppato. È progettato per funzionare così.

In questo quadro, parlare di “qualità della scuola” suona come una mistificazione. La qualità non nasce dall’accumulo di titoli, ma dal riconoscimento del lavoro. Una scuola che chiede di lavorare gratis, o quasi, non è una scuola migliore. È una scuola che scarica i costi sui più deboli e chiama questo sacrificio “formazione”.

Alla fine resta una scena che dovrebbe essere politicamente insostenibile. Un’insegnante davanti a un computer, la sera, dopo una giornata in classe. Studia per un’abilitazione che non la stabilizzerà. Paga per non uscire dal sistema. Resta precaria non per mancanza di competenze, ma per design.

Se questo non è uno scandalo pubblico, allora il problema non è il reclutamento.
È l’idea di scuola che abbiamo accettato senza più farci domande.