Articolo di Giuseppe Gammella

Chi ha mai sentito parlare della città pastello? I viandanti che abbiano avuto il privilegio di percorrere le sue strade, sanno che arduo compito sarebbe descriverla. Essa di fatto non si presta ad alcun tipo di illustrazione, e ogni racconto, ogni descrizione non coglie fino in fondo la sua natura paradossale. Le sue strade cambiano ogni qual volta le si attraversi, eppure esse portano sempre agli stessi luoghi. Nei suoi sobborghi è facile conoscere i volti dei suoi abitanti più noti ma, se si girasse l’angolo e si tornasse indietro, come per essere sicuri che il mondo non crolli dietro di noi, sarebbe impossibile dire con certezza che quei volti appartengano alle stesse persone. L’essenza di questa città è una realtà allucinata. Le storie che si tramandano sono parole al vento, o poco più. La memoria non giova, è anzi ingannevole. Le gesta dei suoi eroi, le minacce che giungono fino alle sue mura, l’orgoglio e le pene dei suoi cittadini, sono il lascito di una città fantasma che vivifica fin quando non si distoglie lo sguardo. Chiunque vi entri eredita solo due grandi verità universali: che questo mondo post-apocalittico è crudele e freddo come pochi altri, e che in un tempo distante anni luce una civiltà autoctona raggiunse il culmine della sua evoluzione tecnologica ed iscrisse il nome della sua città fra le stelle, un nome oramai illeggibile: Viriconium.
La città di Viriconium fu creata nel 1971 dalla penna dell’autore britannico M. John Harrison, nato nel 1945 e tuttora vivente, in una serie di romanzi e racconti protrattisi per circa un decennio: The Pastel City (1971), A Storm of Wings (1980), In Viriconium (1982), ed infine i racconti di Viriconium Nights (1984). Edizioni aggiornate e ristampe seguirono nel mondo anglo-americano in ragione della discreta fortuna dell’immaginario di Harrison, culminate poi in una serie di versioni dell’opera omnia stampate negli anni 2000 – 2005. Al di fuori del mondo anglofono la fortuna di Viriconium è stata però altalenante. In Italia venne alla luce una sola traduzione del primo dei romanzi, rinominato per l’occasione La città del lontanissimo futuro, per i caratteri della collana fantascientifica Urania, di proprietà di Mondadori. I lettori che abbiano avuto la fortuna di scoprire nella sua lingua originale questo mondo onirico e psicotico, che ormai ha compiuto i suoi cinquant’anni, forse a buon diritto reputerebbero l’indifferenza delle case editrici nient’altro che una triste svista.
I tempi sono forse maturi per una riscoperta, se un altro romanzo capitale di allora, Dune, già enormemente acclamato (e a ragione!) nel suo tempo, vive oggi una terza vita grazie alla trasposizione cinematografica per la regia di Villeneuve, dopo quella fortemente sperimentale di David Lynch (1984). Nello lo spirito di questa rubrica, che mira a promuovere la riscoperta di autori ed opere, si è desiderato illuminare nuovamente questo universo e la sua mente creatrice, nella speranza che l’eco di nuovi passi si diffonda per le fatiscenti strade di questa città.
Durante la sua lunga carriera M. John Harrison è riuscito a guadagnarsi un posto di prim’ordine nel mondo della letteratura, fantascientifica o meno. Al giorno d’oggi infatti Harrison scrive regolarmente articoli per il Times Literary Supplement, il Guardian e il Daily Telegraph. In anni più recenti ha pubblicato una serie di romanzi, tre dei quali componenti un nuovo ciclo, il Kefahuchi Tract: Light (2002), Nova Swing (2006) ed Empty Space (2012). Ma la sua carriera letteraria ha radici che affondano lontano. La sua prima pubblicazione, un racconto per la rivista Science Fantasy, risale infatti al 1965; nello stesso anno Harrison si sarebbe trasferito a Londra per perseguire la carriera di scrittore. Nella City fu redattore della rivista New Worlds dal 1968 al 1975, che proprio in quel periodo era diventata aprifila e mecenate della produzione fantascientifica più all’avanguardia. Lì strinse amicizia e collaborò con molti noti autori quali Michael Moorcock, il cui innovativo The Eternal Champion dettava scuola già dal 1962. Erano anni estremamente prolifici per la fantascienza, e di fatto le idee di Harrison non si limitarono a Viriconium. Lo dimostra la lunga lista di romanzi e racconti appartenenti agli stessi anni: The Committed Men (1971), The Centauri Device (1974), The Machine in Shaft Ten (1975), The Ice Monkey and Other Stories (1983), tutte storie che mirano a rompere i dettami della fantascienza tradizionale. Ma Viriconium fu, in effetti, l’opera più compiuta e l’esempio più spiccato dell’ideologia fantascientifica di Harrison. Attorno alla rivista New Worlds, di fatto, si erano raccolti autori appartenenti alla cosiddetta New Wave, un filone di controtendenza che desiderava rompere le barriere e le convenzioni che vivevano ormai come imposizioni. Le grandi opere fantascientifiche scritte fino a quella soglia degli anni ’70 – si pensi ad Asimov, Dick, fino allo stesso Herbert – erano accomunate dalla stessa ideologia di fondo: i loro mondi erano precisi, netti, strutturati, logici, affini a quella scienza immaginaria contenuta al loro interno che doveva vivere di regole ferree per essere credibile. Il mondo di Dune ci sorprende per l’enorme cura che Herbert dedicò alla creazione dell’ecosistema del pianeta Arrakis; le leggi della robotica di Asimov sono ancora note a noi per lo stesso motivo, perché esse furono un tentativo di ragionare lucidamente su di uno scenario possibile.
Ma Viriconium non fu niente di tutto ciò, fu infatti l’opposto. In questo mondo nulla conserva le sue caratteristiche, e ciò che è descritto una volta è destinato a mutare. I sentimenti che si ritrovano in quest’opera sono veri e cogenti quanto gli eroi che costellano i racconti, dal primo paladino Tegeus-Cromis ai regnanti che si susseguono al potere della città, ma altrettanto vera per Harrison è la vacuità dell’universo, che ci obbliga a lasciar andare tutto ciò che abbiamo raccolto. Il patto istituito con il lettore però non è unilaterale, egli non è lasciato con un vuoto incolmabile, perché il mondo di Viriconium (come quello di Harrison) non è, in fondo, un mondo nichilista. Al cuore del pensiero di Harrison v’era infatti la sicurezza che il lettore dei romanzi di fantascienza sogna mondi lontani per un insaziabile desiderio di scoperta positiva, per perdersi fra le stelle senza poterle mai riconoscere, per la bellezza indescrivibile di nuovi scenari. La sua ricompensa è un viaggio che continua eternamente, senza mai essere incatenato nel tempo e nello spazio.
Un lettore che riesca ad accogliere questo appel du vide, il richiamo del vuoto, dell’ignoto, è un lettore che non aspetta altro che conoscere questa città del lontano futuro. Viriconium lo accoglierà in tutta la sua bellezza, nella nostalgia inconoscibile dei suoi fasti. Nell’introduzione di questo breve inserto si è cercato di ricreare (pallida imitazione) il mistero allucinato e la magia dell’universo di Harrison proprio nella speranza che esso possa far breccia nel cuore dei prossimi lettori. Ma se essa non fosse riuscita a suscitare l’interesse desiderato, forse sopperiranno le parole di Harrison stesso, tanto epigrammatiche e semplici quanto efficaci:
Like all books, Viriconium is just some words. There is no place, no society, no dependable forniture to ‘make real’. You can’t read it for that stuff, so you have to read id for everything else.