Regine senza corona. Quando la finzione diventa realtà attraverso la scrittura

Articolo di Adele Russo


S’inventer un fil de fiction pour reprendre pied dans la réalité.1 In La Reine Alice, Lydia Flem reinventa l’esperienza biografica che colpisce circa una donna su quattro nel mondo: il cancro al seno. Attraverso linguaggi, personaggi e meccanismi narrativi ispirati al racconto di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie, la scrittrice belga sovrappone realtà e finzione, creando un regno in cui scopre la quintessenza di sé. La scrittura può rivelarsi uno strumento terapeutico? Addentriamoci nelle parole che traducono un corpo mutevole; esploriamo il nome di un nemico invisibile, e i personaggi di una narrazione priva di trama lineare riflettendo sulla logica sottile di una finzione che si fa realtà.

Il racconto si apre con il passaggio attraverso lo specchio, il quale segna l’inizio della discesa nel mondo della malattia. Il linguaggio e il tono, solo in apparenza leggeri, celano in realtà emozioni molto più profonde e dolorose. Se in Alice nel Paese delle Meraviglie il corpo si allunga e si rimpicciolisce in modo fantastico e reversibile, Alice in La Reine Alice prende invece coscienza delle trasformazioni irreversibili subite dal proprio corpo durante la traversata:

Quelque chose manque et tout se disloque, s’éparpille. Quand je me vois dans la glace de la salle de bains, je me fais peur. J’ai l’impression d’avoir perdu mon visage, je ne suis plus sûre d’être encore moi-même. Qui suis-je si je ne me ressemble plus ? Je me reconnaissais dans ma chevelure, dans la courbe de mes sourcils, […] tout ce moi familier a disparu…je ne vous parle pas de mes seins qui ne seront plus jamais comme ils étaient…2

Attraverso un tono di finzione, la scrittrice racconta come le chemioterapie cambiano il volto e il corpo, quelli che le davano un’identità e in cui si riconosceva. La malattia rende il corpo straniero. Nonostante la parola “cancro” non venga mai pronunciata, la paura e lo scoraggiamento emergono chiaramente in ogni frase. Di fronte a una realtà deludente e priva di certezze, il Paese delle Meraviglie diventa un mondo in cui tutto sembra possibile, perfino sopravvivere.

La malattia, pur non nominata, assume un volto: quello della Regina di Cuori. Nel Paese delle Meraviglie, questo personaggio controlla i suoi sudditi minacciando di tagliare loro la testa, simbolo di un potere assurdo e autoritario, impossibile da sfidare. Allo stesso modo, la malattia si impone sul

corpo senza chiedere il permesso. Per questo, in La Reine Alice, Alice viene perseguitata dalla Regina di Cuori: “La nuit je suis poursuivie par le Roi et la Reine de Cœur qui ne cessent de vouloir me trancher la tête. Mon corps est empêché́, je suis hors du monde, dépossédée.3

Tuttavia, il sentimento di autorità della Regina di Cuori non è l’unico a dominare questo mondo assurdo. C’è anche ciò che Alice chiama “l’amitié d’amour”: incontri che, anche se brevi, fanno la differenza, dimostrando che le parole e la presenza degli altri possono salvare una vita.

Ricompare il Cappellaio Matto, che in Alice nel Paese delle Meraviglie, durante il tè con il Leprotto Bisestile, accusa il Tempo di averlo fermato a un’ora precisa, così che la sua festa duri per sempre. Il Tempo diventa allora una persona con cui si può discutere e persino litigare. L’idea che il tempo non sia un semplice concetto, ma una presenza viva, è centrale anche in La Reine Alice. Questa prospettiva permette ad Alice di affrontare il tempo sospeso della sua malattia e di viverla come un’occasione per esplorare sé stessa, scoprendo che: “Le temps de la maladie n’étais pas un temps perdu, seulement une mise entre parenthèse, loin du monde, proche de soi”. 4

Anche l’incontro con il Brucalifo è fondamentale per mostrare il tema della ricchezza nella perdita. In Alice nel Paese delle Meraviglie è il personaggio che invita Alice al cambiamento consapevole, offrendole un pezzetto di fungo. In La Reine Alice, invece, le sue parole diventano un elogio della crisi identitaria che la scrittrice sta vivendo. Quando Alice è priva di energie e non riesce a trovare nulla da mettere sul capo ormai spoglio, il Brucalifo (Le Ver à Soie) la sprona a cercare un turbante: “Voici que le Ver à soie apparaît pour l’inciter à trouver un turban à poser sur sa tête : « Obstinez-vous ! On n’a rien sans effort. Cherchez encore, […]. Soyez un peu têtue, vous dis-je ! ».5 Alice, con coraggio, continua ad attraversare il mondo oltre lo specchio e trasforma questo invito in un inno all’impotenza e al disordine : “Vive l’impuissance et le désespoir !”6. Una delle frasi del Ver à soie che più inciderà su Alice è però questa: “ La part d’indestructible, ce que rien ni personne ne pourra plus jamais vous enlever. C’est à vous, c’est vous ».7 Dall’altra parte dello specchio, Alice non si arrende. Trasforma la perdita in scoperta, trovando alla fine parti di sé che non conosceva.

Non poteva mancare il Coniglio Bianco che, se in Alice nel Paese delle Meraviglie è il richiamo all’avventura, in la Reine Alice è il richiamo alla vita. Appare sempre sfuggente, ma la esorta a parlare, ad apprezzarsi: “ Vous êtes belle Alice, belle au-delà̀ des apparences. Le savez-vous ? ».8 La sua presenza incarna il valore delle persone genuine, quelle che fanno bene al cuore, durante i momenti faticosi, ricordandoci che non siamo mai soli.

Quest’ autofinzione è un invito a osare lo smarrimento, a concedersi la perdita, ad attraversare la paura, perché solo così si può riconoscere il valore della vita, propria e altrui: “Traverser le miroir, ce n’était pas seulement une catastrophe, c’était une chance…sans plus chercher à se défendre, à se protéger, à vouloir éviter à tout prix ses peurs, oser faire connaissance avec soi”.9

La scrittura di questo mondo sospeso, fuori dal tempo e dallo spazio, diventa una strategia delicata che permette alla scrittrice di planare sul dolore senza sprofondarvi. In questo spazio immaginato, la malattia non si combatte con le armi della guerriera, ma si attraversa con la dignità silenziosa di una regina. La scrittura non è una medicina, ma una forma di cura: non guarisce il dolore,

ma lo accompagna, lo rende abitabile. La letteratura non salva, ma sostiene; non cancella la ferita, ma le dà voce. E non è forse in questa resistenza che si nasconde l’essenza più profonda dell’arte?

Il faut toujours une part de jeu, de dépassement. Sinon la vie…serait insupportable.
Lydia Flem, La Reine Alice.


1 Lydia FLEM, La Reine Alice, Paris, Éditions du Seuil, La Librairie du XXIe siècle, Maurice Olender (dir.), 2011, p. 20. Trad. mia: “inventarsi un filo di finzione per prendere piede nella realtà”.

2 Ibid. p. 216. Trad. mia: “Qualcosa mi manca e tutto si disgrega, si disperde. Quando mi vedo nello specchio del bagno, mi faccio paura. Ho l’impressione di aver perso il mio viso, non sono più sicura di essere m stessa. Chi sono io se non mi somiglio più? Non mi riconosco nei miei capelli, nella forma delle mie sopracciglia […] tutto quello che mi era familiare è scomparso, […] e non vi parlo dei miei seni, non saranno mai più com’erano prima…”

3 Ibid. p.118 Trad.mia : Di notte sono perseguitata dal Re e dalla Regina di cuori, che non la smettono di volermi tagliare la testa. Il mio corpo è paralizzato, sono fuori dal mondo, impotente.

4 Ibid. p. 174 trad mia: “ il tempo della malattia non era un tempo perso, ma una messa tra parentesi, lontano dal mondo e vicino a sé”.

5 Ibid. p. 115, trad mia: “Ecco che il Brucalifo apparì per incitarla a trovare un turbante da posare sulla sua testa : “Ostinati ! Non si ottiene nulla senza sforzo. Cerca ancora […] sii un po’ testarda, ti dico!”.

6 Ibid. p. 35.

7 Ibid. p. 286,, trad. mia: “La parte indistruttibile, quella che niente e nessuno potrà mai toglierti. È tua, sei tu”.

8 Ibid. p.127, trad. mia : sei bella Alice, oltre le apprenze, lo sai?”.

9 Ibid. p.286, trad. mia: “Attraversare lo specchio, non è stata solo una catastrofe, è stata un’opportunità…senza più cercare di difendersi, di proteggersi, a voler evitare a tutti i costi le proprie paure, osare fare conoscenza di sé stessi.