NOS INTERVISTA: #CuoreDiNapoli

Articolo di Anna Menale


Se avete passeggiato per le strade di Napoli negli ultimi anni, vi sarà sicuramente capitato di notare un segno diventato ormai iconico: un cuore rosso pixelato, magari appiccicato a una vetrina, appeso a un balcone o stampato su un muro. È il simbolo di #CUOREDINAPOLI, un progetto che è diventato quasi il volto della città, trasformando il legame tra arte e territorio in qualcosa di vivo e pulsante.
Oggi per il nostro podcast abbiamo incontrato Emanuele Jordan, che fa parte di questo collettivo e ci ha raccontato cosa c’è dietro questo grande battito collettivo.

Innanzitutto, presentati: chi sei?

Io sono Emanuele e sono parte del collettivo #CUOREDINAPOLI, un collettivo che nasce quindici anni fa all’interno dell’Accademia di Belle Arti e che da tre anni è uscito dall’Accademia ed è diventato un’APS (Associazione di Promozione Sociale). Questo è stato fatto per la tutela e la diffusione del segno di #CUOREDINAPOLI.

Quando avete ideato #CUOREDINAPOLI, avevate delle aspettative? Cosa vi aspettavate e che cosa poi effettivamente è successo?

CUOREDINAPOLI non nasce da un’idea precisa di una singola persona ma, come ti dicevo, nasce dal corso di Nuove Tecnologie dell’Arte all’interno dell’Accademia. È sempre stato un progetto collaborativo a cui partecipavano più di 200-300 studenti all’anno, ovvero gli iscritti del corso. Io non ero presente alla nascita del collettivo, ma col tempo ha preso sicuramente una direzione che è quella di city brand. Però non è mai stata una direzione programmata; non penso che i fondatori si siano messi lì a dire “diventiamo il city brand della città”. Penso che i valori siano sempre stati quelli di fare qualcosa a livello artistico per il territorio napoletano, quindi tutto quello che è diventato è successo solo perché, forse, doveva in qualche forma diventare così.

Siete molto attivi sul territorio napoletano, basta andare al centro storico e ci sono i vostri cuori ovunque. Avete anche questo bellissimo coworking a Casalnuovo: perché secondo voi è importante dare spazio alle province, a quei luoghi spesso percepiti come marginali dove chi ci vive pensa che non ci sia nulla?

CUOREDINAPOLI ha sempre lavorato in quelle che noi definiamo “periferie di senso”, ovvero zone che si trovano al centro della città ma che per motivi storici e culturali vengono intese come se fossero periferiche. Quando tre anni fa abbiamo fondato l’APS, c’è stata l’esigenza di continuare a lavorare al centro storico, che è il nostro punto di partenza, ma anche di avviare questa nuova indagine nelle periferie reali. Il nostro collegamento a Casalnuovo viene anche dal legame con il “Collettivo 218”, che negli ultimi tre anni è diventato il braccio operativo di #CUOREDINAPOLI.

Napoli negli ultimi anni sta cambiando molto. Mi ricordo che nel 2018-19 l’autobus per l’università non passava mai, oggi ci sono vari collegamenti tra Casoria, Afragola e Napoli. Secondo la mia esperienza è una città che sta migliorando. Voi come l’avete vista cambiare? Com’è Napoli oggi?

Sicuramente Napoli è esplosa. Se dovessimo trovare una data in cui tutto questo è successo, è stata tra il 2022 e il 2023. Nel 2022 già si iniziava a percepire una Napoli diversa, molto frequentata dai turisti. Poi nel 2023, con la vittoria dello scudetto, Napoli è esplosa definitivamente. Ci sono cose positive e cose negative di questo overtourism che Napoli sta vivendo, però sicuramente molti dicono che è stata rivalutata. Finalmente hanno capito che Napoli è sempre stata grande, solo che prima non lo si sapeva. Adesso tutta questa narrazione si è spostata su Milano: adesso Milano è additata come lo era Napoli una decina di anni fa. Io personalmente credo che queste differenze non ci siano; sono sempre posti bellissimi vissuti da gente bellissima, così come posti bruttissimi vissuti da gente che magari non è così bella. È semplicemente un andare delle cose.


Sono d’accordo. Secondo me #CUOREDINAPOLI non è solo un progetto, è anche una comunità. Che tipo di risposta avete ricevuto negli anni dalle persone del territorio? Vi siete sentiti sostenuti?


La cosa bella di #CUOREDINAPOLI è proprio che viene accolta dalle persone: è un sentimento d’amore. Noi lavoriamo mesi e mesi sui territori, conoscendo persona per persona. Passato il primo impatto di capire chi siamo e cosa vogliamo — perché cerchiamo di entrare sempre in punta di piedi con un “dono” per tutti — le persone apprezzano le intenzioni con cui lavoriamo. Spesso, ed è divertente, non capiscono appieno che si tratta di un progetto artistico o di un collettivo, perché c’è molta difficoltà a percepire un sistema orizzontale. Non esiste un sistema piramidale, non c’è un capo e delle persone che lavorano per lui; siamo tutti un po’ capi e tutti un po’ allievi. La gente lo apprezza perché parla alla pancia. In un’operazione artistica, solitamente sono poche le persone che poi colgono il fatto che si tratti, tecnicamente, di un progetto d’arte.


Avete sempre preso posizione in modo molto chiaro nel sostenere la causa palestinese. Perché secondo te è stato così difficile, in termini di accettabilità sociale, esporsi a favore della Palestina e perché lo è ancora oggi? Perché si paga ancora un prezzo per questo?


Posso risponderti in quanto Emanuele, sarebbe pretenzioso rispondere a nome di tutte e tutti noi. Credo personalmente che molto derivi dal contesto in cui siamo immersi e che ci fa paura. Ci fa paura il ricordo di ciò che è successo e che continua a succedere costantemente anche in altre parti del mondo. Siamo in una parte molto fortunata del mondo: possiamo decidere tante cose e non ce ne rendiamo conto. Fin quando non vengono toccati i diritti degli “intoccabili”, nessuno si scuote nell’anima. Abbiamo visto che il 22 settembre in Italia più di 50.000 persone hanno marciato per la pace, ma sappiamo come i media hanno trattato la cosa. È stata una bolla. Spesso si immagina che le persone si siano riunite e che quindi il mondo sarà un posto migliore, ma se queste cose continuano a succedere è perché ognuno di noi dentro ha un po’ di bene e un po’ di male. Diventa quasi una moda stare insieme o manifestare. Sicuramente ci sono valori d’amore in quello che è successo nell’ultimo anno, ma va presa consapevolezza che non è finito nulla. In Palestina continuano i bombardamenti sulle tendopoli, però magari non se ne parla più come prima.
Dieci anni fa non se ne parlava ma succedeva lo stesso. È una società che ha molta difficoltà a parlare con se stessa.

Guardando al futuro, cosa ti aspetti da Napoli? Che città vorresti trovare per chi sceglie di restare qui a costruire qualcosa?


Sarebbe scontato dire che si vuole una città bella e che funzioni, però andrebbe capito cos’è una città bella. Personalmente, già quello che abbiamo credo sia un grandissimo risultato, anche se non tutti saranno d’accordo. È ovvio che ci aspettiamo un mondo migliore, ma questo accade solo se la gente migliora, e la gente siamo noi: io, tu, Anna. Non possiamo parlare di “noi” e “loro”, perché altrimenti chi sono loro? Immagino che le cose andranno come devono andare. Non ho pretese verso Napoli; quello che è successo negli ultimi due anni è stato bello perché abbiamo visto una Napoli riscoperta. Fantastico, ma lo era anche prima.


Per chiudere: consigliaci un libro.

Emanuele: Un libro che ho apprezzato tantissimo e che ha poche pagine è Bagaglio a mano (di Gabriele Romagnoli). Sono 87 pagine che mostrano quanto sia importante a volte prendere posizione e quanto sia importante, allo stesso tempo, non prenderla. Aiuta a capire l’essenziale che ci fa stare qui.