Articolo di Sabrina Sorvino

« L’unica cosa che si profila nitida / è la prodigiosa difficoltà della visione »: quando Valerio Magrelli scrive questi versi alla fine degli anni Settanta, non sta semplicemente formulando una riflessione sullo sguardo, ma mette a fuoco una condizione più ampia, nella quale ciò che viene meno non è soltanto la chiarezza del mondo, bensì la possibilità stessa di organizzarne l’esperienza in un’immagine precisa e condivisibile. Negli anni compresi tra il 1975 e il 1978, questa difficoltà assume un rilievo storico e collettivo, perché eventi come il movimento del ’77, l’assassinio di Aldo Moro e la violenza diffusa degli anni di piombo producono una frattura realtà che investe lo stesso modo in cui la viene percepita e condivisa, come se il reale sfuggisse a ogni possibilità di essere restituito in una forma comune; una crisi che attraversa inevitabilmente anche la letteratura, trasformando non solo ciò che viene raccontato, ma le condizioni stesse del raccontare. Il pubblico della poesia , antologia pubblicata nel 1975 da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, nasce proprio in questo contesto e, più che definire una nuova generazione, ne mette subito in evidenza la dispersione. Nell’introduzione, Berardinelli parla infatti di “deriva”, indicando un campo poetico in cui le voci si moltiplicano senza convergere e in cui non è più possibile riconoscere una direzione condivisa. La poesia continua a parlare, ma le parole non sembrano più un punto d’appoggio stabile né uno strumento capace di ripristinare l’esperienza in forma pienamente condivisa, segnando così una perdita di tenuta tra parola e realtà.
Dentro questo spazio si collocano Ora serrata retinae di Valerio Magrelli, pubblicato nel 1980 da Feltrinelli, e Medicamenta di Patrizia Valduga, uscito nel 1982 per Guanda: i titoli, entrambi in latino, sembrano suggerire un ritorno alla forma, come se la tradizione potesse ancora offrire un punto di stabilità, ma resta soltanto apparente. Sono due esordi decisivi non perché offrano una soluzione alla crisi, ma perché mostrano due modi differenti di abitarla, lasciando emergere ciò che accade alla poesia quando il mondo non si lascia più dire in modo diretto.
Nel caso di Magrelli, il punto di avvio della scrittura coincide con una soglia: già il titolo Ora serrata retinae indica il « margine estremo della retina », cioè il punto oltre il quale l’occhio non vede e che non viene mai davvero oltrepassato. Lo sguardo, invece di aprirsi sul mondo, tende a trattenerlo e l’io poetico non riesce ad attraversare la realtà in modo diretto, tanto che « Il corpo è chiuso come una muraglia » non è soltanto una dichiarazione di interiorità, ma la definizione di uno spazio chiuso, separato dal mondo proprio nel momento in cui tenta di comprenderlo. Non è la realtà a essere negata, ma il suo accesso diretto; ciò che viene osservato passa sempre attraverso una mediazione: lo specchio, la lente, lo schermo, superfici che non restituiscono mai un’immagine integra; anche quando lo sguardo si rivolge verso se stesso, come in « Stasera mi sono visto nello specchio », l’incontro con l’io avviene attraverso un filtro. Questa difficoltà riguarda non solo la visione, ma anche la forma della scrittura, che procede per frammenti e immagini isolate, come se ogni poesia fosse un tentativo incompiuto di avvicinarsi a qualcosa che resta, però, fuori fuoco.
Con Valduga il movimento è diverso: se in Magrelli la frattura passa attraverso la difficoltà della visione, in Medicamenta essa si concentra nel linguaggio e nel corpo; il titolo suggerisce fin da subito un’ambivalenza: la parola è insieme ciò che cura e ciò che ferisce, è veleno e farmaco. Proprio in questa tensione si costruisce una lingua che tende continuamente a eccedere, perché da una parte troviamo una struttura metrica rigidissima, fatta di sonetti, endecasillabi e schemi chiusi, dall’altra una spinta verbale che preme contro questi argini. Il verso «O datemi qualcuno che mi ascolti, / che di parole straripo» rende visibile il punto di tensione su cui si costruisce Medicamenta: la forma non organizza l’esperienza, ma la contiene, funzionando come un limite necessario per una lingua che altrimenti si disperderebbe. È soprattutto nel corpo che questa tensione diventa riconoscibile: in versi come «Stringimi e allentami, calami e aumentami, / Domami, sgominami poi sgomentami», il corpo diventa il luogo in cui il linguaggio prende forma e si intensifica, lasciando emergere una sessualità insistita, spinta dal desiderio che agisce come forza interna della lingua stessa. Anche qui si tenta un’adesione più intensa all’esperienza, ma proprio in questo slancio la parola finisce per eccedere: più cerca di farsi reale, più mostra la propria finzione, perché la metrica e l’accumulo verbale deformano il reale nel momento stesso in cui tentano di restituirlo.
La distanza tra le due poetiche, a questo punto, risulta più chiara: in Magrelli il reale resta qualcosa da osservare da una soglia, ma questa posizione rivela l’impossibilità della visione, che diventa anche difficoltà di racconto; Valduga, invece, sembra muoversi nella direzione opposta, perché non si arresta davanti alla distanza, ma tenta di colmarla spingendo la parola verso un’intensità sempre maggiore. Nel primo caso la realtà sfugge perché non si lascia vedere pienamente; nel secondo sfugge perché la lingua, nel tentativo di raggiungerla, finisce per deformarla. Il punto di contatto tra queste due direzioni è rappresentato dal corpo; negli anni Settanta, soprattutto nelle esperienze legate alla Neoavanguardia, il corpo del poeta era stato spesso esposto nello spazio pubblico attraverso letture pubbliche e performance, diventando parte integrante dell’atto poetico. Alla fine del decennio, però, questa esposizione sembra lasciare spazio a un movimento opposto: il corpo diventa una zona intima, separata, in cui si deposita la crisi del rapporto tra parola e realtà. In Magrelli il corpo viene progressivamente ridotto a oggetto, sottoposto allo stesso destino del mondo: essere osservato senza potersi offrire a una piena rappresentazione; in Valduga, invece, il corpo è attraversato dalla parola che lo consuma a causa del desiderio eccessivo, diventando il luogo in cui il linguaggio si intensifica.
Pur muovendosi in direzioni opposte, Magrelli e Valduga mostrano comunque la stessa perdita: la poesia non può più essere un ponte sicuro tra il soggetto e il reale; il confronto tra i due non serve a ricondurli a una stessa poetica, ma a mostrare come una medesima rottura possa produrre risposte radicalmente diverse; in entrambi i casi, la poesia non risolve la frattura: la espone.
Quella rottura degli anni Settanta non coincide con quella del presente, ma alcuni suoi effetti sembrano continuare ad attraversarci: se allora la difficoltà di rappresentare il reale nasceva da una crisi storica percepita come comune, oggi il problema sembra diverso, perché non mancano immagini o punti di vista sulla realtà; al contrario, ce ne sono moltissimi, e proprio questa abbondanza non rende il reale più chiaro, ma lo disperde. La distanza che Magrelli e Valduga rendevano visibile non si è colmata, ha soltanto cambiato forma: oggi nasce anche dall’illusione che, poiché tutto viene continuamente rappresentato, il reale sia per questo più vicino e comprensibile, mentre accade il contrario perché la moltiplicazione delle immagini non produce necessariamente una forma comune dell’esperienza, ma spesso frammenta ancora di più il modo in cui ciascuno la percepisce. La poesia può ancora intervenire proprio qui, mostrando che questa vicinanza è solo apparente e che resta aperto il problema di dare una forma comune all’esperienza.