Alla (ri)scoperta di: Cenne da la Chitarra

Articolo di Antonio Palumbo


Nel vasto panorama della poesia medievale italiana esistono autori che devono la propria fortuna non alla grandezza solitaria delle loro opere, ma alla capacità di dialogare — e persino di battagliare — con la tradizione che li precede. Cenne da la Chitarra è, tra questi, uno dei casi più affascinanti: poeta toscano del Duecento, è ricordato soprattutto per aver risposto ai celebri sonetti di Folgore da San Gimignano con una serie di componimenti che ne rovesciano punto per punto il tono festoso. Eppure ridurre Cenne al ruolo di semplice parodista sarebbe un errore: dietro la sua ironia si nasconde una voce autentica, capace di restituire con uguale vivacità il rovescio della medaglia della vita medievale.

Le notizie biografiche su Cenne sono, come spesso accade per i poeti minori del Duecento, estremamente lacunose. Sappiamo che era originario di Arezzo, o comunque legato all’area umbro-toscana, e che visse grosso modo nella stessa epoca di Folgore, nella seconda metà del XIII secolo. Nulla ci è tramandato della sua vita al di fuori dei versi: non sappiamo se fosse di estrazione nobile o borghese, se esercitasse un mestiere, se viaggiasse. La sua identità si costruisce interamente attraverso la poesia, e precisamente attraverso il confronto con un altro poeta.

Il progetto letterario di Cenne nasce da una scelta precisa: prendere i sonetti dei mesi di Folgore — quel calendario ideale di feste, cacce e banchetti — e riscriverli punto per punto al contrario. Laddove Folgore immaginava per ogni mese un’attività elegante e un piacere condiviso, Cenne propone la versione degradata, fangosa e scomoda della stessa realtà. Al posto dei cavalli impennati nei tornei compaiono strade dissestate; al posto delle tavole imbandite, la penuria e il freddo. L’effetto è volutamente comico, ma anche impietosamente realistico.

Per cogliere il tono di questa voce così peculiare, vale la pena soffermarsi su un esempio. Laddove Folgore celebrava maggio con fiori e donzelle ornate, Cenne rovescia la scena con un’ironia tagliente:

Di maggio vi do fame e magrezza,
e fredda acqua e vento e grandinare,
caldi e febbri, e non poter dormire,
e lunga notte con malinconia.

In questi versi il calendario della gioia si trasforma in un catalogo di disagi. Ma non si tratta di semplice negazione: c’è una precisione quasi tenera nel descrivere il disagio, come se l’autore conoscesse intimamente quella realtà e vi trovasse una sua forma di bellezza laterale.

Ciò che colpisce della poesia di Cenne è la consapevolezza letteraria che la sorregge. La parodia medievale non è mai distruzione pura: essa esige che il modello originale sia perfettamente riconoscibile, anzi che venga rispettato nella struttura, per poter essere rovesciato nel contenuto. Cenne non attacca Folgore; lo utilizza come impalcatura. I due poeti formano, insieme, un dittico ideale: uno canta il mondo come dovrebbe essere, l’altro come spesso è.

Questa dialettica tra ideale e reale ha radici profonde nella cultura medievale. Da un lato la letteratura cortese costruiva mondi perfetti – tornei, primavere eterne, amori stilizzati; dall’altro una tradizione comica e burlesca, altrettanto vitale, si incaricava di smontare quella perfezione con un sorriso. Cenne appartiene a questa seconda tradizione, quella del contrasto, della tenzone, del ribaltamento ironico, che nella letteratura italiana medievale vanta esempi illustri e una lunga storia.

Va detto che il suo progetto non è semplicemente demolitivo. Sotto la superficie comica dei sonetti di Cenne si intravede qualcosa di più sottile: una sensibilità acuta per le condizioni materiali dell’esistenza. Il fango, la pioggia, la stanchezza, il freddo: questi elementi non sono solo gag comiche, ma dettagli vissuti, capaci di evocare la texture concreta della vita quotidiana medievale con una precisione che Folgore, nella sua eleganza, non aveva cercato. In questo senso, Cenne è paradossalmente un poeta più realistico del suo modello.

C’è anche una dimensione sociale in questo capovolgimento. Il mondo festoso di Folgore era quello dell’aristocrazia e della borghesia agiata, delle torri e dei palazzi, degli uomini che potevano permettersi di cacciare e banchettare. Il mondo di Cenne, per quanto immaginario nella sua sistematica negatività, allude a qualcosa di diverso: a una realtà fatta di privazioni e fatica, che coesisteva con la festa dei più fortunati. La parodia diventa così, quasi involontariamente, uno sguardo obliquo sulla stratificazione sociale del Duecento comunale.

La fortuna critica di Cenne da la Chitarra è rimasta a lungo nell’ombra, condizionata dalla sua posizione subalterna rispetto a Folgore. Chi studia l’uno difficilmente ignora l’altro, ma la direzione dello sguardo critico è quasi sempre la stessa: Folgore come punto di partenza, Cenne come eco o risposta. Eppure questa asimmetria merita di essere messa in discussione. Un poeta capace di costruire un intero ciclo di sonetti a partire dal lavoro altrui, mantenendo coerenza formale e invenzione continua, dimostra una padronanza del mezzo tutt’altro che trascurabile.

Riletti oggi, i sonetti di Cenne hanno il fascino straniante di una fotografia in negativo: mostrano la stessa scena di Folgore, ma con i colori invertiti. E proprio in questa inversione risiede la loro originalità. Non la celebrazione della vita, ma la sua smitizzazione affettuosa; non il piacere, ma la sua assenza narrata con ironia bonaria.

In questo senso, Cenne da la Chitarra parla ancora al lettore contemporaneo. La sua voce ricorda che la letteratura non è solo celebrazione, ma anche sguardo critico, capacità di ridere del divario tra come vorremmo che fossero le cose e come effettivamente sono. Il suo calendario al contrario, con tutta la sua pioggia e il suo fango, è anche una forma di onestà poetica: un invito a non dimenticare il rovescio della festa. E forse, proprio per questo, merita di essere riscoperto.