Articolo di Anna Scassillo

Ci sono autori che abitano la scena letteraria e altri che scelgono di sottrarsene. Patrick Süskind
appartiene a questi ultimi: schivo, riservato, invisibile quanto i suoi personaggi, costruendo una
carriera solida e duratura mantenendo una distanza costante dai riflettori. Eppure il suo nome
continua a riemergere, discreto ma persistente, tra le opere più lette e discusse degli ultimi decenni.
Nato in Germania nel 1949, figlio di un giornalista e scrittore, ha costruito la sua fama con opere
dalla poetica minimalista e potente, in cui personaggi isolati e marginali si confrontano con un
mondo che li rifiuta o li ignora. Süskind si fece notare per la prima volta con Il contrabbasso: un
monologo teatrale in cui un orchestrale mediocre riflette, con ironia e frustrazione, sulla propria
invisibilità. In quella voce solitaria si intravede già un nucleo tematico destinato a svilupparsi
pienamente: l’invisibilità, l’isolamento, il bisogno di essere riconosciuti. È però nel 1985 con Il
profumo che questa tensione trova la sua espressione più compiuta.
Il romanzo si apre in una Parigi densa, sporca, attraversata da odori che si mescolano e si
sovrappongono. È proprio l’olfatto, il senso più elusivo e meno rappresentabile, a organizzare
l’intero universo narrativo. In un contesto letterario dominato dallo sguardo e dall’analisi interiore,
Süskind sceglie di raccontare ciò che non si vede, facendo dell’odore il principio attraverso cui il
mondo prende forma e significato.
Jean-Baptiste Grenouille nasce in questo ambiente con un talento straordinario: possiede un olfatto
assoluto, capace di riconoscere e trattenere ogni sfumatura del reale. A questo dono si accompagna
una mancanza decisiva: Grenouille non ha un proprio odore. Non lascia traccia, attraversa il mondo
senza essere davvero percepito, come se la sua esistenza scorresse ai margini di ciò che gli altri
possono avvertire.
Da questa assenza prende forma la sua ossessione: creare il profumo perfetto. Non si tratta solo di
un’opera estetica, ma di un progetto volto a suscitare amore e devozione e, soprattutto, a garantirgli
una forma di esistenza riconosciuta. Attraverso la costruzione artificiale di un’essenza, Grenouille
tenta di colmare un vuoto originario, trasformando l’identità in qualcosa che può essere prodotta.
Il romanzo insiste su questa dimensione sensoriale con una precisione quasi ossessiva. Mercati,
corpi, materiali e paesaggi vengono descritti con minuzia, costringendo il lettore a immaginare ciò
che non può realmente percepire. In questo modo, la scrittura diventa uno spazio in cui l’invisibile
prende forma concreta.
Proprio questa capacità della scrittura di rendere percepibile l’impalpabile ha reso la trasposizione
cinematografica una sfida straordinaria. Nel 2006 Tom Tykwer ne realizza la trasposizione
cinematografica, Profumo – Storia di un assassino, affrontando il paradosso evidente: come
mostrare l’olfatto? Il film affronta questo limite attraverso una forte intensificazione
dell’esperienza visiva, i colori si fanno più saturi, i dettagli più ravvicinati, la macchina da presa
insiste sugli oggetti e sui corpi con un’attenzione quasi palpabile. In particolare, le sequenze
dedicate all’estrazione dei profumi isolano fiori e superfici, restituendoli con una lentezza e una
precisione che suggeriscono, per via indiretta, la dimensione olfattiva.
Nel passaggio dalla pagina allo schermo emerge una differenza significativa. Nel romanzo, l’estasi
collettiva che Grenouille riesce a provocare è narrata con una distanza fredda, quasi analitica, che
mantiene intatta l’ambiguità dell’esperimento. Nel film, la stessa scena assume una dimensione
spettacolare, quasi barocca, in cui la partecipazione emotiva dello spettatore è più immediata. Allo
stesso modo, la figura di Grenouille tende a sdoppiarsi: sulla pagina resta opaca, difficilmente
penetrabile, mentre nel film acquista una maggiore riconoscibilità, che ne attenua in parte
l’astrattezza.
Il fascino de Il profumo supera i confini della letteratura e del cinema, trovando una risonanza
inattesa anche nel contesto musicale. Kurt Cobain raccontò di aver letto il romanzo più volte e di
averne un’impressione duratura, riconoscendosi nella condizione di estraneità del protagonista. Da
questa suggestione nacque Scentless Apprentice, brano dei Nirvana che trasforma la tensione del
testo in un’esperienza sonora intensa, capace di evocare la solitudine e la ricerca di riconoscimento
che attraversano il romanzo.
In questo passaggio dall’olfatto di Grenouille alle immagini del cinema e poi alla musica, Il
profumo mostra come un’idea o un sentimento possano essere percepiti in forme diverse, pur
restando altrettanto potenti. Rileggere oggi Süskind significa confrontarsi con una domanda che
conserva tutta la sua attualità in un contesto in cui l’identità appare sempre più legata alla
percezione e alla rappresentazione, Il profumo mette in scena una verità tanto semplice quanto
disturbante: ciò che gli altri percepiscono di noi può finire per coincidere con ciò che siamo. La
letteratura suggerisce questa intuizione attraverso l’invisibile, il cinema la traduce in immagini, la
musica la restituisce come tensione emotiva.
E forse è proprio qui che il romanzo continua a interrogarci, lasciando aperta una domanda che non
trova risposta: esistiamo davvero, se nessuno è in grado di percepirci?