Articolo di Marianna Marino

Esiste un momento, nell’esperienza amorosa, in cui ciò che proviamo trabocca e cerca una forma. L’amore reca in sé un problema di traduzione, per cui la chiarezza di quanto è sentito si scontra con l’opacità del reale.
Roland Barthes e Franz Kafka mostrano come, senza parole, l’amore resti muto, eppure nella traduzione c’è il rischio di una possibile perdita. Come ci si avvicina all’altro attraverso un medium fragile, mobile e imperfetto? «Il linguaggio è una pelle: io sfioro l’altro con le parole»: così Roland Barthes apre i suoi Frammenti di un discorso amoroso, individuando lucidamente quest’aporia e sostenendo l’idea per cui le parole siano come dita che sfiorano senza trattenere, e che il discorso si manifesti in frammenti, figure e ritorni ossessivi, dando origine a una messa in scena che procede non per argomenti ma per urgenze: si dice per sopravvivere, per non scomparire nel silenzio.
Ogni frase è un avvicinamento che non si compie, un evento senza garanzia; un desiderio che si traduce in segno e che, in quella stessa traduzione, perde inevitabilmente qualcosa. Eppure è proprio questo scarto che genera l’intimità: parlare d’amore significa accettare di non dire mai abbastanza, accettare il fraintendimento, abbracciare la non-risposta.
Secondo Il compito del traduttore di Walter Benjamin, l’opera vive attraverso le traduzioni, che con essa non sono in rapporto di imitazione o subordinazione, ma la continuano, arricchendola e permettendo alla lingua d’arrivo di far emergere ciò che nell’originale resta inespresso, poiché legato a una e a una sola verità linguistico-culturale, rivelando così il profondo legame che unisce lingue distinte e avvicinandole a una forma più pura, capace di cogliere l’essenza delle cose e di rivelare la verità del linguaggio come porta d’accesso a più sfumature del reale.
Ecco, dunque, che amore e traduzione si posizionano sullo stesso piano: quello della rinuncia consapevole al controllo e della ricerca di un compromesso. Una volta dette, infatti, le parole non appartengono più a chi le ha pronunciate, ma entrano nello spazio dell’altro, dove vengono interpretate — forse fraintese — e rivestite di nuovo senso, adattate ogni volta senza seguire una formula precisa e ripetibile. Da questo processo nasce quello che Barthes potrebbe definire un “idioletto amoroso”, una (nuova) lingua a due che contiene in sé la collisione e la contingenza delle singolarità di due solitudini, in cui il sentimento è e si trasforma nell’unico tempo in cui ha possibilità di affermarsi: un presente da attraversare senza la pretesa di fissarlo.
«Cerco continuamente di comunicare qualcosa di incomunicabile, di spiegare qualcosa di inspiegabile, di raccontare qualcosa che sento solo nelle ossa e che può essere vissuto soltanto in quelle ossa» (Kafka, Lettere a Milena).
Della stessa angoscia è pregna la raccolta epistolare Lettere a Milena di Franz Kafka, il quale non scrive per raccontare l’amore, ma per farlo esistere ancora, nell’unico e fragile spazio possibile. Kafka teme costantemente che le sue parole siano sbagliate, mal scelte, che dicano troppo o, al contrario, troppo poco e, nonostante ciò, continua a scrivere. Lo fa perché sa bene che smettere significherebbe interrompere il contatto, ripiegarsi su di sé. La lettera, invece di colmare la distanza, la rende visibile in una maniera tanto umana quanto dolorosa, eppure è il solo luogo abitabile, perché la sua lettrice è Milena. Lei è la sua interlocutrice e traduttrice, la sola a poterlo leggere e comprendere davvero, la donna alla quale egli affida la riscrittura del proprio mondo interiore.
Nonostante “tradurre” suoni spesso come sinonimo di “tradire”, per Kafka è impossibile non passare attraverso tale mediazione: l’amore esiste precisamente in questo attraversamento di lingue, confini e assenze, per cui ogni parola spedita diventa un tentativo di accorciare la distanza che immediatamente si riapre, un contatto breve, esposto, revocabile.
Il discorso amoroso coincide con la persistenza del gesto linguistico laddove la presenza fisica sia resa impossibile: dire per non scomparire, scrivere per trattenere, scegliere accuratamente tra la lingua del potere e quella del cuore (nella sua Praga bilingue) per avvicinarsi, sfiorare, sentire l’altro, rendendogli la propria verità sempre prossima ma inavvicinabile.
La lingua, allora, non è solo pelle: è pelle ferita, pelle che scrive dalla mancanza e della mancanza, che prova
a toccare senza la pretesa di afferrare. Pensare l’amore come fenomeno linguistico significa dunque pensarlo come un infinito processo traduttivo: tentare di dire ciò che non si può dire, di rendere visibile ciò che resta dentro, di essere compresi pur sapendo che ogni gesto linguistico comporta una scelta, una perdita e una trasformazione. Quando si ama in due lingue diverse è come vedersi attraverso un muro di vetro: è lì che vive l’incomunicabilità del sentimento, l’insufficienza del dire che resta però necessario.
Amare significa esporsi, e la parola è il primo luogo in cui questa esposizione prova a prendere forma. In Barthes e in Kafka è proprio nell’atto imperfetto del tentare che si gioca la possibilità dell’amore: perseverare nel dire, pur sapendo che il linguaggio non assicura mai piena coincidenza né padronanza. Il soggetto innamorato parla da una posizione fragile, accettando che ciò che giunge all’altro sia soltanto una versione parziale, una resa incompleta di sé. Comunicare l’amore, allora, non è trasmetterlo integralmente, ma scegliere di continuare a dirlo, nonostante lo scarto, nonostante la perdita.
E se l’impossibilità di definirlo fosse l’unica vera definizione dell’amore?