Atenei al ribasso: l’affare delle telematiche sulla pelle dell’università pubblica

Articolo di Adele Di Vuolo


Inutile girarci intorno: il cuore del problema non è la tecnologia e nemmeno lo schermo di un computer. Liquidare l’universo delle università telematiche con un pigro «sono brutte e vanno chiuse» sarebbe non solo superficiale, ma ci impedirebbe di capire dove si sta giocando la vera partita sul futuro della nostra formazione. La tecnologia è un mezzo, non il nemico. Il vero nodo cruciale, quello che un’inchiesta giornalistica seria ha il dovere di sviscerare, riguarda il progressivo trasferimento di risorse economiche e attenzione politica che sta ridisegnando l’offerta didattica nel nostro Paese. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un paradosso mentre gli atenei statali affrontavano l’ennesima stagione di tagli lineari al Fondo di Finanziamento Ordinario, razionalizzazioni forzate e blocchi del personale che hanno messo in difficoltà i dipartimenti storici, i flussi di cassa e le agevolazioni normative verso i colossi del digitale privato non hanno fatto che consolidarsi. Si tratta di una scelta di campo precisa, una politica dei due pesi e delle due misure che rischia di confondere la democratizzazione dello studio con la sua pura mercificazione finanziaria. Quando lo Stato decide di allentare i criteri di controllo o di legittimare modelli d’insegnamento totalmente dematerializzati, sta di fatto compiendo una privatizzazione strisciante, lasciando che l’università pubblica si impoverisca lentamente dietro la retorica del risparmio e della modernità a tutti i costi.

I numeri e i decreti degli ultimi anni parlano chiaro e raccontano una storia di progressivo disimpegno pubblico. Mentre i bilanci delle università statali venivano strozzati da vincoli di sostenibilità economico-finanziaria sempre più stringenti, che impediscono il ricambio generazionale dei docenti e la manutenzione di strutture spesso fatiscenti, le telematiche hanno beneficiato di maglie straordinariamente larghe. Come documenta con estrema precisione il recente rapporto della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL: «Il sistema dei controlli ministeriali ha permesso per anni alle università telematiche di operare con un rapporto tra numero di docenti e studenti infinitamente più basso rispetto agli atenei tradizionali, trasformando la formazione in un business ad altissima redditività e a costo strutturale quasi zero». Non siamo di fronte a una sana competizione di mercato, ma a un vero e proprio dumping educativo legalizzato. Se un ateneo pubblico è obbligato per legge a mantenere standard rigorosi per accreditare i propri corsi, le holding finanziarie che controllano le principali università telematiche italiane possono permettersi di macinare profitti milionari investendo massicciamente in campagne pubblicitarie aggressive, piuttosto che nella qualità della ricerca o nel reclutamento di veri corpi docenti.

Il rischio più grande di questa dinamica non è solo economico, ma risiede nel lento e sistematico smantellamento di un’idea comunitaria e democratica di sapere. L’università statale non è un semplice distributore di dispense in formato Pdf o un esamificio standardizzato a risposte multiple in cui collezionare crediti formativi per vie rapide. L’università è, prima di tutto, un luogo fisico fatto di laboratori che aprono la mattina presto, di corridoi in cui i progetti scientifici nascono dal confronto informale, di aule affollate e di biblioteche che resistono come presidi sociali essenziali sul territorio. Come mette in luce la dura relazione annuale del Consiglio Universitario Nazionale: «La sostenibilità del sistema d’istruzione superiore si misura sulla capacità di mantenere un’elevata qualità della ricerca e della didattica in presenza, elementi cardine per lo sviluppo del pensiero critico». Se si toglie ossigeno finanziario a questo ecosistema, si finisce per colpire al cuore il valore del titolo di studio, trasformando l’istruzione da diritto costituzionale a bene di consumo. Si crea così una pericolosa e classista forbice sociale: da un lato un’università pubblica costretta a fare i salti mortali per garantire la sopravvivenza dei servizi minimi e della ricerca di base, dall’altro una via d’accesso privata, costosa ma facilitata, che fa della comodità e della burocrazia azzerata il suo unico, vero vessillo commerciale.

Finanziare o legittimare le telematiche a scapito delle statali significa arrendersi all’idea che l’istruzione sia un servizio individuale da consumare in solitudine nella propria stanza, anziché un investimento collettivo. Questa è la vera denuncia da fare: lo Stato sta abdicando al suo ruolo di garante dell’uguaglianza sociale attraverso il sapere. Non si tratta di fare una crociata ideologica contro l’evoluzione digitale, ma di pretendere che il pubblico torni a fare il pubblico, proteggendo e finanziando adeguatamente le sue eccellenze. «Il finanziamento pubblico deve rimanere l’asse portante per la crescita democratica del Paese», ha ribadito con fermezza la ministra Anna Maria Bernini durante un’accesa discussione parlamentare sulle linee programmatiche del sistema universitario, «garantendo che ogni evoluzione tecnologica sia di supporto e mai di sostituzione al valore insostituibile della formazione in presenza». Se permettiamo che l’università statale venga ridotta a un lusso per pochi o a un’istituzione di serie B costretta al declino strutturale, avremo perso molto più di qualche cattedra o di qualche finanziamento. Significherebbe cedere ai privati lo spazio pubblico in cui si formano i cittadini critici di domani, gli unici capaci di guardare oltre la superficie di uno schermo e di difendere i diritti collettivi.