Come non si vince una guerra

Articolo di Giuseppe Guardato


Con l’operazione Epic Fury il presidente Donald Trump potrebbe essere caduto nel più grande
errore strategico della sua amministrazione.
Il giorno dopo l’inizio delle operazioni in Iran abbiamo avuto la conferma che tutti gli esponenti di
spicco del regime erano stati eliminati. Le amministrazioni israeliane e statunitensi dichiaravano
l’avvenuta “decapitazione del serpente” e si affrettavano a dichiarare l’operazione quasi conclusa
con successo.
Pensare che basti questo per vincere una guerra contro un Paese come l’Iran è pura fantasia e va
trattata come tale. L’Iran è più esteso di Polonia, Italia, Francia e Germania messe insieme, ha più
di 90 milioni di abitanti, due eserciti, un’organizzazione amministrativa complessa ed una
concezione di Stato-nazione tra le più antiche del pianeta. Non può essere sovvertito con
un’aggressione aerea che arreca sì danni, ma non crea alcun controllo del territorio.
È probabilmente per questo che Donald Trump, a circa 10mila kilometri di distanza dai
bombardamenti, inneggiava “il fiero popolo iraniano” a non lasciarsi scappare l’occasione e a finire
il lavoro quando il momento sarebbe arrivato.
L’unico modo per provare ad avvicinarsi a qualcosa che somigli anche solo vagamente ad una
sovversione del regime iraniano è occupando il suolo iranico: o con rivolte della popolazione o con
un’azione di terra di proporzione smisurata. Ma nessuno dei due scenari era nemmeno lontanamente
percorribile.
Nonostante le enormi proteste di pochi mesi fa, nessun regime resta in piedi senza uno zoccolo duro
più o meno consistente di sostenitori. L’Iran non è fatto solo di ceto medio colto che abita Teheran e
Isfahan o vecchi sostenitori dello scià che vorrebbero sovvertire gli Ayatollah, ma anche da un gran
numero di iraniani che vivono nelle campagne o nelle piccole città dove la teocrazia iraniana è
ancora molto popolare. Il fatto che a capo dell’organizzazione statuale vi sia una figura religiosa
gioca in questi casi un ruolo importante all’interno della società. Il Grande Ayatollah resta la guida
religiosa di milioni di sciiti e gode di carisma e devozione in tutta la frangia sciita, minoritaria
rispetto a quella sunnita, ma solida ed orgogliosa.
La religione innerva la società iraniana e prende forme che le permettono di radicarsi ancor più a
fondo tra le persone. I pasdaran, “I guardiani della rivoluzione”, sono un corpo militare
ideologicamente fedele all’Ayatollah che replica l’esercito in tutto e per tutto grazie ad una propria
aviazione, strutture gerarchiche e investimenti in aziende, fabbriche, banche e società. Oltre ad
essere influenti militarmente e politicamente, i pasdaran pagano stipendi ad una buona fetta della
popolazione.
La pervasività dei pasdaran è talmente grande che oltre alle centinaia di migliaia di uomini che ne
fanno parte, ci sono altre centinaia di migliaia di Basij, che fanno da volontari sottoposti ai primi.
Trump è un attore prevedibile nelle intenzioni, ma imprevedibile nelle tempistiche. Che si fosse
fatto ingolosire dalle enormi rivolte di qualche mese fa era chiaro, lo schieramento di forze nell’area
era terminato pochi giorni prima dell’attacco. Ma la decisione delle tempistiche finali è stata
probabilmente dettata dall’alleato israeliano, da quanto ha fatto trasparire il Segretario di Stato
Marco Rubio. Trump e Netanyahu speravano da tempo di poter scardinare il regime, non per
“liberare il fiero popolo iraniano”, ma solo per appropriarsi di una zona cardine sullo scacchiere
internazionale.
Secondo le ultime indiscrezioni del New York Times il piano sarebbe stato presentato da Netanyahu
ed alti ufficiali israeliani ingolosendo Trump, ma lasciando perplessi e scettici il Segretario di Stato

Marco Rubio, il direttore della CIA John Ratcliffe ed il Capo di Stato Maggiore Dan Caine che,
nonostante tutto, non si sono opposti alla volontà di restare nei libri di storia di Donald Trump.
Tel Aviv ha intrapreso da tempo una guerra in tutta la regione per diventare forza egemone, quindi
detta i tempi. La posizione dell’amministrazione israeliana è quella di agire con forza e decisione
ora per chiudere la partita una volta per tutte. Trump e Netanyahu sono certamente allineati sul
disegno di lungo periodo, così come lo sono sulle operazioni militari, eppure questa guerra non ha
portato gli effetti sperati.
Anche nel 1980 l’Iraq attaccò l’Iran dopo lo scossone delle rivolte del 1979. Saddam Hussein era
convinto che l’edificio fosse marcio ed un calcio alla porta avrebbe fatto crollare tutto. Il risultato fu
una guerra lunga 8 anni che gli iraqeni pagarono a caro prezzo. L’Iran ha già dimostrato che quando
viene attaccato le sue fratture interne si cementificano. Come se non bastasse, durante gli attacchi è
stata colpita una scuola elementare femminile uccidendo più di 180 persone. Un crimine di guerra
come questo porterà con sé rabbia e dolore nella popolazione per anni e non la invoglieranno di
certo a scendere in piazza.
I continui post di Trump dai toni esagerati e minacciosi hanno dimostrato solo la sua ansia e la sua
insoddisfazione per una campagna che è stata un disastro e che avrebbe richiesto uno sforzo
gigantesco come un’invasione di terra, ma una soluzione del genere non è mai stata possibile.
Per provare a mettere le cose in proporzione, quando la Russia ha invaso l’Ucraina ha inizialmente
dispiegato circa 200mila uomini. Un errore di calcolo talmente madornale che fece correre rischi
molto grossi ai russi. Mosca ha rimediato mobilitando quanto prima un numero di forze
incredibilmente più alto, soprattutto grazie alla vicinanza geografica tra i due Paesi. Ciononostante,
la guerra è in stallo da anni.
L’Iran è grande tre volte l’Ucraina, ha più del doppio della sua popolazione, dista migliaia di
kilometri dagli Stati Uniti ed ha una conformazione geografica che la rende un autentico incubo per
chiunque pensasse anche solo lontanamente ad un’invasione. Non è un caso che la Persia abbia
sempre controllato la zona nevralgica in cui si trova nonostante l’accerchiamento che vive da
sempre.
Ipotizzare un’invasione di massa, pensando di usare l’esigua superficie di Israele, senza catene di
approvvigionamento e basi intermedie negate da molti alleati NATO è come pensare di lanciarsi da
una finestra e sperare di volare.
Trump non avrebbe potuto premere sull’acceleratore e provare a creare le condizioni di
un’invasione su larga scala. Gli elettori americani non glielo avrebbero permesso e con le elezioni
di midterm dietro l’angolo un coinvolgimento di soldati americani dopo le sue promesse di
pacifismo lo avrebbero portato a subire una dura punizione ai seggi.
Anche un’azione ristretta condotta solo in zone specifiche e localizzate dell’altopiano iranico
sarebbe stata un azzardo troppo grande. Il rischio di un accerchiamento da parte delle forze iraniane
ed una fuga, o peggio ancora, una sconfitta rovinosa avrebbero avuto un effetto simile alla fallita
operazione Eagle Claw del 1980; quando nel tentativo di liberare degli ostaggi americani ci furono
degli errori così fatali che oltre alle perdite il presidente Jimmy Carter ebbe un calo di popolarità
con pochi precedenti. L’abbattimento di un F-15 il 3 aprile, con conseguente colonnello americano
in fuga per ore, ha scatenato una caccia all’uomo che per gli iraniani avrebbe avuto il sapore di una
vittoria simbolica schiacciante che gli americani non avrebbero mai potuto permettersi. Infatti,
l’azione di recupero è avvenuta con successo, ma portando alla spesa di decine di milioni di dollari.
In fine, anche la presa dell’isola di Kharg nello Stretto di Hormuz sarebbe stata a dir poco difficile
da praticare. L’Isola di Kharg è sede del più importante porto di greggio dell’Iran. Prenderla

avrebbe sicuramente arrecato un grande danno all’Iran, ma il prezzo da pagare sarebbe stato
stellare. Disporre un contingente di marine e tecnologie per controllare un territorio di venti
kilometri quadrati e vicinissimo alle coste iraniani sarebbe stato impossibile senza mettere in conto
perdite enormi.
L’unico risultato ottenuto da americani e israeliani, alla fine, è stato solo quello di innescare una
crisi energetica molto più grande della crisi petrolifera degli anni ’70 e di quella causata dalla
Guerra in Ucraina. A soffrirne sono state le monarchie del Golfo che hanno visto il commercio
quasi azzerato e attacchi sul proprio territorio, gli Stati asiatici più fragili che hanno dovuto
razionare le scorte, gli alleati europei, ma soprattutto i consumatori americani che hanno subito un
aumento dei costi fino ai 4$ al gallone.
La situazione di instabilità di uno degli stretti più importanti del mondo ha fatto il gioco dell’Iran
che ha causato danni enormi ai mercati ed agli alleati statunitensi. Ciò ha anche portato alla fuga di
tutti gli assicuratori navali che hanno dichiarato che non avrebbero fatto alcuna assicurazione ai
navigli che transitano nello Stretto di Hormuz. Per contenere il rischio, Trump ha tentato più volte
di rassicurare gli armatori dicendo che sarebbero stati gli Stati Uniti a garantire il passaggio delle
navi. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nonostante le vane promesse il traffico navale è stato pari a
zero.
Alcuni strenui sostenitori del presidente statunitense hanno persino provato a far passare la
narrazione del fine stratega che fa tutto questo per causare un grande danno alla Cina. Come se
Pechino non si fosse attivata dopo pochi giorni dall’inizio del conflitto per trovare un accordo con
Teheran per garantirsi gli approvvigionamenti necessari.
Ad ora, pare che sia riuscita a venir fuori una soluzione diplomatica mediata da alcuni attori
emergenti come Pakistan e Turchia che hanno ottenuto un risultato di enorme prestigio. È
impossibile dire se questa momentanea quiete durerà o meno. Israele non ha alcun interesse a far
terminare il conflitto e i recenti attacchi su vasta scala sul Libano lo dimostrano.
Gli Stati Uniti sono entrati in un conflitto che ha causato loro più spese di quante ne abbia inflitte
all’Iran ed un danno reputazionale enorme. Donald Trump ora si trova ad affrontare il mal contento
nazionale ed internazionale che ha messo a nudo tutto il suo poco acume geopolitico. Netanyahu,
pur nella sua totale follia egemonica e distruttiva, ha portato avanti un disegno coerente. Donald
Trump è solo sembrato vittima delle sue manie e dei suoi “alleati”. È anche possibile che questa sua
sconfitta adesso lo porti a ritorsioni verso chi ritiene che non l’abbia aiutato come gli europei,
quindi alzando la posta sulla Groenlandia, o a rilanci nel cortile di casa aumentando la pressione su
Cuba.