Articolo di Rosa Ferrara

«La Speranza ha due bellissime figlie: lo Sdegno e il Coraggio di cambiare le cose così come sono».
Nel cuore del Rione Sanità, uno dei quartieri più complessi e stratificati di Napoli, questa frase di
Sant’Agostino è un ideale e una pratica quotidiana. È proprio in questo quartiere che nasce nel 2006
la Cooperativa sociale La Paranza, un’esperienza di riscatto collettivo che mette al centro la cultura,
i giovani e la comunità. La storia della Cooperativa inizia quando un gruppo di giovani del Rione
decide di restare, di avere fiducia nella città, sanandone le ferite con le sue stesse risorse. Insieme a
loro c’è Antonio Loffredo, parroco del quartiere, che immagina un progetto capace di trasformare il
territorio, di risvegliare luoghi dormienti e renderli capaci di produrre cultura, economia e identità.
Un progetto che inizia dalle profondità napoletane: le Catacombe di San Gaudioso e le Catacombe
di San Gennaro.
Le Catacombe di San Gaudioso, affidate alla cooperativa nel 2006, sono state il primo passo verso
la riscoperta e la valorizzazione. Da qui la Paranza ha iniziato a trasformare luoghi abbandonati in
spazi vivi di memoria e cultura, aprendo la strada alla rinascita delle Catacombe di San Gennaro.
Per cinquant’anni le Catacombe sono rimaste chiuse e silenziose, trasformate nel tempo nel
deposito dell’Ospedale San Gennaro dei Poveri, segnato da abbandono e profanazioni. Nel 2009,
grazie alla Paranza, questo luogo torna finalmente alla luce. Le catacombe vengono restituite alla
città, diventando un simbolo concreto di rinascita. Anche negli anni più recenti, tra le chiusure
imposte dalla pandemia e le successive riaperture le catacombe continuano a raccontare una storia
fatta di resistenza e cura.
Nel corso degli anni, questo modello si è ampliato puntando alla riqualificazione di chiese e spazi
storici del quartiere, oggi collegati in un itinerario culturale noto come “Miglio Sacro”. Un percorso
che include la Basilica di San Severo, la Basilica di Santa Maria della Sanità e altri siti restituiti alla
comunità, in un processo continuo di valorizzazione e rinascita.
Eppure, questa rinascita solleva una domanda che va oltre il racconto locale, perché è stato
necessario l’intervento diretto di una comunità per recuperare un patrimonio che è pubblico?
A distanza di vent’anni la Paranza coinvolge circa cinquantasei lavoratori, dando vita a una rete che
unisce guide, restauratori, archeologi, operatori culturali e giovani, protagonisti attivi di questo
processo. I risultati raccontano la portata di questo percorso: oltre 200.700 visitatori hanno
attraversato i siti gestiti dalla cooperativa, mentre più di 13.500 metri quadrati di patrimonio sono
stati recuperati e restituiti alla città. Numeri che indicano crescita turistica e la costruzione di
un’economia locale fondata sulla cultura. Questa visione trova una delle sue espressioni più forti nel
Cimitero delle Fontanelle, luogo di storia, fede, memoria e identità.
Scavato nel tufo della collina di Materdei, questo enorme ossario di oltre 5.000 metri quadrati
custodisce, dal XVII secolo, i resti di migliaia di persone, vittime di epidemie, carestie e povertà.
Qui nasce uno degli aspetti più particolari della cultura napoletana: il culto delle anime pezzentelle.
Per anni, i napoletani hanno adottato un teschio, prendendosene cura, pregando per quell’anima in
cambio di protezione, grazie o numeri da giocare al lotto. Nel 1969 il cimitero venne chiuso per
ordine del Cardinale Ursi, a causa del feticismo legato a queste pratiche, non conformi alla dottrina
cattolica. Il sito è rimasto inaccessibile per decenni fino al 2010, grazie soprattutto all’occupazione
pacifica degli abitanti del quartiere.
L’occupazione pacifica degli abitanti rappresenta un esempio concreto di cittadinanza attiva, che
protesta e si occupa della cura dei beni comuni.
Nuovamente chiuso tra il 2019 e il 2020 per gravi problemi strutturali oggi il cimitero vive una
nuova fase. Nel 2023 la gestione è stata affidata alla Paranza che si sta occupando della sua
valorizzazione e riqualificazione, in collaborazione con il Comune di Napoli e con il sostegno del
progetto “G124” dell’architetto Renzo Piano. Il piano prevede il recupero del sito e l’inserimento
lavorativo di giovani del quartiere, seguendo il modello delle catacombe. Ma il successo di queste
esperienze apre una riflessione più ampia, se i cittadini riescono a riattivare ciò che è stato
abbandonato, quale deve essere oggi il ruolo delle istituzioni? Il rischio è che queste realtà diventino
alibi, trasferendo sulle comunità responsabilità che non appartengono loro e che non possono
trovare una soluzione piena senza un’azione pubblica forte e continuativa.
Napoli è spesso definita la città dalle “500 cupole”. Eppure, c’è un’evidente contraddizione, circa
un centinaio di chiese restano chiuse, invisibili, sottratte alla vita pubblica.
Un paradosso che interroga direttamente il ruolo delle istituzioni. Lo Stato e i Comuni dovrebbero
essere i principali custodi di questi beni, ma nella realtà si scontrano con lentezze burocratiche,
carenza di fondi e mancanza di progettualità continua. Il risultato è un patrimonio straordinario che
rischia di restare immobile, sospeso tra valore storico e inutilizzo. È proprio in questo spazio che si
inserisce l’esperienza della Paranza come modello “dal basso”.
Beffeggiando il gergo criminale del proprio nome, la Cooperativa La Paranza ritorna alla sua
origine marinaresca: la pesca a due, i marinai che a quattro braccia portavano a galla i segreti del
mare. Così i giovani della Paranza hanno riportato alla luce i tesori nascosti della città.
Il punto non è sostituire lo Stato, ma ripensarne il ruolo, riconoscere, sostenere e amplificare queste
esperienze, trasformandole da casi isolati a modelli di politica pubblica.
L’esperienza della Paranza ci ricorda che non basta avere risorse: servono progetti, coraggio e
visione. È così che nasce la possibilità di immaginare una rinascita, attraverso gli occhi di chi osa
guardare oltre l’abbandono e il silenzio.
Ma poiché questa visione non resti isolata, è necessario che comunità e istituzioni smettano di
muoversi su piani separati e inizino a costruire insieme il cambiamento.