Editoriale di Anna Menale

La differenza tra una guerra e una rivoluzione sta negli zaini delle bambine iraniane uccise dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele. Sono stati tirati fuori dalle macerie, le foto le abbiamo viste: erano impolverati e impregnati di sangue.
Una rivoluzione, vera, quegli zaini li avrebbe riempiti di sapere, di coraggio. Soltanto una nuova guerra ha potuto seppellirli in queste condizioni disumane.
L’uccisione di Ali Khamenei, annunciata da Donald Trump come se fosse l’esito di una partita chiusa con un post su Truth Social, è l’inizio di una fase che nessuno, oggi, può davvero prevedere. Non può farlo Washington, non può farlo Tel Aviv, e probabilmente neanche Teheran.
Nel frattempo, però, sono i civili inermi a pagarne il prezzo.
Centosessantacinque bambine uccise a scuola.
Centosessantacinque.
A Teheran i bombardamenti hanno colpito un ospedale nell’area di Gandhi Street, così i pazienti sono stati evacuati in fretta.
Nei pressi del carcere di Evin si sono registrati attacchi; il personale, dicono alcune fonti, avrebbe lasciato la struttura chiudendo dentro i detenuti.
In Iran c’è chi festeggia la morte della guida suprema Khamenei, e c’è chi piange la sua dipartita. Questo perché, nonostante i tentativi dall’esterno di dipingerlo come un’entità astratta, il popolo iraniano, come ogni altro popolo, è complesso: formato da persone diverse, con idee e attitudini diverse.
Chi esulta per la morte di Khamenei lo fa ricordando la repressione brutale delle proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, le proteste di gennaio contro il carovita soffocate con il sangue, le carcerazioni di massa, le esecuzioni nelle piazze. Questa gioia nasce da anni di oppressione. Quindi l’empatia verso quella parte di società è doverosa.
Ma bisogna porsi delle domande.
Che cosa significa davvero questa operazione militare? Trump parla di obiettivi da raggiungere, invita i pasdaran ad arrendersi promettendo immunità o minacciando “morte certa”.
La Repubblica Islamica, però, non è solo Khamenei: è un sistema stratificato, costruito in quasi mezzo secolo.
Pensare che un raid possa sciogliere tutto questo come neve al sole è un’illusione.
La storia recente dovrebbe averci insegnato che la libertà non arriva con i missili lanciati da potenze straniere.
La libertà, per quanto possa essere scontato, è una costruzione storia che appartiene ai popoli. Ed è dal 1979 che gli iraniani dimostrano di avere questa forza. Lo dimostrano le donne che scendono in piazza senza il velo obbligatorio, lo dimostrano i rapper come Toomaj Saleh, perseguitato dal regime e condannato a morte per le sue canzoni di protesta sociale.
Trump e Netanyahu stanno soltanto usando la sofferenza del popolo iraniano, il desiderio legittimo di cambiamento di una società oppressa, per i propri interessi.
Per dimostrare la propria forza in uno scenario geopolitico sempre più in crisi.
È quindi in atto una strategia, non di certo un progetto di emancipazione o un’opera di bene.
Scrivere questo significa tenere insieme due cose: la condanna di un sistema repressivo e la consapevolezza che la libertà non può arrivare dall’esterno con le bombe.
Nessuna indulgenza verso la repressione, nessuna ingenuità verso chi trasforma il dolore di un popolo in uno strumento di potere.