Giorgia Meloni cerca di salvarsi dal bacio della morte

Editoriale di Anna Menale


Il 15 aprile 2026 Giorgia Meloni ci ha soltanto presi in giro, per l’ennesima volta, annunciando di aver sospeso l’accordo di difesa con Israele. Quando si trova in difficoltà, la nostra premier inventa storielle, si affida a una realtà che semplicemente non esiste, sperando che nessuno se ne accorga. Ma i dati, quelli veri, dicono altro: Fratelli d’Italia sta perdendo consensi, insieme alla sua coalizione. E non sta accadendo per caso.

Il governo aveva dato per certa la vittoria al referendum sulla giustizia; abbiamo visto per settimane Italo Bocchino negli studi di Lilli Gruber a decantare trionfi inevitabili con una sicurezza che, a tratti, faceva quasi ridere. Ma gli italiani hanno deciso diversamente: il No ha vinto con il 53,7%, quasi quindici milioni di voti, seppellendo le ambizioni della maggioranza sotto un’affluenza record. 

A quel punto, il castello è iniziato a crollare. Sono arrivate le dimissioni di Andrea Delmastro, travolto dalla “leggerezza” di essere socio in affari della figlia di un prestanome del clan Senese; si è dimessa anche Giusi Bartolozzi, dopo aver definito i magistrati un “plotone di esecuzione”; e infine Daniela Santanchè, costretta alla resa dall’ultimatum della stessa Meloni dopo che l’isolamento politico sui processi Visibilia era diventato insostenibile.

A questo si è aggiunto il “bacio della morte” dei leader più impopolari del pianeta: Benjamin Netanyahu e Donald Trump.

Ed ecco che Giorgia Meloni, dal palcoscenico del Vinitaly, il 15 aprile ha indossato la maschera della povera vittima e ha provato a riconquistare i consensi persi con un annuncio ad effetto: la sospensione dell’accordo di difesa con Israele.

L’accordo in questione è un memorandum di cooperazione militare che dura da vent’anni. Prevede scambi di materiali bellici, addestramenti congiunti e ricerca tecnologica tra i due Ministeri della Difesa.

Ma cosa sta succedendo davvero?

La formula usata da Giorgia Meloni – “sospensione automatica del patto” – è fuffa pura. Un accordo o è valido o non lo è. Sospendere l’automatismo non significa cancellare il trattato: significa solo congelarlo per sei mesi, lasciando la porta aperta per riattivarlo non appena l’interlocutore a Tel Aviv sarà più gradito o i sondaggi in Italia si saranno stabilizzati.

Oggi pare ci sia un allontanamento da Trump, diventato improvvisamente “inaccettabile” per Meloni dopo che il presidente americano ha sferrato un attacco senza precedenti a Papa Leone XIV, definendolo “debole sulla criminalità e pessimo in politica estera” per le sue posizioni sull’Iran. Ma, ancora una volta, si tratta di parole e non di fatti. Quindi, altra fuffa.

Se quello della Premier fosse uno strappo reale, e non un tentativo di divincolarsi dal bacio della morte di leader impopolari per non colare a picco nei sondaggi, le domande da porsi sarebbero altre.

Smetteremo di concedere le nostre basi per portare armi nel Golfo? Rinunceremo a spendere miliardi in armamenti per investirli, finalmente, in scuola e sanità? Chiameremo il massacro a Gaza e il blocco navale illegale con il loro nome (genocidio), riconoscendo una volta per tutte lo Stato palestinese?

Tutto il resto è solo un trucco, l’ennesimo, per provare a vendere agli italiani una realtà che non esiste.

Il copione di Giorgia Meloni si ripete identico, quasi in modo meccanico, come abbiamo visto nell’epilogo del Decreto Sicurezza.

La maggioranza ha provato a inserire nel decreto una norma — l’articolo 30-bis — che prevedeva un compenso di 615 euro per gli avvocati impegnati nelle pratiche di rimpatrio volontario degli immigrati. Ma c’è stata una condizione che ha fatto inorridire vari giuristi: il “bonus” pagato solo ad esito positivo della procedura, ovvero solo a fronte dell’effettiva partenza dell’assistito. 

Davanti alle critiche di Sergio Mattarella, che ha chiarito senza mezzi termini l’incostituzionalità della misura, Meloni si è ritrovata in un vicolo cieco. Invece di fare marcia indietro, ha messo in scena un equilibrismo procedurale ai limiti del ridicolo: ha fatto approvare il decreto originale alla Camera (per non farlo decadere il 25 aprile), pur contenendo una norma illegittima. Un minuto dopo il voto, ha riunito un Consiglio dei Ministri lampo per varare un secondo decreto “correttivo” che svuotava il primo.

Il risultato della “correzione”?

Il compenso di 615 euro non è sparito, ma ora potrà essere incassato da avvocati, mediatori e associazioni per ogni pratica eseguita, a prescindere dall’esito positivo del rimpatrio.

Questa operazione dimostra chi è davvero Giorgia Meloni: una leader che insiste nel provare ad applicare le sue politiche antidemocratiche fino all’ultimo secondo utile, finché non si trova davvero alle strette. 

In questo caso è stato Sergio Mattarella a chiarire che quella norma non avrebbe mai ricevuto la sua firma.

Solo davanti al no del Quirinale la Premier ha fatto un passo indietro, ma senza mai ammettere l’errore: ha preferito il caos dei due decreti pur di non rinunciare alla sua narrazione. 

E noi, spiacenti, non ci caschiamo più.