Giovanna I come heres nella Bibbia angioina

Articolo di Lucia Pesce


Scontri per la successione al trono, fango mediatico e una spietata macchina di propaganda visiva.
Se credete che lo storytelling del potere sia un’invenzione moderna, la storia di Giovanna I d’Angiò
(1326-82) vi farà cambiare idea. La prima regina regnante per diritto del Regno di Napoli, a soli
diciassette anni, ha dovuto governare in un mondo dominato da uomini.
La sua parabola politica si apre nel 1326 in un contesto di profonda instabilità. Orfana
precocemente di entrambi i genitori, viene cresciuta e formata da Sancia di Maiorca, seconda
moglie del nonno re Roberto. In lei la giovane trova una figura materna ma soprattutto una guida
politica fondamentale. Quando la mancanza di eredi maschi in linea diretta costringe il Regno a
gestire la successione, si aprono strade inedite. Le leggi napoletane consentono la linea femminile,
eppure lo zio Filippo d’Angiò, principe di Taranto, si oppone ferocemente, invocando la prassi
maschile e un vecchio testamento del padre Carlo II per rivendicare alcune importanti contee del
Regno. Per blindare legalmente la corona, nel 1330 re Roberto dichiara pubblicamente la nipote
Giovanna come sua unica erede, combinando il matrimonio con il principe Andrea d’Ungheria.
Alla morte del re, nel 1343, Jeanne d’Anjou assume il potere. È un momento storico cruciale: una
donna governa autonomamente un territorio significativo.
La sua autorità, però, resta fragilissima. Come scrive Petrarca, i giovani coniugi si possono
considerare come «agnelli affidati alla custodia di molti lupi». Per il poeta la corte napoletana è un
luogo infestato da figure ambigue e la regina è circondata da consiglieri corrotti. I pericoli però
sono anche all’interno della coppia reale stessa: Andrea d’Ungheria è soltanto principe consorte,
senza effettivi poteri di governo. Tale disparità è documentata anche dai letterati dell’epoca:
Boccaccio, ad esempio, lo definisce un bruto abituato piuttosto alle selve che ad una corte, mentre
Donato degli Albenzani lo liquida semplicemente come uno stolidus (sciocco).
È proprio in questo divario tra l’inadeguatezza del consorte e la necessità di una guida autorevole
che si inserisce la costruzione iconografica di Giovanna I come unica detentrice del potere e del
carisma sovrano. Per rispondere alle minacce, la regina usa l’arte come arma politica, assimilando la
strategia comunicativa del nonno paterno. Roberto d’Angiò aveva infatti eletto il mecenatismo a
sistema di governo, come dimostra, ad esempio, la pala di San Luigi di Tolosa commissionata a
Simone Martini nel 1317.
Come spiega Michelle M. Duran, analizzando nel 2022 il caso emblematico della cosiddetta
Bibbia angioina, realizzata da Cristoforo Orimina intorno al 1340, la committenza reale manipolava
le immagini per veicolare messaggi e rafforzare il consenso pubblico. Questo codice monumentale,
ordinato per le nozze di Giovanna, affida la propaganda visiva ai due frontespizi.
Nel primo (f. 3v), re Roberto è ritratto al centro della composizione miniata, in trono con globo e
scettro, legittimato dalla benedizione divina. L’iconografia fonde i ruoli di monarca e giudice,
circondato dalle Virtù che schiacciano i Vizi. La scena stabilisce lo standard etico e sacrale che la
nipote dovrà seguire. Lo scopo è didascalico: una lezione di buon governo rivolta alla futura regina.
Il secondo frontespizio (f. 4r) propone invece una genealogia figurata su tre registri per presentare la
stirpe angioina come pilastro inscalfibile: in alto i capostipiti Carlo I e Beatrice di Provenza; nella
fascia mediana Carlo II e Maria d’Ungheria con i figli; infine, in basso abbiamo la continuità
dinastica con la presentazione a destra di Andrea d’Ungheria a re Roberto e a sinistra di Giovanna I
e la sorella alla regina Sancia. Questa impaginazione ha un fine politico preciso: dissimulare le
fratture generazionali e riaffermare l’unità tra i rami napoletano e ungherese. Qui la giovane è
rappresentata come heres (erede) legittima. La sua immagine serve a sancire visivamente il suo
diritto al trono fin dalla giovinezza. «La Bibbia», come nota Carmine Negro nel 2017, «doveva
essere una illustrazione chiara dello status di Roberto e del suo lignaggio reale».
In una fase di delicata transizione, questa sinergia tra parola e immagine prepara la corte all’ascesa
della prima sovrana, curando simbolicamente le tensioni di palazzo. Il manoscritto compie un
passaggio di testimone che trasforma la principessa in un soggetto politico consapevole. In una
miniatura successiva, Giovanna I è ritratta con la corona in testa accanto al nonno,
che la istruisce usando proprio questo codice miniato come strumento di educazione politica e morale.
Laddove la cronaca registrava scontri, l’iconografia garantiva stabilità.
Riletta oggi, la vicenda della regina Giovanna I emerge come una sfida ai pregiudizi di genere. In
un tempo in cui una donna alla guida solitaria di un Regno era vista come un’anomalia, Giovanna I
ha dovuto combattere una battaglia politica e mediatica contro chi la riteneva inadatta a ricoprire il
suo ruolo poiché donna. La storia della prima regina angioina dimostra che la sovranità femminile
non è mai stata solo una questione di titoli, ma una conquista di auto rappresentazione.
Giovanna I non ha subito il potere, lo ha agito, dimostrando che la leadership di una donna era
possibile anche nel cuore di un’epoca marcatamente patriarcale come il Medioevo.