Articolo di Christian Gargiulo

Nel maggio 2026 la Campania accoglie il nuovo papa Leone XIV, le cui prime due tappe si sono svolte a Napoli e Pompei, quest’ultima considerata una sosta necessaria per visitare il Santuario della Beata Vergine, uno dei luoghi di culto più importanti d’Italia. Ma l’oggetto di riflessione cade inevitabilmente sul ritorno in Campania, previsto per il 23 maggio, ad Acerra.
Il motivo della visita non è certamente – o non esclusivamente – per visitare il duomo situato nel centro storico. Acerra, oggi, in Italia, viene riconosciuta anche come una sorta di capitale della cosiddetta Terra dei fuochi. Per secoli quest’area è stata il cuore pulsante della produzione agricola dell’Impero Romano, celebrata da storici antichi come Plinio il Vecchio con l’appellativo di Campania Felix. Un nome dovuto alla straordinaria fertilità del territorio e alla mitezza del clima, capaci di garantire fino a quattro raccolti all’anno: una terra letteralmente baciata dalla fortuna e dalla natura.
Papa Leone visiterà Acerra nella vigilia dell’anniversario della seconda enciclica pubblicata il 24 maggio 2015 dal predecessore papa Francesco: Laudato sì. Il testo fu uno scritto sociale dedicato alla profonda crisi dell’ecologia integrale, ossia l’interconnessione riscontrata tra la crisi ambientale della Terra e quella sociale degli esseri umani. Non può non suscitare un certo effetto se si pensa all’associazione del riferimento al Cantico delle creature di San Francesco di Assisi – un’opera tra le più belle non solo dal punto di vista religioso, ma anche per la rilevanza storico-linguistica avuta nella letteratura della cultura italiana –, con la drammatica situazione che i cittadini campani stanno subendo negli ultimi decenni. L’inno al Creato e le considerazioni di natura sociale compiute da papa Bergoglio sono certamente dei riferimenti nobili da utilizzare per osservare quanta bellezza dovremmo preservare non soltanto per non subirne gli effetti nocivi concausati da innumerevoli atti compiuti da eco-criminali, ma anche per prender atto di quanto possa esser considerata una risorsa produttiva ciò che dovrebbe esser in nostra cura.
Per non scivolare in una retorica consolatoria, bisogna attenersi ai dati storici e scientifici di una ferita ancora aperta. In questo contesto, la scelta di trattare le tematiche ambientali ad Acerra non è affatto casuale: la città è il simbolo di un’emergenza complessa, e ogni problema ne trascina con sé molti altri. Siamo di fronte all’emergenza di un’area con un tasso di tumori tra i più elevati inItalia – un primato che i registri oncologici attribuiscono storicamente ad alcune aree del Nord per via dell’invecchiamento e dell’inquinamento industriale cronico –, certificando una drammatica anomalia epidemiologica. Esiste un netto e inaccettabile eccesso di mortalità per specifiche patologie causate dall’inquinamento e ciò che spaventa di più è l’impatto sui più giovani, con picchi dolorosi di ricoveri in età pediatrica e di malformazioni congenite.
Questa emergenza sanitaria è il riflesso di una devastazione che si è consumata su due livelli: nel sottosuolo e in superficie. Secondo alcuni dossier di Legambiente e le relazioni ufficiali dell’ONU, tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila, le ecomafie hanno sversato e sotterrato oltre dieci milioni di tonnellate di rifiuti speciali e tossici, causando un avvelenamento sostanziale delle falde acquifere e dei terreni. A testimoniarlo fu anche un esponente del clan dei casalesi, Carmine Schiavone, il quale dichiarò nel 1997: «Qui si parla di milioni, non di migliaia. […] Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato di un anno».
A questa colata invisibile di veleni industriali si è poi sovrapposto il paradosso delle cosiddette ecoballe, il monumento visibile del collasso della gestione pubblica dei rifiuti urbani regionali a partire dal 1994. Accumulate in giganteschi siti di stoccaggio come Taverna del Re, al confine con la stessa Acerra, circa sei milioni di tonnellate di immondizia trasformate in bombe ecologiche: l’umido sigillato all’interno ha iniziato a marcire, squarciando gli involucri, sversando percolato nei campi fertili della ex Campania Felix e diventando l’innesco per i roghi tossici diurni e notturni.
Inoltre, per chiudere il quadro di una situazione complessa e drammatica, si staglia sul territorio la presenza di un impianto che divide profondamente l’opinione pubblica e la comunità scientifica. Il dibattito verte sull’utilità del termovalorizzatore, che per molti studiosi, comitati e cittadini esso rappresenta un gigante eco-mostro legalizzato, uno stabilimento altamente impattante situato nel cuore di un’area già stremata, ed è per questo che per definirlo si usa il termine ‘inceneritore’. Quello di Acerra è, nei fatti, il più grande impianto d’Italia per quantità di rifiuti indifferenziati trattati insieme a quello di Brescia(appartenenti alla stessa società), una struttura imponente capace di bruciare oltre 600.000 tonnellate di rifiuti all’anno. A contribuire all’applicazione di tali sforzi fu il decreto Sblocca Italia del governo Renzi, promulgato nel 2014 – una legge che, attraverso l’articolo 35, istituiva una rete nazionale degli inceneritori, aprendo al rischio concreto che ad Acerra potesse arrivare l’immondizia da ogni angolo d’Italia per saturare la capacità massima della struttura. Grazie a una strenua resistenza civile, alle mobilitazioni dei comitati locali e a una lunga battaglia giudiziaria combattuta a colpi di ricorsi amministrativi, la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata a favore dei cittadini, difendendo il principio dell’autosufficienza regionale e della tutela di un territorio che aveva già dato troppo.
La tappa del 23 maggio ad Acerra chiude così il cerchio di questa visita in terra campana. Quando papa Leone XIV attraverserà le strade di questa periferia, i principi sollevati anche dall’enciclica del suo predecessore si scontreranno frontalmente con la cruda materialità di un disastro ancora in corso. Questo territorio non fa da semplice palcoscenico per ribadire alti concetti morali, ma espone una prova tangibile: il conto salatissimo pagato da chi lo abita. La presenza del pontefice finisce, di fatto, per riaccendere i riflettori su un’emergenza che la politica e le istituzioni tendono spesso a sottovalutare. La vera tutela di quest’area non passa per le celebrazioni di rito o le parole di conforto, ma impone bonifiche reali, lo smantellamento delle servitù ambientali e una definitiva restituzione di giustizia.