Articolo di Anna Menale

Il genocidio a Gaza non è finito. Pensarlo sarebbe un errore enorme.
Da quando l’attenzione del mondo si è spostata sulla guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran,
Gaza sembra non avere più spazio nel racconto mediatico. Eppure il genocidio continua
come se nulla fosse cambiato.
Anzi: continua nel silenzio.
Dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 72 mila persone nella Striscia. La maggioranza
sono donne e bambini. Quasi tutta Gaza è diventata un cumulo di macerie: interi quartieri
cancellati.
Solo negli ultimi giorni un drone israeliano ha colpito Khan Younis, nel sud della Striscia: un
padre e sua figlia sono stati uccisi. Più tardi, nello stesso giorno, un altro attacco nella stessa
zona ha provocato un’altra vittima e il ferimento di una bambina. Questi episodi non fanno
più notizia. Ci sono soltanto poche righe nei report delle agenzie di stampa, quando va bene.
Nel frattempo Israele ha chiuso il valico di Rafah con l’Egitto, uno dei pochi punti vitali per
l’ingresso degli aiuti umanitari e per l’evacuazione dei malati gravi. La decisione è stata
giustificata parlando di “misure di sicurezza” legate alla guerra con l’Iran. Il risultato, però, è
immediato e molto concreto: a Gaza la gente ha iniziato a fare scorte di cibo per paura di
restare senza. Le organizzazioni umanitarie avvertono che la distribuzione degli aiuti rischia
di fermarsi e che perfino le cucine caritative potrebbero non riuscire più a funzionare.
Nel frattempo manca il gas per cucinare. Mancano persino i medicinali. Anche dopo il
cessate il fuoco parziale, le forniture che entrano nella Striscia restano largamente
insufficienti rispetto ai bisogni di una popolazione stremata da quasi due anni e mezzo di
guerra.
Un rapporto di Amnesty International racconta che a Gaza alle donne palestinesi sono state
negate le condizioni minime per vivere e per partorire in sicurezza. Le donne incinte non
hanno accesso a cure adeguate.
Chi soffre di malattie gravi spesso non può ricevere trattamenti. In altre parole: nascere,
oggi, a Gaza, è diventato un rischio.
La violenza continua anche in Cisgiordania.
Dall’inizio della guerra più di mille palestinesi sono stati uccisi da soldati o coloni israeliani. In
parallelo, almeno quarantacinque israeliani – tra civili e militari – sono morti in attacchi
palestinesi o durante operazioni israeliane militari nella regione.
Negli ultimi giorni le incursioni dell’esercito israeliano si sono moltiplicate: raid nei campi
profughi, ingressi di città chiusi, restrizioni alla circolazione tra le varie aree della
Cisgiordania.
I coloni, nel frattempo, continuano ad attaccare villaggi palestinesi.
Due fratelli sono stati uccisi vicino al villaggio di Qaryut dopo che coloni armati hanno
sparato contro case palestinesi. A Masafer Yatta un altro uomo, Amir Muhammad Shanaran,
è stato ucciso durante un attacco. In un villaggio a nord-est di Ramallah due uomini sono
stati colpiti alla testa durante un assalto notturno. Un terzo è morto poco dopo per aver
inalato i gas lacrimogeni sparati dai soldati israeliani che accompagnavano i coloni.
Nel frattempo vengono chiusi ingressi di città, date restrizioni di movimento alle comunità
rurali, e perfino gli allevamenti vengono incendiati.
Tutto questo sta succedendo adesso. Non mesi fa. Adesso.
Mentre Gaza sparisce mediaticamente, sta accadendo qualcosa che dovrebbe far saltare
dalla sedia chiunque abbia ancora a cuore il significato delle parole.
Perché mentre si parla di negoziati per la pace, ai tavoli dove si decide il futuro di Gaza i
palestinesi – quelli che a Gaza ci vivono, o ci vivevano prima che diventasse un campo di
macerie – non ci sono.
Ci sono solo gli interessi di Trump e Netanyahu. Si parla di un cessate il fuoco, che non è
mai davvero avvenuto e il popolo di cui si discute il futuro è, di fatto, assente. Ci sono uomini
potenti seduti attorno a un tavolo che pretendono di decidere dove e come dovrebbero
vivere i palestinesi.
In questo contesto la parola “pace” risulta ridicola. Perché quando si decide il futuro di un
popolo senza quel popolo, quella non è pace: è imposizione.