Il Mondiale dei respinti: come la geopolitica ha militarizzato il calcio

Articolo di Adele Di Vuolo



Ci hanno ripetuto per anni che lo sport unisce, che il calcio è neutrale, che la politica deve restare fuori dagli stadi. Ma i Mondiali del 2026 tra Stati Uniti, Canada e Messico hanno spazzato via questa illusione, trasformando il torneo più seguito al mondo in una vera e propria cronaca nera di confine. Quello a cui abbiamo assistito non è stato un festival del pallone, ma uno specchio fedele dell’era firmata da Donald Trump. Più che le giocate in campo, a definire questa edizione sono stati i controlli doganali, la paranoia securitaria e la forza di una superpotenza che ha deciso di usare il torneo per ribadire le proprie gerarchie geopolitiche.

L’immagine più clamorosa di questo disastro resta l’odissea della nazionale iraniana. Per via dei visti bloccati e delle restrizioni sull’immigrazione imposte da Washington, ai giocatori di Teheran è stato vietato persino di passare la notte su suolo americano. La squadra si è trovata così nell’assurda condizione di fare la ‘pendolare del gol’: base logistica a Tijuana, in Messico, e trasferte blindate oltreconfine sotto scorta armata per giocare o allenarsi negli stadi statunitensi, con l’obbligo di rientrare in territorio messicano subito dopo il fischio finale. Come ha evidenziato l’analista politico Marco Rossi: «Vedere degli atleti trattati alla stregua di sorvegliati speciali fa crollare qualsiasi idea di parità e rispetto nelle competizioni internazionali».

Un trattamento simile è toccato anche a chi doveva garantire la regolarità delle partite e ad altre selezioni considerate ‘scomode’, come l’Iraq. Arbitri e calciatori iracheni sono stati bloccati per ore agli imbarchi aeroportuali dagli agenti statunitensi, costretti a subire perquisizioni hi-tech estremamente invasive su telefoni, tablet e chat private. Una pressione costante che si è avvertita persino sugli spalti, dove la presenza continua degli agenti dell’immigrazione, la nota agenzia governativa ICE, ha trasformato gli spalti in un luogo di controllo a cielo aperto per migliaia di tifosi.

A chiudere il cerchio ci ha pensato la diplomazia del pallone con una delle uscite più discutibili della sua storia: l’invenzione del Premio per la Pace da parte del presidente della FIFA Gianni Infantino. Un riconoscimento creato su misura per blindare i rapporti con la Casa Bianca e stendere un velo pietoso sul muro alzato dai controlli di frontiera. Come ha osservato la giornalista Elena Bianchi: «Il Mondiale ha smesso di essere una festa tra popoli per diventare uno strumento di esclusione». Un segnale amaro di come il calcio di oggi abbia preferito la geopolitica allo sport.