Articolo di Maria Sveva Lattanzi

Tra malattie, ragnatele, miserie e visi corrucciati dalla rassegnazione, si sente flebile una cantilena: «Ce sta ’o sole… ’o sole!». Sotto un cielo azzurro, scorgendo il suo bagliore caldo, Anna Maria Ortese affida così ad una bambina il compito più arduo e doloroso: vedere il mondo per la prima volta, per quel che è. La disarmonia di una realtà fatta di crepe e ombre diventa la delusione di una giovane protagonista che scopre un giorno di aver bisogno di un paio di occhiali, l’unica speranza per lei di tornare a vedere un mondo fino a quel momento sfocato e lontano.
Un paio di occhiali, che si apre in quest’atmosfera limpida, è il primo racconto tratto da Il mare non bagna Napoli: una raccolta di racconti e reportage giornalistici pubblicata dalla scrittrice nel 1953. Pur essendo nata a Roma nel 1914, Anna Maria Ortese stringe un forte legame con Napoli. Vi abita a lungo durante e dopo la Seconda guerra mondiale e la sua prima esperienza è quella di un ambiente devastato dal conflitto, dalla povertà e dalle contraddizioni sociali.
Come l’autrice scrive nella breve introduzione, l’opera è stata inizialmente giudicata «contro Napoli». Ma la descrizione della città partenopea, la scrittura febbrile e il crudo realismo, sono un modo per dar forma ad uno stato d’animo interiore, un senso di spaesamento che la scrittrice vive e attribuisce, come uno specchio, alla città. In questo modo, i suoi racconti e i personaggi malinconici e irrequieti diventano un atto d’amore, una vivida reazione all’«infinita cecità del vivere». Anche Eugenia, la piccola protagonista di Un paio di occhiali, cerca in tutti i modi di sfuggire a questa cecità quotidiana. Tanto giovane e già miope, è estasiata quando la zia si propone di acquistare per lei un paio di occhiali, e già immagina il momento in cui smetterà di scrutare volti annebbiati e le persone sconosciute prenderanno finalmente forma e contorno. Vive come in un «rapimento, […] avvolta in una nebbia» e la sua vita adombrata le fa sentire che «al di là di quella stanza, sempre piena di panni bagnati, con le sedie rotte e il gabinetto che puzzava, c’era della luce, dei suoni, delle cose belle».
La zia, però, la avverte subito: «Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo», lasciando Eugenia immersa nella sua euforia. La realtà fittizia che la nipote si era costruita, infatti, fatta di negozi bellissimi e signore vestite elegantemente, crolla quando nota con gli occhiali tutto ciò che la circonda: pozze d’acqua, le grida e gli odori della strada, i rifiuti, la miseria.
Accorgersi ed accettare questa nuova coscienza è una delle cose più faticose e spiazzanti. Ortese lo sa bene: piega i suoi lettori al disincanto della realtà illusoria di Eugenia. Se la realtà è smorta e tutt’altro che poetica, gli occhiali non vorremmo indossarli affatto e continuare a vivere nell’illusione sarebbe una consolazione, un riparo. È una tendenza comune, spesso un disimpegno, costruirsi un’esistenza che non ci appartiene e scappare da una realtà che invece ci riguarda. Succede in letteratura, attraverso lo sguardo di una bambina, e accade tutti i giorni, quando ci aggrappiamo ad una distorsione e crediamo che l’abitudine ad un mondo sfocato non sia poi così male.
Persino nei social vediamo vite perfette e corpi stereotipati come se la solitudine, la noia, le giornate storte non esistessero. Siamo abituati ad imbatterci in una selezione di contenuti che oscura l’esistenza di altri e l’estate è la dimensione perfetta per notare questa discrepanza: si postano storie sempre in vacanza, si filtrano imprecisioni nelle foto così come nei visi e si pensa che l’unica esistenza accettabile sia questa. Non solo tutto ciò può diventare fonte di disagio e insicurezze, ma l’identità digitale palesa anche una dissonanza di valori. Mentre a scuola siamo educati alla gentilezza e al rispetto, nei commenti online questi vacillano. Se l’Ortese ci rende partecipi di una verità che una bambina fatica ad accettare, allo stesso tempo la nostra quotidianità è fatta di contrasti davanti ai quali anche un adulto preferisce chiudere gli occhi. La capacità di vedere e lo sforzo che ne deriva sono invece essenziali per comprendere le crepe di una realtà difficile, accettandola e cercando di migliorarla. Eppure, in mezzo allo sconforto e alle delusioni quotidiane, rimane qualcuno che canticchia con stupore: «Ce sta ’o sole… ’o sole!».