Articolo di Adele Russo

Arte, etica e politica devono convergere. Provare compassione durante una lettura o rivoltarsi
dinanzi alle sofferenze esposte su una tela può contribuire all’universalizzazione della vulnerabilità
umana. In che modo è possibile prestare ascolto alle voci spezzate dalla lama dell’ingiustizia, della
violenza e delle gerarchie sociali? Nella storia letteraria, le scrittrici hanno spesso riportato le loro
condizioni di inadeguatezza e di risentimento; eppure, nell’arte, le donne sono state frequentemente
esaltate nella loro bellezza e idealizzate come muse ispiratrici. Un paradosso di fondo emerge da
una lettura e da un’osservazione empatica.
Nel romanzo Je me souviens de l’imperméable rouge que je portais l’été de mes vingt ans,
attraverso 479 frammenti che ripetono la formula «Je me souviens», Lydia Flem fa emergere la
condizione femminile nell’epoca postmoderna attraverso brevi ma intensi ricordi personali e
collettivi. L’autrice ricorda che le ragazze non erano libere di passeggiare sole di notte e che la
paura di essere aggredite le assaliva. Ricorda inoltre che gli stereotipi si erano appropriati del corpo
femminile: le donne erano passate dalla tirannia del corsetto all’imperativo di essere magre, e che a
loro veniva chiesto di essere belle e di stare zitte. L’autrice ricorda di essersi spesso chiesta perché
le donne sentissero il bisogno di apparire, invece di poter essere semplicemente se stesse senza
temere il giudizio maschile. Si domandava quindi se si facessero belle per piacere agli uomini, per
suscitare l’invidia delle altre donne o per amor proprio. L’autrice suggerisce una possibile ragione:
ciò avveniva perché gli uomini continuavano a pensare che il corpo delle donne appartenesse a loro.
Frammento dopo frammento, Flem ricorda anche che le donne che rivendicavano il diritto di scelta
sul proprio corpo e il grido unanime «Mon corps m’appartient»: è uno slogan della seconda ondata
femminista, diffuso in Francia negli anni Settanta dal Mouvement de libération des femmes. Le
militanti lo gridavano durante le manifestazioni per affermare che le donne devono poter decidere
liberamente sul proprio corpo, soprattutto riguardo alla maternità e alla sessualità. Emerge anche il
ricordo indelebile di Simone Veil che, all’Assemblea Nazionale, nonostante i fischi e gli insulti,
difese il diritto delle donne ad abortire facendo approvare la nota legge Veil del 1975, che da quel
momento avrebbe garantito l’interruzione volontaria della gravidanza, conosciuta in Francia con
l’acronimo IVG. Ricamando i fili di queste memorie, emerge una storia complessa fatta di stereotipi
e di lotte contro la misoginia: questa eco trova un tragico riscontro nella realtà contemporanea.
La condizione delle donne è anche protagonista della serie fotografica Féminicide di Lydia Flem, un
progetto artistico presentato durante la serata «Coïncidences» presso la Maison de l’Amérique latine
di Parigi, diretta da François Vitrani, in occasione di Laëtitia ou la fin des hommes il romanzo-
inchiesta di Ivan Jablonka. L’opera racconta l’assassinio di una giovane cameriera di diciotto anni,
Laëtitia Perrais, accoltellata e strangolata nella notte tra il 18 e il 19 gennaio 2011, il cui corpo fu
ritrovato due settimane dopo. Jablonka non si limita a ricostruire il violento episodio, ma invita
anche a riflettere sulle conseguenze dello spettro misogino che continua ad attraversare il XXI
secolo. Il romanzo mostra con lucidità cosa significhi essere donna in un mondo in cui troppo
spesso sono sempre le stesse a trovarsi sole, senza via d’uscita, costrette al silenzio.
Lydia Flem intende far emergere i corpi delle donne sommerse nell’oblio e, per farlo, si serve
dell’arte della fotografia. La sera della presentazione del romanzo proiettò un video di tre minuti e
trenta secondi nella quale faceva scorrere circa 70 fotografie di questa serie, intitolata Féminicide,
un concetto giuridico nato in America Latina e trasformato qui in dispositivo estetico.
La serie consiste nella messa in scena di forbici arrugginite sopra la riproduzione di celebri quadri
che esaltano la bellezza femminile. In questo modo Flem ribalta il punto di vista: non si vede più
attraverso gli occhi dell’artista, ma si percepiscono la paura, il terrore e il silenzio imposti alle
donne. Riprende opere come La Grande Odalisca di Ingres (1814), La nascita di Venere di
Botticelli (1485) e La ragazza con l’orecchino di perla di Johannes Vermeer (1666). Le donne
nell’arte sono state spesso esaltate per la loro bellezza e il loro carisma, ma Flem, in un’intervista,
lancia un appello: «Non vogliamo essere messe su un piedistallo per poi essere assassinate». Se gli
occhi osservassero attraverso il filtro dell’empatia, l’animo contemporaneo potrebbe riflettere più
lucidamente sulle voci spezzate delle donne.
La vulnerabilità, la sensibilità e la debolezza sono tratti della specie umana, non soltanto femminili.
Per secoli le donne hanno scritto senza essere messe in luce se non per la loro bellezza e hanno
lottato per ottenere diritti a lungo negati. È necessario compiere un esercizio quotidiano di empatia
verso ciò che leggiamo e ciò che vediamo, per un’educazione al rispetto reciproco e
all’uguaglianza. Allora osiamo tutti un ricordo: le donne libere di essere.