La delegittimazione giornalistica del dissenso

Articolo di Costanza Maugeri


Il 7 ottobre 2023 e il dopo: per il giornalismo occidentale è stato il banco di prova e il confronto con retaggi di stampo coloniale. Il giornalismo italiano arranca nel raccontare il genocidio in Palestina e il dissenso nelle piazze.

È così che i termini si confondono sulle scrivanie delle redazioni: l’antisionismo con l’antisemitismo; il sostegno alla popolazione civile con il supporto ad Hamas e la minoranza di manifestanti violenti, che necessita di essere contestualizzata in uno scenario di crescente repressione che sta colpendo l’Occidente, viene strumentalizzata per raccontare le piazze nel loro complesso. In poche, pochissime parole si innesca il cosiddetto protest paradigm o paradigma delle proteste: espressione con la quale si fa riferimento a quell’insieme di schemi narrativi di stampo propagandistico, caratterizzanti la copertura giornalistica, che mira a delegittimare, minimizzare e brutalizzare il dissenso. Come è logico pensare, queste dinamiche influiscono sulla percezione del dissenso stesso, «the capability of protests to communicate their messages and achieve the desired outcomes depends on whether and how they are portrayed by the mass media». (Agnone, 2007; King, 2011; Lee, 2014).

Un cortocircuito: il dissenso come minaccia bellica.

Si è deciso di selezionare alcuni articoli delle tre principali testate giornalistiche italiane: La Stampa, Il Corriere della Sera e La Repubblica. Di seguito si presentano quattro esempi; in grassetto è evidenziato il lessico oggetto di analisi.

1.     Tre ore di battaglia, la Stazione Centrale assediata, i binari difesi da un pugno di poliziotti e carabinieri che diventano bersaglio di cubetti di porfido e bottiglie (…). (La Repubblica, 23 settembre 2025);

2.     Titolo: Milano, l’assalto dei proPal alla stazione Centrale: misure cautelari per 6 giovani antagonisti e altri 8 indagati (Il Corriere della Sera, 18 marzo 2026);

3.     Titolo: Minaccia anarchica: “Fuoco ai Giochi ”Askatasuna torna in piazza (La Stampa, 10 febbraio 2026).

4.     Titolo: Scuola e Gaza, cortei di studenti in tutta Italia. Scontri con la polizia e tensione a Bologna (La Stampa, 14 novembre 2025)

Articoli che scrivono di dissenso come di una minaccia allo Stato. In questi testi emerge l’impiego di un lessico riconducibile a un campo semantico prevalentemente bellico (titolo 1: ‘battaglia’, ‘assediata’, ‘difesi’; titolo 2: ‘assalto’) e legato alla violenza (titolo 3: ‘minaccia anarchica’), rappresentata come organizzata e sistemica e tanto più pervasiva quanto più la protesta mina il sistema di potere dominante (ing. establishment).

The protest paradigm refers to a pattern of coverage that focuses on the violent and disruptive aspects of the protest actions, describes protests using the script of crime news, highlights the protesters’ (strange) appearance  and/or  ignorance,  portrays  protests  as  ineffective, focuses  on  the  theatrical  aspects  of  the protests and neglects the substantive issues, invokes public opinion against the protesters (…). (Lee, 2014)

Un’altra micronarrazione che si innesta con ricorrenza allude a una teorica simmetria delle “due parti della barricata” (v. titolo 4) . In questa rappresentazione, forze dell’ordine e manifestanti vengono implicitamente equiparati. Tale impostazione mira a descrivere proteste e tensioni in piazza come scontri proporzionati. Si tace su una differenza sostanziale: sono le forze dell’ordine a essere dotate di equipaggiamenti specifici: tenute antisommossa, manganelli, lacrimogeni e idranti. 

Questo tipo di narrazione finisce per oscurare le sostanziali asimmetrie di potere e eventuali condotte che si configurano come abuso di quest’ultimo da parte della polizia. Il focus si sposta così dal contenuto politico del dissenso al suo impatto (mistificato) sull’ordine pubblico.  A tal proposito, riferendosi ai media statunitensi, l’antropologo David Graeber afferma che essi «sono semplicemente costituzionalmente incapaci di riportare gli atti di repressione della polizia come violenza».

Il titolo 1 introduce infine un’ulteriore questione, relativa alla stabilizzazione di etichette: le forze dell’ordine sono sistematicamente associate al polo della legittimità e della difesa, mentre i manifestanti vengono inscritti in quello della minaccia e della devianza. Si configura così un processo di stereotipizzazione che contribuisce a distorcere la relazione tra minoranze e potere dominante (Papastamou, Mugny, 1982).

L’ultimo caso eclatante: il corteo Askatasuna.

Askatasuna in basco significa libertà ed è il nome dello storico spazio sociale torinese nato nel 1996 e sgomberato il 18 dicembre 2025. Il 31 gennaio 2026 migliaia di persone sono scese in piazza per protestare. Durante la manifestazione, l’aggressione a un poliziotto da parte di alcuni manifestanti ha alimentato una narrazione disumanizzante del corteo, oscurando la violenza delle forze dell’ordine.

In quest’ottica, risultano significativi due contenuti de La Repubblica, analizzabili in chiave comparativa come speculari.

5.     Un manifestante che sta partecipando agli scontri tenta di fuggire (1), cade a terra e viene manganellato più volte da un poliziotto. Succede (2) a Torino durante la manifestazione per il centro sociale Askatasuna. Il video è stato diffuso (3) sui social network antagonisti. Durante i violenti tafferugli un poliziotto è stato accerchiato e preso a calci e martellate (4).

Il manifestante viene colpevolizzato già nella prima riga (1): una scelta che contribuisce a giustificare il pestaggio ad opera del poliziotto. Il verbo succedere (2) proietta la vicenda in un contesto in cui le responsabilità individuali e istituzionali si dissolvono nella casualità, neutralizzando la portata politica e violenta dell’episodio.

Compare poi una presa di distanza dalla fonte (3), una formula di dissociazione: in termini assoluti è una precisazione legittima, ma, come si vedrà, viene utilizzata in modo selettivo. Il periodo finale (4) ha l’evidente funzione di fungere da contrappeso narrativo rispetto a quanto scritto in precedenza, finendo per mitigare la gravità dell’aggressione subita dal manifestante

6.     Un poliziotto è stato accerchiato e selvaggiamente picchiato dai manifestanti (5). L’aggressione è avvenuta durante la manifestazione per Askatasuna che si è svolta nel pomeriggio a Torino. L’agente colpito si chiama Alessandro Calista ed è in servizio al Reparto Mobile di Padova. Sposato e padre di un bambino, ha 29 anni, è originario di Pescara (6) ed è stato ricoverato in ospedale con contusioni multiple (7).

Fin dalle prime righe vengono identificati con chiarezza i responsabili. I due verbi, collocati uno dopo l’altro, costruiscono una sequenzialità intenzionale, che non lascia spazio a fraintendimenti o ambiguità interpretative (5).

In questo contenuto si fa riferimento a una moltitudine: nel primo caso, invece, l’episodio viene implicitamente presentato come isolato, nonostante non lo fosse. Una moltitudine che picchia selvaggiamente: avverbio che brutalizza e disumanizza i manifestanti. Tale qualificazione non sarebbe, in ogni caso, necessaria: i verbi utilizzati descrivono già in modo esaustivo la violenza dell’atto. L’aggressione viene data per certa e, nel testo, non viene citata la fonte, a differenza di quanto avviene nell’altro articolo.

Si procede a dare un volto e un nome alla vittima, elemento assente nel caso del manifestante. Si tratta di una tecnica di narrazione che favorisce la costruzione dell’empatia nel lettore, portata al suo apice attraverso la menzione di dettagli di vita privata (6). Infine, si forniscono informazioni sull’impatto che la vicenda ha avuto sul suo stato di salute (anche quest’ultimo aspetto è assente nel primo contenuto) (7).

Riprendendo le osservazioni di David Graeber, si aggiunga, a tal proposito, che «le forze dell’ordine sosterranno di essere state provocate e i media ripeteranno quanto da esse dichiarato, senza prendere in considerazione il grado di plausibilità e assumendolo come base fattuale iniziale degli eventi».

In definitiva, quanto finora detto, ci pone davanti non solo a questioni di natura linguistica, bensì a un sistema socioculturale ed economico in cui la copertura del genocidio palestinese, e le rappresentazioni di dissenso ad esso connesso, rappresentano, come accennato in principio, solo l’ennesimo banco di prova tanto spingere il giornalista egiziano Mohamed Shalaby a sostenere dopo l’addio alla BBC: «il più grande fallimento del giornalismo occidentale contemporaneo: la copertura di Gaza».