La fatale attualità di Notre Dame de Paris: dalla letteratura alla rappresentazione

Articolo di Carolina Ferraro


«Claude si alzò, prese un compasso, e incise in silenzio sulla parete a lettere maiuscole, questa parola greca: ANATKH». 

Il romanzo “Notre Dame de Paris” è stato scritto per ridare una storia a questa incisione anonima, poi, raschiata, intonacata e dimenticata. Nel 1831 Hugo scrive una piccola premessa, un’avvertenza, prima del romanzo, dove racconta in terza persona di aver trovato questo termine greco, ananke, ovvero fatalità, inciso sulle pareti della cattedrale di Notre Dame. Si domandò chi fosse quell’«anima in pena», «qualcuno che non aveva voluto staccarsi da questo mondo senza lasciare questa stigmate di delitto» le cui sofferenze sono ormai dimenticate. Per trovare una risposta scrive un romanzo che è dramma ed epopea al tempo stesso, caratterizzato da personaggi indimenticabili, vittime del fato che li rende rappresentanti di denunce sociali di cui ancora oggi udiamo il grido. 

Nel febbraio del 1831, mentre Parigi era ancora avvolta dai tumulti della rivoluzione di luglio, Hugo pubblicava “Notre Dame de Paris”, ambientato nel 1482, nel quale risuona l’assordante silenzio degli oppressi. 

Incarnazione di una Francia umanista, repubblicana e democratica, Victor Hugo penetra nelle profondità delle ingiustizie umane e la cattedrale gotica diventa palcoscenico di amore, esclusione, abusi di potere e passione smisurata. Tutte queste tematiche vengono collegate da un filo conduttore: il fato, il colpevole delle sofferenze degli esclusi – i deformi, i gitani, i mendicanti, i poeti e gli amanti – che smettono di essere vittime invisibili per diventare i protagonisti della storia: eroi e carnefici. 

La fatalità, definita da Hugo «l’ananke dei dogmi», sovrasta imperi ed epoche, vanifica speranze e rende gli uomini prede delle proprie passioni. L’arbitrarietà del caso – nascere in luoghi di pace o di guerra, con la pelle chiara o scura, belli o deformi, ricchi o poveri, uomo o donna – viene utilizzata dall’autore come matrice di tutte le disuguaglianze da cui scaturiscono gli errori e le oppressioni dei governi. Un dato incontrovertibile, che si ripete nel corso del tempo. Non è un caso che il romanzo raccoglie in sé un’analisi storica, filosofia e sociale che accomuna epoche diverse: il 1482, l’inizio del tempo del racconto, il 1831, anno di pubblicazione dell’opera e il 2026, l’oggi, un presente ancora alle prese con le stesse difficoltà e passioni.

Questo articolo intende esplorare come Hugo abbia dato una voce alle vittime del destino che, oggi come ieri, è in grado di scuotere le fondamenta del potere. Il romanzo, nel corso del Novecento, è stato oggetto di un passaggio dalla letteratura alla rappresentazione, che lo ha reso protagonista indiscusso del panorama artistico e culturale moderno. Tale primato è raggiunto per la forza dirompente di un fato che si abbatte ancora oggi, esattamente uguale, sulla società o piuttosto è un arresto del concetto di “progresso umano” che lo rende ancora tanto attuale? 

L’ emarginazione, l’ossessione amorosa, il contrasto tra bellezza esteriore e interiore, la condizione femminile, le lotte tra classi, l’ingiustizia e il malfunzionamento del potere centrale (soprattutto della sfera giuridica). Insomma, leggere questo romanzo significa sfogliare un giornale moderno e come ogni cronaca che si rispettici porta a scoprire le vittime e i colpevoli delle disuguaglianze umane. 

Tra l’arcidiacono e il mendicante, tra lo storpio e il cavaliere, tra la nobildonna e la prostituta, incombe solo e unicamente la fatalità: tema portante del romanticismo ottocentesco. I personaggi non possono sfuggire al tragico disegno del destino. 

Il fato si incarna e si abbatte nel corpo di Esmeralda, zingara di soli sedici anni, dotata di disarmante bellezza, sua fortuna e dannazione. Lo svolgimento della vicenda è azionato dal male gaze, lo sguardo maschile sul corpo femminile, oggettificato, idealizzato e svuotato. 

L’amore è la più grande forza umana, in parte positiva e in parte distruttiva. Victor Hugo ci presenta tre «cuori fatti in modo diverso»: quello puro e sincero di Quasimodo; quello malato e ossessivo di Claude Frollo, espressione di desideri sessuali repressi, di una libertà barattata in cambio della conoscenza e dei sensi di colpa per l’identità perduta; infine, quello di Esmeralda stessa, innamorata del comandante delle guardie Phoebus, il cui amore è solo una menzogna formulata per appagare le proprie voglie. 

Esmeralda, Quasimodo e Frollo sono accomunati da un tema portante: l’emarginazione sociale, di cui la Corte dei Miracoli è massimo emblema: un cenacolo di accattoni, ladri e mendicanti, che solo alle porte della città di Parigi, immersi in “un mondo fuori dal mondo”, riescono ad essere parte di un sistema. La ragazza, il campanaro e l’arcidiacono vivono anche fuori questo microcosmo, accentuando la loro solitudine. Il prete è rappresentazione del potere divino e giuridico, ma la sua vasta conoscenza lo rendono un uomo fuori dal tempo. Esmeralda, cresciuta dai gitani, diventa per i parigini l’archetipo dello straniero e del diverso. La folla la acclama e la condanna per le sue sembianze, considerate un pericolo culturale imminente. La scelta di svelare le origini francesi della giovane è forse un modo dell’autore per smascherare l’ignoranza della massa basata sul pregiudizio. 

Attraverso il corpo di Quasimodo, Hugo mostra come la società giudichi solo in base all’aspetto esteriore. Un concetto che oggi possiamo recepire forte e chiaro: in un’epoca in cui prima di conoscere qualcuno guardiamo un profilo social e attraverso i pochi scatti pubblicati decidiamo di sapere tutto dell’altro – chi è, cosa gli piace, di cosa si occupa – lasciando che l’apparenza superi la sostanza. 

Nel personaggio più silenzioso risuonerà il grido degli esclusi: «…la folla batteva i piedi dall’entusiasmo, giacché in quel momento Quasimodo aveva davvero una sua propria bellezza». Una bellezza dettata dall’animo e non dal corpo. Il campanaro di Notre Dame rappresenta l’astro terreno più splendente della produzione di Hugo, proprio per il suo corpo storpio, simbolo dello “sformato corpo elettorale”, come lo ha definito il paroliere italiano Pasquale Panella, espressione di un popolo soppresso e ancora inconsapevole della sua forza. L’istante in cui Quasimodo salva Esmeralda dalla forca è un vero e proprio inno alla libertà: l’orfano, il reietto, smetteva di essere un escluso ed entrava a gamba tesa in quella società che lo aveva deriso, risolvendo gli errori commessi dalla «giustizia umana», strappandole la preda ed ergendosi a giudice, sacerdote, soldato e Re. Quasimodo diventa un eroe, la folla – che poco prima lo aveva respinto – lo acclama.  

Oggi, i contorni della Corte dei Miracoli sono cambiati, ma non lo sono i meccanismi di esclusione. Gli invisibili del nostro tempo non hanno bisogno di sollevare pile di sedie con i denti e nemmeno di sputare fuoco o mangiare coltelli, ma gli basta popolare le strade delle grandi città, i confini militarizzati o burocratici e i canali della precarietà sociale. Il pregiudizio che uccide Esmeralda e isola Quasimodo per la sua diversità fisica si ripropone nelle moderne dinamiche di discriminazione e indifferenza a cui assistiamo oggi ogni volta che ad una donna aggredita per strada viene chiesto come era vestita, quando ignoriamo la sorte dei migranti morti a pochi passi dai nostri confini invisibili, quando assistiamo in silenzio alle atrocità della guerra.

La società è ingiusta e crudele verso i più deboli, dominata dalle apparenze e restia nei confronti di tutto quello che sembra diverso e ignoto. Nessuno è innocente, Esmeralda stessa non potrà fare a meno di preferire Phoebus a Quasimodo, il quale la rispetta e la protegge. 

Quante persone nella società contemporanea vengono ancora giudicate solo per il loro aspetto, per la posizione sociale o per la quantità di studi affrontati? Quante donne vengono ancora uccise, violate o oltraggiate a causa dello sguardo ossessivo di un uomo? Quante volte la giustizia ha fallito, mostrandosi superficiale e discriminatoria? Forse sono queste le domande che rendono Notre Dame de Paris una delle opere più riproposte e popolari del panorama moderno. 

Nel corso del Novecento, il manifesto romantico di Victor Hugo ha portato alla produzione di numerose opere cinematografiche e teatrali, che partono nel 1923 con “The Hunchback of Notre Dame” di Wallace Worsley e approdano nel 1998 con l’opera popolare “Notre dame de Paris”, con le musiche di Riccardo Cocciante e i testi di Luc Plamondon. Nel 2002 l’opera popolare arriva in Italia con l’adattamento italiano del paroliere Pasquale Panella e prodotto dall’impresario David Zard.

Nel 2026 l’opera popolare è campione di incassi. «Non cambiamo niente», Cocciante ricorda che le persone tornano proprio per trovare l’opera popolare immutata perché nella realtà contemporanea nulla e cambiato.

Infatti, il successo immortale dell’opera è segnato dalla fatale vicinanza con i tempi che corrono. Pensiamo a quanto accadeva in Francia nel 1996, anno di produzione del film d’animazione Il gobbo di Notre Dame. Il film rischiava di non piacere alla madrepatria di Victor Hugo – un colosso americano saccheggia l’opera di uno dei più grandi giganti del pensiero francese e lo trasforma in un cartone per bambini stravolgendo i personaggi e il finale per “comodità della rappresentazione” – ma, proprio in quell’anno, 300 clandestini si rinchiusero nella chiesa di Saint-Bernard de la Chapelle appellandosi al diritto di asilo, come fece Quasimodo per Esmeralda e furono arrestati due mesi dopo quando le forze di polizia sfondarono il portone della chiesa a colpi d’ascia, esattamente accade gli zingari della Corte dei Miracoli durante l’assalto a Notre Dame. Sembrerebbe quasi che, per pura fatalità, l’umanità, quasi ogni dieci anni, abbia bisogno di riflettere sull’indifferenza che domina il suo mondo, attraverso questo teatro di valori umani, che si susseguono in una storiaidentica e senza fine. 

Ci siamo chiesti se il progresso umano si sia arrestato, ma la verità è che la letteratura rappresenta un ponte che collega passato, presente e spesso il futuro. La vera eredità del capolavoro di Hugo non risiede nella memoria di un passato gotico o nell’analisi di un tempo perduto, ma in un monito eterno: una società che ignora il grido dei suoi membri più vulnerabili si condanna all’instabilità. La letteratura, ieri come oggi, non ha il compito fornire risposte blande e consolatorie, ma quello di prestare la propria voce a chi è stato privato dal fato della possibilità di parlare. Questo romanzo, che sia letteratura, che sia cinema, che sia teatro o semplicemente fotografia, ci ricorda che il problema non si è risolto. Oggi c’è ancora un’umanità che spinge e che lotta per essere riconosciuta e chiede alla società: «come fare un mondo dove non c’è più l’escluso?»