La linea d’ombra: perché il caldo estremo è una questione di classe

Articolo di Adele Di Vuolo


C’è una bugia di comodo che torna puntuale a ogni bollettino meteorologico: l’idea che il
cielo sia cieco e che, sotto il sole di luglio e agosto, bruciamo tutti allo stesso modo. È la
narrazione consolatoria dell’emergenza naturale, buona per riempire i telegiornali senza
disturbare la politica. Ma basta scendere in strada per capire che il termometro non ha nulla di
democratico. La colonnina di mercurio non livella la società; al contrario, ne scava le faglie,
trasformando i gradi centigradi in un brutale coefficiente di reddito. Difendersi dall'aria che
toglie il fiato ha un prezzo, e chi non può pagarlo è condannato a subire il clima come una
condanna fisica.


La frattura comincia sui marciapiedi. Il fenomeno che gli urbanisti chiamano isola di calore
ricalca con precisione chirurgica le mappe del catasto e del censo. Da una parte ci sono i
quartieri residenziali, dove il verde urbano e l’ombra degli alberi ad alto fusto riescono a
strappare alla canicola una tregua di tre o quattro gradi. Dall'altra parte ci sono le periferie:
distese di catrame scuro, blocchi di cemento a basso costo e piazzali sterminati senza un filo
d’erba. Qui la città si comporta come un accumulatore termico che incamera calore per dodici
ore e lo restituisce per le restanti dodici, togliendo perfino il sollievo della notte e
trasformando i casermoni popolari in forni a rilascio continuo.


Dentro quelle case, poi, si consuma la farsa della transizione ecologica a spese dei singoli.
Parlare di povertà energetica non è una formula per addetti ai lavori: significa decidere ogni
mattina se rischiare un malore o un collasso del conto corrente alla prima bolletta della luce.
Chi vive in affitto in appartamenti fatiscenti, senza cappotto termico e con infissi che lasciano
passare l'aria rovente, non ha scelta. L’aria condizionata non è un vezzo tecnologico, ma un
salvavita; eppure, resta un lusso che milioni di famiglie non possono permettersi, costrette a
vivere e dormire in stanze soffocanti con ricadute devastanti sulla salute cardiovascolare e
sull'equilibrio nervoso.

Il fondo di questa gerarchia climatica si tocca però sui luoghi di lavoro. C’è chi affronta
l’allerta rossa spostando la scrivania vicino al condizionatore o lavorando da remoto; e c’è un
esercito di corpi spendibili che sotto quel cielo deve starci per contratto. Sono gli operai
aggrappati ai ponteggi metallici, i braccianti nelle serre, i fattorini in sella a una bicicletta con
uno zaino termico sulle spalle per consegnare il pranzo a chi può permettersi di restare al
chiuso. A quaranta gradi, la fatica fisica diventa un attentato alla sopravvivenza.

Come sottolinea l'economista Fabrizio Barca: «Le disuguaglianze non cadono dal cielo,
sono il risultato di scelte politiche ed economiche precise che distribuiscono i rischi sui più
deboli». Continuare a trattare le estati roventi come una fatalità meteorologica significa
assolvere un sistema che ha privatizzato il fresco e socializzato il soffocamento. Fino a
quando la protezione dal calore non verrà riconosciuta come un diritto materiale e sindacale,
la crisi climatica non sarà altro che l’ennesimo strumento di disciplina e ingiustizia sociale.