Articolo di Adele Russo

Tre donne, tre vite, tre destini, ma anche tre continenti, tre culture e tre lingue diverse. Laetitia
Colombani, cineasta, sceneggiatrice e scrittrice, pubblica nel 2017 per l’edizione Grasset il romanzo
La Tresse, a cui seguirà l’adattamento cinematografico nel 2023. Un libro e un film militanti che
difendono la delicata questione sociale delle donne. L’opera parla delle condizioni in cui vivono le
tre donne in tre continenti diversi nel mondo della globalizzazione. Non parlano la stessa lingua,
non seguono la stessa cultura: cos’è allora che unisce queste tre donne? Laetitia Colombani mostra
fino a che punto esse siano vittime, ma allo stesso tempo resilienti rispetto ai contesti sociali del
XXI secolo.
«E penso allora a Penelope: instancabilmente rifà ogni giorno quello che ha distrutto la notte. […]
Non perdere il filo, devo resistere. Riprendere e continuare». C’è, nel romanzo, l’eco di Penelope: il
gesto ostinato del disfare e rifare diventa la chiave simbolica di La Tresse, il romanzo con cui
Laetitia Colombani costruisce una narrazione a tre fili, destinati a intrecciarsi senza mai realmente
incontrarsi. Non è solo una metafora: è una vera e propria architettura del racconto. Smita, Giulia,
Sarah. Tre nomi, tre spazi geografici – India, Italia, Canada – e tre condizioni sociali radicalmente
diverse. Eppure, Colombani evita ogni gerarchia: non c’è una storia più importante dell’altra. Il
romanzo procede per montaggio alternato, con capitoli brevi che funzionano come ciocche narrative
autonome. Solo alla fine si comprende che l’intreccio non è lo strumento, ma il senso stesso
dell’opera.
Smita vive in un villaggio di Badlapur, nell’Uttar Pradesh, in India. Lei appartiene alla casta dei
«dalit», gli “intoccabili”. Il suo corpo è esposto alla degradazione quotidiana: pulisce latrine a mani
nude, in un sistema che istituzionalizza l’umiliazione. Il marito, Nagarajan, è un cacciatore di ratti
nei campi e porta le sue prede alla famiglia: è il loro unico cibo. Ma Colombani non insiste sul
miserabilismo piuttosto sul gesto di rottura, di rifiuto: «Mia figlia saprà leggere e scrivere». La fuga
non è soltanto geografica, è simbolica rappresenta un atto di disobbedienza contro un ordine
immutabile.
A Palermo, Giulia eredita un mestiere arcaico ovvero la lavorazione dei capelli per parrucche che
diventa emblema di trasmissione e trasformazione. Ha vent’anni ed è pronta a prendere il posto del
padre nella fabbrica di famiglia, I Lanfredi, che da generazioni raccoglie capelli naturali per creare
parrucche. Dopo un incidente in Vespa, il padre Pietro muore e Giulia scopre che la fabbrica è piena
di debiti e rischia il fallimento. Ama leggere Caproni, la prosa di Moravia e soprattutto le parole di
Pasolini. La sua famiglia tradizionalista le ripete: «Non è tra i libri che troverai marito». Eppure, la
soluzione alla bancarotta nascerà dalla sua emancipazione e dall’incontro, tra gli scaffali della
biblioteca comunale, con Kamal, un esiliato in Sicilia. Qui la tensione non è la sopravvivenza, ma
l’emancipazione. In un contesto familiare e patriarcale che la vorrebbe confinata, Giulia reinventa
l’eredità ricevuta. La tradizione non viene rifiutata: viene riscritta.
Con Sarah, avvocata affermata a Montréal, in Canada, il suo capo le propone un posto presso la
rinomata Johnson & Lochwood. Due volte divorziata, affida i figli a una babysitter: non ha tempo e
conosce il senso di colpa delle madri in carriera. Il suo corpo, fino a quel momento invisibile nel
mondo del lavoro, irrompe con la malattia: un cancro al seno che spezza la continuità della
performance sociale. «Finché non ne parlo, non esiste»: la negazione iniziale rivela quanto il
sistema professionale non tolleri la vulnerabilità. Lei incarna invece l’illusione della riuscita in un
ambiente che non lascia spazio a ciò che non corrisponde alla norma della produttività.
Il fil rouge di queste tre linee non è la somiglianza, ma la risonanza. Colombani lavora per
parallelismi: tre forme di costrizione, tre modalità di resistenza. Il romanzo evita il discorso teorico
e sceglie una scrittura semplice, quasi trasparente, in cui brevi inserti in corsivo aprono uno spazio
più intimo, lirico. È lì che affiora la dimensione più profonda: non l’evento, ma la percezione.
L’adattamento cinematografico del 2023 è una coproduzione italo-belga in cui Indigo Film è
responsabile della parte italiana. Il film traduce visivamente la struttura del romanzo. Girato tra
India, Italia e Nord America, tradotto in tre lingue (inglese, hindi e italiano), girato con colori e
inquadrature, differenti, mantenendo però la stessa logica di alternanza. Le interpretazioni di Mia
Maelzer, Fotinì Peluso e Kim Raver restituiscono tre modalità di presenza femminile: resistenza,
trasformazione, dissimulazione. Condividono la capacità di superare gli ostacoli imposti dalla
società, mettendo in luce uno spirito di iniziativa comune.
«Mamma, dove andiamo?» chiede la piccola Lalita. Fuggire dall’India, lasciare il marito, non è una
decisione facile per Smita. Incertezze e dubbi la attraversano, ma il desiderio di offrire alla figlia un
futuro migliore è più forte. Letteralmente, «intoccabile» indica ciò che non si può toccare perché
impuro; nella realtà indiana designa le caste più basse, persone discriminate e senza possibilità di
elevarsi socialmente.
È importante sottolineare la scelta dell’attrice che interpreta Lalita: Sajda Pathan, una bambina di
nove anni che viveva presso l’ONG Salam Balak. Non sapeva leggere né scrivere e viveva per
strada. La regista fu colpita dai suoi occhi profondi e dal suo sorriso. In un’intervista a France Bleu,
Colombani afferma di essere ancora in contatto con lei: oggi, grazie all’ONG, le sue condizioni
sono migliorate, frequenta la scuola ed è coinvolta in una commedia musicale. Questo dettaglio
introduce una frattura nel dispositivo finzionale, avvicinando il film a una forma di realismo etico,
più che semplicemente estetico.
Kim Raver, nota per la serie Grey’s Anatomy, interpreta Sarah, la cui carriera viene interrotta dal
tumore al seno. La stessa malattia dell’amica di Colombani, a cui è dedicato il romanzo: «À Olivia,
aux femmes courageuses». Attraverso Olivia, l’autrice esprime ammirazione per le donne che
affrontano la malattia, mostrando un personaggio apparentemente forte che deve confrontarsi non
solo con le cure, ma anche con la discriminazione sul lavoro.
La storia di Giulia si svolge a Palermo, in una società patriarcale e religiosa dell’Italia del Sud. Il
suo percorso si intreccia con quello di un uomo di cultura e religione diverse, malvisto dalla
famiglia. Si emancipa e prende il posto del padre nonostante i debiti. Per esigenze produttive, la
storia è stata girata in Puglia, a Monopoli. Sicilia e Puglia condividono la tradizione della
lavorazione dei capelli per parrucche, e alcuni atelier esistono ancora. L’atelier del film è stato
creato appositamente: le ciocche sono state realmente raccolte, contribuendo al realismo della
scenografia in un palazzo del XVIII secolo.
Tre donne, tre scenari sociali: quello delle caste inferiori in India, segnato da maltrattamenti e
sopravvivenza; quello di un sistema patriarcale nell’Italia del Sud; quello di un sistema capitalista
nordamericano. Alla fine, La Tresse fa emergere una sororità che non passa dall’incontro diretto, ma
dalla necessità, condivisa, di reagire. Come Penelope, queste donne non smettono di tessere. Perché
non è ciò che accade a definirci, ma come scegliamo di rispondere.