Articolo di Emanuela Francini

Dalla scrittura delicata e poi struggente, altamente simbolica e d’improvviso brusca,
corporea e esplicita, La valle dei fiori, di Niviaq Korneliussen, è uno di quei romanzi che
non si limitano a narrare una vicenda ma invitano il pubblico lettore a riflettere, a guardarsi
dentro e, soprattutto, indagare sui temi affrontati una volta chiuso e terminato il libro.
Pubblicato nel 2020 in Groenlandia per poi arrivare tre anni più tardi, nel 2023, in Italia
grazie alla casa editrice Iperborea, il libro ha riscosso un grande risonanza mediatica
nell’Europa settentrionale, aggiudicandosi nel 2021 il Premio del Consiglio Nordico: ciò gli
ha permesso di diventare il romanzo groenlandese a più alto riconoscimento letterario
scandinavo. Il conferimento di tale premio non è solo un traguardo, ma anche e soprattutto
in segnalamento di un’urgenza sociale: quella di offrire una voce ad una ferita collettiva
spesso obliata o trattata con negligenza.
Niviaq Korneliussen è nata a Nuuk nel 1990 ed è oggi reputata una delle figure più
rappresentative della nuova letteratura groenlandese. Cresciuta in una società
formalmente post-coloniale ma ancora profondamente segnata dalla dominazione danese,
l’autrice ha deciso di distanziare la sua produzione letteraria da una semplice narrazione
identitaria basata sulla semplificazione, sulla tipizzazione o sul folklore. Il suo sguardo è
acuto, profondo, interrogatorio: innesta più domande anziché risposte, iniziando i lettori a
dei quesiti ostici quanto importanti e dolori. Nei suoi romanzi, infatti, vi si trova la
quotidianità ruvida dei giovani inuit del XXI secolo, catapultati in un mondo globalizzato e
dominato dall’ipervelocità e dalla precarietà emotiva.
La valle dei fiori, pertanto, segue perfettamente il solco di questo percorso narrativo,
esplorando questioni locali come il suicidio giovanile, il vuoto istituzionale e lo stigma
sociale. La trama s’impernia sulla vita di una giovane donna senza nome, protagonista del
romanzo. Di origine inuit, vive a Nuuk ed ha una relazione stabile con Maliina. Il suo futuro
sembra già delineato: ha deciso di trasferirsi ad Aarhus, in Danimarica, per intraprendere
gli studi universitari in antropologia. La sua vita promette, apparentemente, studio,
emancipazione e libertà. Fin dalle prime pagine, però, emerge una frattura: la differenza
tra l’organizzazione esterna e il caso interiore. La protagonista, infatti, avverte un grande
senso di inadeguatezza sia nell’abitare il proprio corpo sia nel proprio ruolo nel mondo. Il
suicidio di Gudrun, giovane cugina di Maliina, segna incontrovertibilmente la storia ed ha
una funzione dirompente. Il lutto costringerà la protagonista a fare ritorno nella
Groenlandia orientale, a Tasililaq. Da questo punto in poi, la narrazione è in discesa e
renderà, in modo progressivo, evidenti tutti i disagi giovanili presenti in Groenlandia.
Complice nel perseguire tale finalità narrativa è la struttura del romanzo che è tripartito in
tre macro-sezioni – Loro, Tu, Io – ed è composto da ben 45 capitoletti numerati in ordine
decresce, come un conto alla rovescia. Tutto indica una tensione simile ad un climax
discendente: più si prosegue nella lettura e più il raggio d’azione si restringe fino ad
arrivare all’io. Da un disagio collettivo si giunge ad un collasso soggettivo: vi sono dei
turbamenti accomunanti. Si tratta di un movimento non solo narrativo, ma anche
concettuale, perché il disagio nella qualità di vita viene descritto come emergenza
contemporaneamente comune e privata. La protagonista si rispecchia nei suicidi altrui fino
a riconoscere la sua stessa ferita. Il suo crollo psichico non è il punto di partenza, ma la
manifestazione evidente di una traiettoria che coinvolge l’intera comunità.
L’autrice valica i confini del mainstream. Quando si parla di Groenlandia, l’immaginario
comune si blocca ai ghiacciai, alla luce polare, alle casette colorate, cristallizzandosi
nell’edulcorazione. Raramente si denuncia che il Paese registra uno dei tassi più alti di
suicidio al mondo, soprattutto giovanile. La valle dei fiori nasce contro questa rimozione.
Quando si parla di Groenlandia, l’immaginario comune si ferma spesso ai ghiacciai, alla
luce polare, alle casette colorate. Raramente si ricorda che il Paese registra uno dei più
alti tassi di suicidio al mondo, soprattutto tra i giovani. La valle dei fiori nasce contro questa
rimozione.
Korneliussen rifiuta le spiegazioni riduttive, come la luce estiva, gli squilibri della
serotonina, il clima estremo. Al medesimo modo, non si rifugia in una scrittura che
attribuisce tutte le colpe alle problematiche degli inuit che hanno dovuto adeguarsi al post-
colonialismo. La sua scrittura intreccia una miscellanea complessa di fattori: la mancanza
di un sistema di prevenzione efficace, la carenza di supporto psicologico, la difficoltà di
accesso alle cure e l’atteggiamento difensivo delle istituzioni che tendono a scaricare le
responsabilità su famiglie e individui. Nel testo, la sanità pubblica appare come
un’istituzione spesso insufficiente e talvolta indifferente nell’affrontare l’allarme del suicidio.
I giovani, di fatto, vengono trattati come semplici numeri e casi difficili ed ingestibili:
terminano con il diventare tombe prive di nome, presto dimenticate ed archiviate.
Il romanzo non è consolatorio: è testimonianza. La scrittura trova qui il proprio compimento
nella funzione di denuncia sociale: è uno strumento potentissimo di riconoscimento di una
problematica ed è proprio per questo che è una scrittura sociologica e politica,
nell’accezione più nobile e disinteressata dei termini. La tensione etica è lapalissiana:
Korneliussen scrive per dimostrare vicinanza e comprensione ai giovani del suo Paese.
Lo ha dichiarato apertamente nel discorso di ringraziamento per il Premio del Consiglio
Nordico, rivolgendosi non ai leader politici, ma ai bambini e ragazzi lasciati soli a
confrontarsi con la morte, con l’angoscia e con l’assenza di adulti capaci di prendersi
responsabilità. Il suo è un invito alla comprensione e all’azione.