L’abbaglio democratico: la cronaca come allucinazione collettiva al servizio della politica

Articolo di Ilaria Liardo



I fatti di Torino del 31 gennaio hanno fornito al governo Meloni l’alibi per scagliare il colpo
in canna contro la pratica del dissenso e la libertà di manifestazione
Nel nostro sistema democratico, la pratica legislativa pone delle differenze in base alle
questioni in oggetto: abbiamo la legge ordinaria che, in mano al Parlamento, segue il solito
iter democratico di approvazione; abbiamo poi il Decreto Legislativo, che vertendo su
questioni tecniche viene delegato al governo dal Parlamento; e infine il decreto-legge.
Il decreto-legge, a differenza degli altri due, gode di un iter privilegiato dovuto alla natura
della sua applicazione. Infatti, ha un effetto immediato sulla scorta di una decisione
governativa che porta ad una rapida applicazione. Il motivo è che nasce da una necessità,
un’urgenza.
Il 6 febbraio 2025 è stato approvato il Decreto-legge per la sicurezza, entrato in vigore poi lo
scorso 25 febbraio 2026. L’urgenza? Chiaramente la sicurezza del popolo italiano, la sua
incolumità.
Il Decreto-legge, infatti, in nome della libertà del popolo italiano, infittisce il codice penale
con quattordici nuovi reati, e tra questi ne ritroviamo alcuni che sono stati fortemente criticati
dall’opinione pubblica e dai magistrati: il divieto alla resistenza passiva, che assume tratti di
reato specifico se avviene in contesti di gruppo organizzato – la forma in cui manifestano i
gruppi ambientalisti o movimenti sociali più ampi -, oppure quando avviene nelle carceri e
nei centri migranti – dall’uno ai cinque anni di reclusione -. Abbiamo poi il divieto al blocco
stradale e ferroviario che passa da illecito amministrativo a reato penale, punibile dai sei ai
due anni di carcere.
Ci sono norme che riguardano più da vicino le manifestazioni in piazza, come la
perquisizione preventiva senza autorizzazione del giudice in caso di urgenza durante i raduni;
l’accompagnamento preventivo, ossia il trattenere, per i dovuti accertamenti, persone che per
precedenti o atteggiamenti possano creare pericolo; e infine il Daspo Urbano per i minori,
cioè il divieto di accesso ad aree urbane anche ai minori sopra i 14 anni denunciati per reati in
occasione di manifestazioni.
Questi elencati sono solo alcuni dei punti toccati dalla nuova legge sulla sicurezza, quelli che
hanno ricevuto maggiori contestazioni. Le critiche rivolte a questo decreto, si muovono in
parallelo su un piano contenutistico e circa la modalità di applicazione. Oltre all’avere di per
sé un iter più rapido, essendo nato come decreto-legge, l’accelerazione consiste anche
nell’aver posto la questione di fiducia secondo cui, la proposta di legge presentata al
Parlamento debba essere votata senza che al testo vengano fatte modifiche: sostanzialmente
un “aut aut”. C’è stato un evento in particolare, che pare aver reso assolutamente necessaria
l’applicazione del nuovo decreto, innescando un profondo senso di urgenza nell’opinione
pubblica.
Stiamo parlando della manifestazione svoltasi il 31 gennaio a Torino. I fatti della
manifestazione sono stati l’atto pratico che ha portato a giustificare la necessità impellente
del decreto. Ma che cosa è successo a questa manifestazione a cui associamo l’immagine del

poliziotto pestato dai membri dei Black Bloc e – per gli algoritmi più fortunati – quella del
fotografo preso a manganellate, che sanguinante, chiedeva aiuto e soccorso ai poliziotti che
gli passavano davanti?
La manifestazione si è svolta in seguito alla chiusura del centro sociale Askatasuna,
coinvolgendo circa 50.000 persone secondo i numeri degli organizzatori. Il centro
Askatasuna è stato chiuso il 18 dicembre 2025, un centro che non era semplicemente
occupato, bensì uno spazio che da trent’anni offriva servizi sociali, quali doposcuola, attività
culturali partendo dal basso. La piazza aveva un obiettivo molto semplice: difendere gli spazi
autogestiti, opporsi alla chiusura del centro. Erano presenti i gruppi legati strettamente ad
Askatasuna come Area Autonoma e Antagonista; collettivi universitari; gruppi politici
radicali; famiglie, residenti, scrittori e universitari. Lo svolgimento della manifestazione è
stato pacifico, fino a quando in Corso Regina Margherita la situazione è degenerata. Il punto
di rottura è stato l’ingresso di gruppi incappucciati, detti Black Bloc – attenzione, non
manifestanti – che hanno iniziato una fitta serie di lanci di petardi, oggetti pesanti contro i
cordoni della polizia. Le immagini di guerriglia urbana come le ha presentate il governo
Meloni, sono state ciò che ha permesso di dire che quella del Decreto-legge sulla sicurezza,
non era solo una proposta, ma una necessità, una risposta concreta ad un problema che
corrispondeva allo stato di cose attuali.
Concentriamoci su come sia stata indirizzata l’opinione pubblica e su come sia stata discussa
nello stesso Parlamento la questione del 31 gennaio. Le immagini che sono girate
maggiormente attraverso social, televisione sono quelle del momento della guerriglia,
generate da un gruppo il cui intento non era certamente quello di manifestare. La destra in
aula ha portato avanti una generalizzazione secondo la quale tutti i manifestanti scesi in
piazza avessero il medesimo intento, distruggere la città, attaccare i corpi di polizia e fare
violenza. Si è parlato persino di questi manifestanti come il nuovo volto delle Brigate Rosse.
Tra le file dei manifestanti si è affermato però l’intento pacifico e gli stessi hanno cercato di
fermare le violenze. Molti di questi Black bloc, inoltre, erano già stati identificati, ma solo ad
una trentina è stato intimato di andare.
Franco Gabrielli ex capo della polizia e direttore generale della pubblica sicurezza in
un’intervista a Piazzapulita, guarda a come il decreto infittisca il numero di reati che all’atto
pratico, incideranno sui cittadini comuni.
Come facciamo a dirlo? Di fatto esistono già norme e leggi che si occupano del
danneggiamento di bene pubblico, interruzione di pubblico servizio, lesioni, percosse. Questo
decreto appare un inasprimento ingiustificato delle pene, in quanto questi reati già esistono.
Non è quindi un problema di inserimento di nuove norme, ma di far funzionare quelle
presenti.
Se consideriamo infatti che di quelle 1500 persone, effettivi ricettacoli di violenza, molte di
queste erano già state identificate, capiamo che il problema esiste nei mezzi e nelle strutture;
che i presunti atti miranti alla tutela, dovessero riguardare ben altri provvedimenti. All’atto
pratico, i violenti troveranno comunque un modo per entrare e coloro sui quali ricadrà questo
decreto, saranno i cittadini che vedranno limitato l’esercizio di un proprio diritto; quello di
manifestare, che sia in maniera attiva o passiva.
Consideriamo inoltre questo fantomatico sentore di terrore a cui si appella il Governo, la
paura che sentiamo a cosa è dovuta? Mettiamoci dati alla mano.

Secondo il rapporto ISTAT Bes 2024/2025 i reati predatori come borseggi, rapine, sono
rimasti stabili nel 2024. Il tasso di furti in casa nel 2024 è di 8,5 ogni mille famiglie, nel 2014
era di 16,3 per mille famiglie. Anche gli omicidi 0,58 per 100.000 abitanti nel 2023, nel 2014
0,79. I numeri ci dicono che, a differenza di quanto affermato dalla Presidente Meloni, non
stiamo vivendo quella che lei ha definito un’emergenza sicurezza. I dati ci suggeriscono che
siamo in una delle situazioni migliori degli ultimi dieci anni in cui l’Italia viene considerata
uno dei paesi più sicuri dell’Unione Europea. I dati mostrano che ad essere cambiata nel 2024
è stata la percezione di sicurezza rispetto all’anno precedente. I reati calano, la paura
aumenta. Si ha uno scarto tra la sicurezza reale e quella percepita ed è in questo scarto che si
insinua il decreto sicurezza. In questo dirottamento di percezione e di opinione.
Una cosa che è venuta a mancare negli ultimi anni è stata inoltre il dialogo con i centri
sociali. La piazza è una modalità in cui convergono più forze, in cui il cittadino può
esprimere apertamente il suo dissenso. Questo dialogo consentiva di restringere le distanze
favorendo una serena attività di piazza, garantendo la presa di posizione, libera
manifestazione del dissenso e di opposizione.
La politica ha reso il volto di 1500 persone quello di 50.000 manifestanti pacifici. È stato
creato un nemico pubblico per coprire il reale intento del decreto. Si era pronti ad additare
anziché prendere atto delle carenze politiche che, anziché comprendere la realtà e le ragioni
che si celano dietro alle manifestazioni, ha preferito reprimerle. È evidente che il governo non
aspettasse altro che questo, il colpo era in canna e aspettava la scintilla. Data inoltre
l’impellenza con cui si è fatta passare questa emergenza, ci si chiede cosa stessero aspettando
per attuare il piano che avrebbe messo in sicurezza tutta l’Italia? Un pretesto per farlo.