L’alternativa si costruisce sui temi, non sui nomi

Editoriale di Christian Gargiulo


La chiamata alla responsabilizzazione in vista del referendum del 22 e 23 marzo, che avevamo lanciato nel precedente editoriale, imponeva una riflessione profonda indirizzata verso il futuro. Nelle settimane che hanno preceduto il voto, noi di NOS ci siamo schierati inequivocabilmente per la bocciatura della riforma, dando voce a perplessità legittime e al timore di veder alterati i delicati equilibri democratici del nostro Stato. La risposta delle urne è stata netta: con un’affluenza vicina al 60% – smentendo i sondaggi che prevedevano una partecipazione ben più esigua – il fronte del NO ha trionfato con quasi il 54% dei voti. Tuttavia, ora che il referendum è archiviato, la soddisfazione per il risultato ottenuto non deve consentire a tutti noi di calare l’attenzione sul finire di questa legislatura.

Sarebbe un errore credere che questo esito sia il frutto della forza dei partiti d’opposizione o, peggio, vantarsi di un elettorato compatto pronto a ribaltare i rapporti di forza nelle ormai imminenti elezioni nazionali. La realtà è che, dinanzi al pericolo percepito di una riforma invasiva, moltissimi cittadini – spesso assenti alle ultime tornate – hanno recuperato la propria tessera elettorale per difendere la Costituzione dagli assalti della maggioranza di governo. È stata una vittoria del senso civico, prima ancora che politico. Una vittoria trasversale, contro il tentativo di chi ha sostenuto la causa enunciata dal governo, pur non facendone parte: mi riferisco ai vertici di Azione, i quali si ritrovano in più contesti a concordare posizioni con i piani alti del governo, nonostante i propri elettori abbiano scelto di non seguire la direzione indicata da Calenda; fino a citare le parti restanti, unendo a segmenti del mondo renziano e di +Europa, due forze politiche che potrebbero far parte della coalizione di Centrosinistra.

Ben quindici milioni di persone hanno lanciato un segnale a un governo che attualmente non sta vivendo un momento sano. L’Esecutivo regge, ma le teste cadono: ad eccezione di Nordio e della stessa Meloni, il clima è di logoramento. Nonostante fosse dichiarato che il referendum non avrebbe avuto conseguenze politiche, i “girotondi istituzionali” dei giorni successivi – si pensi alle dimissioni di Gasparri da capogruppo al Senato per ottenere l’ennesimo incarico governativo – confermano le difficoltà della maggioranza nell’arrivare compatta a fine legislatura, avendo ormai disatteso quasi tutte le promesse fatte nella scorsa campagna elettorale.

Dall’altro lato, Giuseppe Conte ed Elly Schlein si dichiarano pronti per le primarie. Ma è concretamente difficile immaginare un leader di coalizione senza un programma, senza aver stabilito i primi punti di convergenza dai quali iniziare a rendere chiara l’ipotetica azione di governo nella prossima legislatura. È fondamentale aprire il dialogo a ogni forza politica, civica e sociale, purché si arrivi a trarre delle conclusioni tali da sentirsi rappresentati da chi si propone di sostituire l’azione politica del Centrodestra. È altrettanto fondamentale che non si arrivi a farsi condizionare dalla futura legge elettorale che Meloni presenta all’insegna della stabilità, al netto dei dubbi sulla costituzionalità dei criteri fissati nella bozza presentata in Parlamento.

Il tentativo della Presidente di “ripulire” l’immagine della coesione interna, costringendo vari membri alle dimissioni – tra cui la ministra Santanchè -, è soltanto l’inizio di un vasto piano per ammortizzare la perdita di consensi in atto dal 23 marzo. In questo scenario, dovremmo considerare l’impatto di nuovi equilibri, come il sostegno di Vannacci o l’avvicinamento di un Calenda sempre più in sintonia con il pensiero del Centrodestra. Ma soprattutto, non bisogna sottovalutare l’impatto del ritorno della famiglia Berlusconi al comando di Forza Italia: è probabile che Marina Berlusconi possa mettere da parte l’attuale segretario Antonio Tajani per aprire una nuova stagione del partito, visti gli scarsi risultati dell’attuale direzione.

Ma queste dinamiche servono a poco se non si comprende che il tempo delle alchimie sui nomi è scaduto. Il successo del NO non è stato un assegno in bianco alle opposizioni, ma un grido di protezione verso l’architettura democratica del Paese. Un grido che impone, ora, una responsabilità di concentrarsi a partire dall’interno. Non basta più definirsi alternativi per sottrazione, bensì occorre esserlo per proposta.

Lo strumento delle primarie non può ridursi a un concorso di popolarità. Se si intende davvero guidare una coalizione, occorre trasformare le primarie nel laboratorio dei temi: lavoro, sanità, politica estera e diritti. Senza una visione condivisa, la consultazione popolare diventa solo la premessa di una futura paralisi governativa.

Infine, la fragilità di questa legislatura proietta un’ombra lunga sulla partita più delicata dei prossimi anni: la nomina del Presidente della Repubblica. La tenuta delle istituzioni che abbiamo difeso il 22 e 23 marzo dipenderà dalla capacità di esprimere una figura che sia garante assoluto della Carta. Ma per arrivare a quel passaggio con la necessaria autorevolezza, l’alternativa deve smettere di rincorrere i nomi e iniziare, finalmente, a declinare i propri temi. Solo così il NO di oggi potrà trasformarsi nel SÌ di un domani credibile.