L’antiprogressismo di Valditara sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole

Articolo di Anna Menale


Secondo il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara, la nuova legge sull’educazione sessuale nelle scuole approvata il 4 giugno in Senato è una conquista: non soltanto tutelerà «i bambini dalla confusione della propaganda gender» (come se esistesse), ma restituirà «voce ai genitori sulle tematiche dell’identità di genere per i figli adolescenti minorenni». 

In realtà, è una clamorosa operazione di facciata che elude il problema che pretendeva di risolvere, perché si basa su un meccanismo burocratico che ne disinnesca l’efficacia in partenza: il divieto assoluto dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia e primarie, e l’obbligo del consenso informato scritto dei genitori per le scuole medie e superiori, da richiedere almeno una settimana prima dell’inizio dei corsi, con tanto di visione preventiva dei materiali didattici. 

Se l’obiettivo di un sistema scolastico pubblico è formare cittadini consapevoli, capaci di muoversi nel mondo con gli strumenti della conoscenza, questa legge è un controsenso. 

Per frequentare le lezioni di matematica, di letteratura italiana, di scienze o di educazione fisica, non serve l’autorizzazione firmata dei genitori. Nessun padre o madre può impedire a un figlio di studiare il teorema di Pitagora, la teoria evoluzionistica di Darwin o la Divina Commedia. 

Lo Stato decide che quelle nozioni sono universali, necessarie. 

Perché, allora, per l’educazione sessuale e affettiva dovrebbe servire il permesso scritto dei genitori?

Evidentemente in questo paese si considera la sessualità come qualcosa di intrinsecamente sporco, confinato nella sfera del tabù o del peccato. 

La nuova legge, nei fatti, diventa discriminatoria: chi ha una famiglia aperta e progressista riceverà il consenso; chi vive in contesti patriarcali, oscurantisti o disfunzionali – ovvero i ragazzi che avrebbero più bisogno della scuola come spazio di emancipazione – verrà escluso.   

Ma mentre lo Stato limita l’effettiva introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, c’è per fortuna una fetta di paese che risponde ai bisogni concreti dei cittadini. È il caso della Regione Toscana, che ha scelto la strada diametralmente opposta: ha ampliato l’accesso gratuito ai metodi contraccettivi nei consultori, abbassando a tredici anni la soglia per la richiesta.

D’ora in poi svariati metodi contraccettivi, come pillola, cerotto, anello vaginale, preservativi, saranno gratuiti e accessibili senza l’obbligo di prescrizione medica o di consenso genitoriale per i ragazzi e le ragazze dai tredici ai venticinque anni.

Questa iniziativa locale tratta i ragazzi come soggetti pensanti, individui dotati di diritti, capaci di fare scelte se messi nelle condizioni di essere informati.  

Il paradosso italiano è tutto qui: se il governo continua ad agire secondo la propria base ideologica, la salute e i diritti civili smettono di essere universali e diventano una questione di fortuna. 

Devi solo vivere nella regione giusta.