Le Muse all’ombra di Picasso: quando la creatura diventa creazione

Articolo di Carolina Ferraro


Ogni genio ha bisogno di un’ispirazione per permettere alla sua arte di fluire e sprigionare
l’energia necessaria a renderla immortale. Nel caso di Pablo Picasso l’ispirazione proveniva
dalle sue muse.

Il pioniere del cubismo è celebre per i suoi sfaccettati ritratti di figure femminili, donne
eccentriche, vissute, sacre e scomposte, che hanno reso Picasso uno dei più grandi pittori di
tutti i tempi; ma cosa significa e cosa comporta essere rappresentati dallo sguardo di qualcun
altro?

Ieri come oggi, all’ombra dei grandi geni si celano incantevoli muse, ricordate dalla storia
solo in quanto tali o non menzionate affatto. Nell’arte di Picasso, spesso queste fonti di
ispirazione coincidono con le sue “fiamme”, e le più importanti sono ricordate ma confuse
con l’arte stessa del pittore, estraniandole dall’umano ed elette a mera creazione.
Il celebre pittore ha fatto della donna un marchio di fabbrica celato dietro la firma stessa. In
realtà Pablo Ruiz, il giovanissimo artista sceglie di lasciare la Spagna e l’asfissiante
protezione del padre disegnatore, José Ruiz Blasco, per approdare nella Parigi libertina di
poeti e pittori come Touluse-Lautrec, André Salmon, Apollinaire e Matisse.

In questa città Pablo rinasce e inizia a firmare i suoi lavori con il cognome materno, non più
Ruiz ma Picasso, un nome che nell’arco di dieci anni lo rende uno dei più grandi animatori di
cenacoli di intellettuali bohémienne, di cui lo studio a Bateau Lavoir diventa il principale
punto di ritrovo.

È proprio in questi primi anni di miseria e nobiltà trascorsi nello studio francese che irrompe
la prima delle sue muse, Fernande Olivier, conosciuta poco dopo il suo arrivo a Parigi. Già
modella per diversi artisti, tra cui Kees van Dongen e Edmound – Marie Poullaine, il volto
geometrico di Fernande ispirerà il passaggio dal periodo rosa al cubismo posando per diverse
opere della prima fase artistica, tra cui The Woman’s Head (Fernande) del 1909 e uno dei
volti delle Demoiselles d’ Avignon (1906-19079), il quadro comunemente indicato come
matrice del movimento cubista.

Dopo otto anni di amore tormentato, alimentato da sensualità e gelosie che culminavano in
episodi di violenza, la modella e il pittore si dicono addio. Alla “belle Fernande” non resta
nulla della struggente storia, se non il ricordo di un amore; invece, Picasso utilizza quegli
anni come biglietti di ingresso per le porte del successo.

In seguito ad un viaggio a Roma nel 1917, il pittore spagnolo inizia una collaborazione con i
Ballets Russe di Djagilev e incontra la ballerina Olga Khokholova, prima moglie dell’artista e
madre del suo primo figlio, Paulo. Con l’arrivo di Olga, Picasso cambia stile. Lontana dai
tormenti del quartiere di Montparnasse dove ha conosciuto Fernande, Olga simboleggia
l’espressione di una vita borghese agiata ed elegante e la consacrazione di una nuova fase
artistica caratterizzata da una pittura elegante e pulita, con colori tenui che riportano ad un
ritorno verso il realismo e il classicismo.

La storia di una coppia viene solitamente scandita da una serie di fasi: l’instancabile
innamoramento iniziale; la serenità del quotidiano; infine, l’approdo alla disillusione. Nel
caso di Picasso, i sentimenti del suo matrimonio sono immortalati dall’andamento della sua
pittura: Olga viene dipinta bella e struggente nel quadro Olga Khokholova à la mantille del
1917 e madre amorevole in Mère et enfant (1921); infine, nel 1929 viene vista nel Grande
Nudo sotto le sembianze di una donna stanca e trascurata. La testimonianza della vita di
coppia viene esclusivamente fornita dallo sguardo del pittore, che si impossessa della sua
musa per dipingerla come la vede e la sente.

Il periodo surrealista degli anni ’30 è accompagnato dall’arrivo di un nuovo oggetto del
desiderio, Marie- Therese Walter, giovanissima ragazza di soli diciassette anni. Con l’arrivo
di questa relazione proibita, segreta e impossibile, la visione del corpo femminile cambia
completamente. La donna viene immortala in quadri come Le Rêve (Il sogno), in cui una
giovanissima Marie – Therese, appena ventenne, dorme beatamente ignara dell’effetto che
produce sullo sguardo maschile. Il passaggio dal periodo classicista a quello surrealista viene
scandito da colori tenui, le forme femminili vengono accentuate e messe delicatamente in
risalto, distaccandosi fortemente non solo dal classicismo adottato, ma anche dal cubismo di
cui Picasso fu pioniere insieme a Georges Braque. Appena un anno dopo la nascita della
prima figlia femmina, Maya, il sogno erotico impersonato dalla giovane Marie-Therese
volgerà alla fine. In opposizione all’innocenza e alla fragilità della giovane compagna arriva
Dora Meer, fotografa e pittrice jugoslava che poserà per celebri dipinti, tra cui la Guernica
(1937).

Dora verrà definita da Picasso “la più intelligente e divertente” tra le sue compagne; tuttavia,
il suo volto ha determinato una fase pittorica che imprime il dolore universale nello sguardo
femminile. Massima rappresentazione della scomposizione cubista e dell’estrema sofferenza
vengono incise nel quadro La Femme qui Pleure (1937) o nel Ritratto di Dora Maar (1937),
dove le emozioni che la donna suscita sono intrappolate nella tela a riparo dal caos bellico
esterno. La fotografa, anche poetessa e intellettuale impegnata, viene ricoverata in un
ospedale psichiatrico in seguito ad una profonda depressione successiva alla rottura con
Picasso causata dall’arrivo di una giovanissima Francoise Gilot.

La studentessa poco più che ventenne, rappresenta una fase di rinascita per la pittura
dell’artista, che con lei ritrova la gioia di vivere. L’ allegria viene rappresentata attraverso
colori solari e temi pastorali, come il ritratto del 1946, La femme fleur. In netta opposizione
alla Guernica o alla La Femme qui Pleure Picasso dipinge per l’indipendente e talentuosa
allieva La Joie di Vivre (1946). Quello che probabilmente l’artista non avrebbe mai potuto
immaginare è che la gioia e la vitalità di Francoise non sarebbero state imprigionate nella
tela. Francoise è stata l’unica donna non solo a lasciare il pittore, ma a ricordare che il suo
obiettivo non è mai stato essere creazione, ma creatrice.

Dopo due figli e dieci anni di convivenza, ancora giovane ambiziosa, lascia Picasso,
documentando il loro rapporto nel libro La mia vita con Picasso che a differenza del libro
Picasso e i suoi amici scritto da Fernande Olivier, riscuoterà un importante successo
mostrando la fortuna di aver camminato accanto ad un «uomo assolutamente fuori dal
comune», ma sottolineando soprattutto il sacrificio che questo privilegio ha comportato.
Poco dopo la separazione con Francoise, arriva la sua seconda e ultima moglie: Jacquiline
Roque. Ancora una volta il maestro ormai settantenne volge lo sguardo verso una ragazza
poco più che ventenne. Completamente dipendente da lui, sarà musa per oltre un centinaio di
opere e lo accompagnerà fino agli ultimi giorni.

I quadri che la rappresentano risultano ossessivi e ripetitivi e in essi emerge la brama, da
parte di uomo che la vita l’ha vissuta intensamente, di sfidare la corsa incessante del tempo.
Testimone di questa visione è il quadro a olio Femme Accroupie (1954), dai colori vivaci ed
eccentrici. Il biografo John Richardson ha definito il matrimonio e la fase artistica dell’ultimo
Picasso come «l’époque Jacquline».

Jacquiline e Marie- Therese si toglieranno la vita anni dopo la morte del pittore, mentre Dora
Maar finirà nelle stanze di un ospedale psichiatrico. Il loro ruolo di muse le ha imprigionate
nel dipinto stesso e, concedendo al pittore il cuore, sono morte permettendo all’opera di
prendere vita.

Le differenze d’età, la personalità di un uomo ormai affermato come Picasso e la dinamica tra
creatore e creazione, tra chi guarda e chi viene guardato, rimanda a dinamiche di potere
individuabili all’interno delle odierne relazioni di coppia. Quando una persona assume un
ruolo dominante e l’altra finisce per costruire la propria identità attraverso il suo sguardo, il
rischio è quello di perdere progressivamente la percezione di sé. Da questo nasce la
dipendenza affettiva: non semplicemente il bisogno di amare qualcuno, ma il bisogno di
essere amati, riconosciuti e scelti da quel qualcuno. Tale desiderio diventa tanto forte da
mettere in secondo piano la propria individualità.

La condizione di musa, soprattutto accanto a una personalità tanto dominante e
inevitabilmente geniale, rischia infatti di far dimenticare che Dora, Olga e Marie-Thérèse non
sono state soltanto donne amate o rappresentate, ma sono state amanti, madri, artiste,
compagne e professioniste, con una vita che esisteva anche al di fuori dello sguardo di
Picasso. L’arte e l’amore le hanno consumate a tal punto da vedersi soltanto con gli occhi
dell’artista che le ha create e forse è proprio questo il paradosso più grande: l’arte avrebbe
dovuto renderle immortali, ma rischia di averle consegnate alla storia soltanto attraverso gli
occhi di un altro. Non sono scomparse dai quadri, ma dietro di essi.

Tale dinamica è riconoscibile anche nel presente, in una società in cui resta incessante il
bisogno di costruire l’immagine attraverso lo sguardo degli altri – attraverso quello del
partner o tramite i profili social – celando il bisogno costante di approvazione. La domanda,
allora, non riguarda più soltanto le donne che hanno accompagnato Picasso, guardando al
presente diventa opportuno chiedersi: quanto dell’identità e della personalità resta davvero
quando ci si abitua a guardarsi esclusivamente attraverso gli occhi del prossimo? Forse la
vera libertà, in una relazione di qualsiasi natura, non consiste nel non aver bisogno di
qualcuno, ma nel riuscire ad amarlo senza smettere di riconoscere sé stessi.