Articolo di Adele Russo

«Finora avete risolto il problema da classisti. Ai poveri fate ripetere l’anno. Alla piccola borghesia fate ripetizioni. Per la classe più alta non importa, tutto è ripetizione. […] Avete fatto scuola con l’ossessione della campanella, con l’incubo del programma da finire prima di giugno. Non avete potuto allargare la visuale, rispondere alle curiosità dei ragazzi, portare i discorsi fino in fondo». Sono le parole che si leggono in Lettera a una professoressa, scritto dagli alunni della Scuola di Barbiana di don Milani, pubblicato nel 1967 e ritenuto un vero e proprio manifesto pedagogico La scuola di oggi non è quella di cinquant’anni fa, eppure certe dinamiche di selezione e classismo culturale tendono a riaffiorare. Quali strumenti e valori possono ereditare i nuovi docenti dall’insegnamento laico di Don Milani per evitare questa deriva? Parliamo dell’operato di Don Milani, dal contesto storico alle sue scelte di vita, per riflettere su quanto oggi sia diventato complicato insegnare a causa del faticoso background che i futuri docenti, pronti a scegliere questo mestiere con ambizione e fermento, ereditano dal passato.
La scuola era considerata un tempio della cultura dove chi obbediva andava avanti e chi restava indietro abbandonava. Don Lorenzo Milani è stato un personaggio cruciale che, insieme ad altre figure pedagogiche come Paulo Freire, Danilo Dolci e John Dewey, ha letteralmente capovolto le dinamiche scolastiche incentrandole su tre parole chiave: dialogo, unione e crescita collettiva. Don Milani apparteneva a una delle famiglie più ricche e rinomate di Firenze, aveva uno stile di vita privilegiato, una madre ebrea e colta e un padre professore universitario di chimica; eppure, questo netto privilegio non sembrava appartenergli dal punto di vista ideologico. Lui voleva mettersi dalla parte dei poveri e dare loro il posto che gli spettava, prendendosi a cuore tutto ciò che non fosse borghese.
Per capire l’impatto di Don Lorenzo Milani è necessario contestualizzarlo. Nel XX secolo la scuola trasmetteva ancora una cultura intrisa della passata propaganda fascista; al contrario, il priore ripudiava l’arruolamento militare, la violenza e i continui riferimenti alla “gloria della patria” di Mussolini. Infatti, egli accusava l’istituzione scolastica dell’epoca di preparare soldati obbedienti che, anni dopo, avrebbero compiuto i più grandi orrori della Storia. Nell’ottica milaniana “l’obbedienza non è più una virtù” e per questo la sua indignazione verso i sacrifici dei giovani lavoratori e dei contadini italiani, usati per soddisfare le ambizioni dell’élite, era evidente. A partire da questo scenario, gli sembrava lecito pensare che, se lo Stato poteva insegnare a squartarsi a vicenda attraverso la guerra, fosse altrettanto legittimo teorizzare che i poveri dovessero combattere i ricchi per la propria emancipazione.
Sceglie di diventare prete e fonda una Scuola popolare serale frequentata da lavoratori e lavoratrici. Qui pone le basi per la sua idea di scuola come luogo laico, basato sul dialogo, sulla riflessione, sul pensiero critico e sulla partecipazione alla vita sociale. Lui credeva in una scuola aperta, senza simboli religiosi. La particolarità di Don Milani è che, nonostante avesse il ruolo di maestro, sentiva di non insegnare nulla: lui piuttosto apprendeva dai giovani contadini, nonostante loro credessero di star apprendendo da lui. La sua era una scelta metodologica tesa alla democratizzazione dell’educazione e alla reciprocità del sapere. Seppure la scuola sia nata in un contesto religioso, lui è un uomo non legato a ideologie rigide, cercava di creare una scuola inedita. La sua prerogativa era il “dare la parola”. Per lui, saper usare la parola significava offrire la capacità di esprimere le proprie idee e concezioni del mondo. Per don Milani non è la qualità del tesoro che uno ha racchiuso in sé a fare la differenza, ma la possibilità di esprimerlo. Tuttavia, poiché la sua dottrina era troppo radicale per i tempi, fu allontanato da San Donato e spedito a Barbiana.
Barbiana era un villaggio isolato e privo di infrastrutture, dove fu esiliato dalle gerarchie ecclesiastiche con le quali era entrato in contrasto. La scuola di Barbiana fu così popolata dai figli dei contadini, spesso bocciati dalla scuola dell’obbligo. La scuola si basava sul motto “I Care”: un’educazione fondata sulla cura verso chi mancava di privilegi sociali e trovava nello studio il proprio riscatto morale. Don Milani, oltre a essere profondamente umano, era rigoroso: si mostrava esigente verso i suoi alunni in quanto aveva capito che raggiungere un buon livello di istruzione significava emancipazione sociale. Infatti, il programma era basato su una politica di solidarietà. Gli alunni erano molto attenti alle lezioni, ma soprattutto al bene comune della classe. L’insegnamento si fondava sulla metodologia didattica che oggi definiamo peer tutoring (l’insegnamento tra pari): gli alunni più grandi apprendevano da Don Milani per poi insegnare ai più piccoli. In questo modo, gli studenti stessi diventavano insegnanti e padroni del loro sapere. Furono proprio quegli alunni a decidere di usare la propria parola, unendola e mettendola per iscritto; nacque così Lettera a una professoressa: «Tante rotelle si son messe insieme per caso. N’è venuto fuori un carro armato che fa guerra da sé senza manovratore». Con un maestro che insegnava che non esisteva parola autentica che non fosse prassi e trasformazione del mondo, e che quindi la parola senza azione non è nulla, il risultato non poteva che essere questo.
Dalle pagine del libro scritto dagli alunni della Scuola di Barbiana si percepisce un tono di rabbia contro quel sistema di istruzione pubblica che mirava a riprodurre le gerarchie di classe. Si tratta di una lettera dedicata a professori ed educatori, ma è idealmente diretta ad “una professoressa” simbolo di un sistema educativo che incarna una didattica selettiva e ideologica, in cui la bocciatura diventa uno strumento di esclusione. Piuttosto che basarsi semplicemente sulle capacità e sull’impegno, la scuola finiva col compiere una vera e propria selezione in funzione della società borghese. Una scuola rappresentata da quella professoressa che difende i privilegi di una classe sociale e le opportunità che alcune famiglie agiate avevano, e che Don Milani aveva rifiutato.
Lettera a una professoressa è il frutto di una scrittura collettiva che dà prova delle dinamiche collaborative, relazionali e dialogiche alla base della Scuola di Barbiana. Don Milani dava spazio non solo all’apprendimento della lingua italiana, ma anche delle lingue straniere, organizzando viaggi all’estero che favorissero la conoscenza attraverso lo spaesamento e la scoperta. Molti degli studenti non erano mai usciti dalla loro realtà periferica e, tramite questi viaggi, riscoprivano il loro ruolo di cittadini del mondo. La maturazione di questa consapevolezza educa all’opposizione contro ogni forma di odio. Dalla disobbedienza e dalla divergenza di Don Milani si può apprendere la critica alla scuola classista come strumento di selezione sociale e, soprattutto, un’etica dell’insegnamento in cui il prendersi cura, l’essere solidali e l’apprendere attraverso il dialogo mirano a un’educazione conviviale.
Oggi, chi sceglie con convinzione di intraprendere la carriera di insegnante deve affrontare lo stereotipo del docente classista che arriva in classe, apre il libro, spiega, mette i voti, promuove o boccia. Per chi ama questo mestiere, insegnare significa far appassionare, crescere insieme attraverso il dialogo, trasmettere messaggi attraverso tutti gli strumenti possibili, regalare consigli e, soprattutto, insegnare a costruire un personale e autonomo senso critico. Chi intende entrare in classe e rivoluzionare le modalità di insegnamento oggi fa la differenza: può davvero cambiare il sistema e ha il potere di offrire alle nuove generazioni l’amore per la propria cultura e per le culture del mondo. Fare lezione significa imparare insieme, crescere e mutare, rispettando i tempi di ogni singolo componente di quel meraviglioso mondo che è la classe. Le classi sono piccole case: ogni giorno accadono inconvenienti, ogni giorno una persona può aiutare l’altra. Quanto più ci si accorge della differenza dell’altro e la si accoglie, tanto più si può imparare a esprimersi e a conoscersi. L’insegnante che vuole davvero educare non insegna nozioni in modo calato dall’alto: offre la sua parola e facilita l’ingresso dei suoi studenti nel mondo, rendendoli consapevoli della sua complessità. Insegnare con fermento, con voglia e con la gioia nel cuore significa padroneggiare la propria materia e usarla come veicolo per riflettere, aprirsi e scoprire. Chi accetta questo compito sa che la vera soddisfazione arriva quando diventi un modello e un faro per gli studenti, che useranno le tue conoscenze per superarsi e mettere a frutto le loro abilità. Insegnare è credere che tutti possano farcela, a prescindere dalle origini, dal contesto sociale, dalla nazionalità o dalla situazione familiare. Bisogna spingerli e supportarli nella scoperta di ciò che li appassiona e che li indurrà a intraprendere una strada, a sbagliare, a rialzarsi e a ritornare sui loro passi. La vera differenza l’ha fatta Don Milani, insegnando che saper parlare e saper usare la parola è azione; e se ci crede chi insegna, ci crede anche chi apprende.
Insegnare oggi è estremamente complicato: entrare in classe significa donare se stessi, varcare la soglia senza sapere chi cambierà per primo tra docente e discente. Eppure, alla fine, ciò che resta sono sempre le emozioni che si insegna a provare attraverso una lingua, la letteratura, la scienza, la storia, la matematica o qualsiasi altra disciplina. Quindi, è necessario apprendere dal passato, analizzare il presente e idealizzare il futuro. Solo superando i vecchi modelli rigidi che abbiamo subìto e mirando a una didattica che includa e non dimentichi nessuno; che capisca le esigenze degli studenti, che li sostenga perché, in un mondo in piena crisi di solidarietà, l’esempio deve partire da noi.
L’insegnamento di Don Milani pulsa ancora nel cuore delle nuove generazioni. Certo, diventare docenti oggi significa navigare tra riforme perpetue, stereotipi sociali e responsabilità schiaccianti. Eppure, è proprio in questa complessità che la determinazione degli insegnanti si trasforma in una forza rivoluzionaria, capace di gettare le basi per una profonda rinascita culturale della professione. Il traguardo non è più lo scontro ideologico che ha segnato l’epoca di Barbiana, ma la fondazione di una scuola che sia finalmente autorevole, aperta e stimata. Solo restituendo verità, passione e valore al lavoro quotidiano tra i banchi, la classe docente potrà riprendersi il proprio ruolo cruciale: quello di motore pulsante della società.